A San Marino una legge permetterà l'aborto, 43 anni dopo l'Italia: perché qui il tempo si è fermato?

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Photo credit: Maremagnum - Getty Images
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Il 26 settembre scorso le donne e gli uomini di San Marino hanno deciso, con un referendum, che l’aborto si può fare, che non è più illegale. Detta così è sicuramente una buona notizia, peccato che soffermandosi un momento a riflettere la prima cosa che viene da dire è: «Cosa? Quindi prima era ancora illegale?». Esattamente. Le donne di San Marino per ottenere il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza hanno dovuto aspettare il 2021 e ci sono arrivate grazie a un referendum che ha gridato il volere delle persone con una larghissima maggioranza (77,30%). In numeri, parliamo di 11.119 voti favorevoli e di 3.265 contrari su 14.384 votanti. La domanda a cui hanno risposto i cittadini è questa: «Volete che sia consentito alla donna di interrompere volontariamente la gravidanza entro la 12a settimana di gestazione, e anche successivamente se vi sia il pericolo per la vita della donna o se vi siano anomalie e malformazioni del feto che comportino grave rischio per la salute fisica o psicologica della donna?»

Non era la prima volta che in quella che è ritenuta la repubblica più antica del mondo, la società civile, le donne in primis, hanno tentato di garantire a tutte le donne il diritto all’aborto. Era già successo nel 2003, quindi 18 anni fa, con la consigliera Vanessa Muratori, poi nel 2014, nel 2017 e nel 2019. Tentativi tutti senza successo, tanto che a San Marino, fino a questo momento, l’aborto era punito con due articoli del codice penale: il 153 che prevede «la reclusione da sei mesi a tre anni» sia per la donna che abortisce sia per il medico che pratica l’interruzione di gravidanza; l’art.154 stabilisce pene più brevi nel caso di aborto da parte di donne non sposate. Tuttavia, l’aborto era illegale anche in caso di stupro e gravi malformazioni del feto e pericolo di vita per la donna.

Adesso, grazie al risultato del referendum propositivo di iniziativa popolare, il Congresso di stato sarà chiamato a redigere entro sei mesi un progetto di legge volto a disciplinare l’interruzione volontaria di gravidanza in territorio sammarinese. Accade 43 anni dopo la legge italiana 194 approvata il 22 maggio 1978 per la depenalizzazione dell’aborto.

Se si va un po’ indietro nel tempo, si scopre che San Marino è arrivato in ritardo su molti diritti fondamentali. Sfavorendo sempre le donne. Il diritto di voto attivo è stato conquistato solo nel 1958 mentre la possibilità di essere elette è arrivata ancora dopo, nel 1973. La prima volta che le donne sammarinesi poterono esprimere il loro voto è stata con le elezioni politiche del 13 settembre 1964, 18 anni dopo le loro vicine italiane.

Non è tutto. Un’altra lunghissima battaglia è stata portata avanti dalle attiviste dell’Unione delle donne sammarinesi (Uds), insieme alla presidente Karen Pruccoli, promotrici anche del referendum sull’aborto, quella per la cittadinanza. «Le donne sono state cittadine di serie B fino ai primi anni 2000, per cui non potevano trasmettere la cittadinanza ai figli e la perdevano se si sposavano con un cittadino straniero», spiega Karen Pruccoli a poche ore dal trionfo. «Anche quella è stata una lotta lunghissima che ha tolto per un periodo il focus sull’interruzione volontaria di gravidanza».

Photo credit: BRIGITTE HAGEMANN - Getty Images
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Il risultato evidente del referendum racconta oggi una San Marino in cambiamento, pronta ad aprirsi al mondo. «Questo voto significa che per i cittadini sammarinesi siamo in uno stato laico, nonostante ci sia una forte pressione da parte della Chiesa. Le credenze personali non possono interferire, quando si tratta di diritti le donne devono poter scegliere». Fino a questo momento quelle che desideravano interrompere la gravidanza erano costrette a rivolgersi altrove, magari da sole, in un altro Paese, con conseguenti costi economici elevati. Senza considerare la vulnerabilità di ogni donna che si trova ad affrontare una situazione così complessa. «I giovani di San Marino sono generazioni di ragazzi e ragazze che escono dai confini, viaggiano per il mondo, studiano fuori», continua Karen Pruccoli, che nel 2017 era già stata presidente della Commissione per le pari opportunità a San Marino. «C’è stata sicuramente una spinta da parte loro, ben consapevoli su diritti civili, aperti, e che hanno comunque influenzato, secondo noi, anche i genitori e le generazioni precedenti. Credo anche che negli ultimi anni ci sia stata una presa di consapevolezza di gruppo da parte delle donne e questo è stato fondamentale». San Marino era rimasto infatti tra i pochissimi Paesi europei a vietare l’interruzione volontaria di gravidanza, come continua ad accadere a Malta, Città del Vaticano, Andorra, Cipro (fatta eccezione per lo stupro e il pericolo di vita per la donna), Liechtenstein e Polonia (qui l’aborto è vietato quasi completamente dallo scorso ottobre).

«San Marino è un Paese piccolo, indipendente dall’Italia e come tutti i Paesi circondati da uno stato più grande c’è una tendenza alla chiusura», spiega Pruccoli. «Quasi a volersi tutelare. È sempre stato un luogo molto diffidente, chiuso rispetto al mondo. Credo che sia un fatto culturale tipico delle piccole realtà inserite in contesti più grandi». Adesso, con questo risultato che supera di gran lunga le aspettative, l’obiettivo è cominciare un nuovo corso, in parte avviato con la depenalizzazione dell’omosessualità nel 2004 (sì, fino a quel momento essere gay era illegale. Lo stabiliva l’art. 274 del codice penale, in base al quale i rapporti omosessuali potevano essere puniti con la reclusione dai 3 ai 12 mesi). Nel 2018, due anni dopo l’Italia, le unioni civili sono state regolamentate per legge e subito dopo, con un referendum, il divieto di discriminazione sessuale è stato inserito direttamente nella Costituzione. «Un momento di cui siamo orgogliose», ricorda Karen Pruccoli. «Qui le unioni civili sono possibili non solo per le coppie omosessuali ma anche per quelle eterosessuali. Quel momento mi ha personalmente dato una grandissima spinta e lì ho iniziato a credere, da donna nata e cresciuta a San Marino, che avremmo davvero potuto cambiare il nostro Paese. E oggi ci stiamo riuscendo».

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