Sapevate che esiste il preservativo antistupro? Ecco come funziona, e perché non convince tutti

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Photo credit: Victor Dyomin - Getty Images
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C'è un problema quando si parla di violenza sessuale (ce ne sono molti, per la verità): non c'è mai una soluzione univoca, un'esperienza universale, una carta "libera tutti" da giocarsi. La cultura dello stupro è talmente pervasiva che per analizzarla bisogna rimboccarsi le maniche prepararsi al fatto che sarà un percorso lungo e faticoso spesso senza risposte chiare. In questi giorni, ad esempio, si è tornati a parlare del cosiddetto "preservativo antistupro"progettato nel 2010 dalla dottoressa sudafricana Sonette Ehlers e anche in questo caso le domande sono tante (tantissime): funziona? Potrebbe davvero essere una buona soluzione? Perché non è mai entrato in commercio? Alla base c'è niente meno che il rapporto che le donne di tutto il mondo hanno - volenti o nolenti - con la violenza. Proviamo a riordinare le idee.

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Nel suo libro King Kong Theory (pubblicato nel 2006), Virginie Despentes si chiede come sia possibile che, in un'epoca in cui la tecnologia sembra poter fare qualsiasi cosa (figuriamoci oggi che chiediamo ad Alexa di accenderci la luce), non sia ancora stato inventato un meccanismo efficace per punire chi cerca di violentare una donna e scoraggiare così chi pensi bene di riprovarci. "Il giorno in cui gli uomini avranno paura di farsi dilaniare il c***o a colpi di cutter quando prendono una ragazza con la forza, allora tutt’a un tratto saranno in grado di controllare meglio le loro pulsioni 'maschili', e di capire cosa vuol dire 'no'”, dice l'autrice senza mezzi termini dopo aver raccontato il suo stupro. Eppure delle soluzioni sono effettivamente state sviluppate e una di queste è Rape-axe ideato dalla dottoressa Ehlers in un Paese come il Sudafrica che secondo Human Rights Watch ha uno dei tassi di stupro più alti al mondo. La dottoressa racconta che una notte diversi anni fa era di guardia quando una vittima di stupro è arrivata all'ospedale: "I suoi occhi erano senza vita, mi guardò e disse: 'Se solo avessi i denti laggiù'", racconta Ehlers alla CNN, "Le ho promesso che un giorno avrei fatto qualcosa per aiutare persone come lei".

Secondo la dottoressa il suo prototipo è la soluzione perfetta: si tratta di un preservativo in lattice da inserire come un tampone. Al suo interno, però, presenta file frastagliate di ganci simili a denti che si attaccano al pene durante la penetrazione. Una volta attaccato, solo un medico può rimuoverlo: una procedura che Ehlers spera sarà eseguita con le autorità in attesa di effettuare un arresto. "Fa male, non puoi fare pipì e camminare quando è ce l'hai addosso", ha spiegato, "Se cerchi di rimuoverlo, si stringerà ancora di più...". Insomma più o meno quello che Despentes si augurava, ma la faccenda è più complessa di così.

Intanto, dal 2010 a oggi, Rape-axe non è mai entrato in commercio e nessuno ha voluto produrlo, ma esiste anche una petizione su GoFundMe con l'obiettivo di continuare a sviluppare un prodotto e portarlo sul mercato. Che ci crediate o no la raccolta fondi è ancora molto molto lontana dal suo obiettivo. Qual è il motivo?

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Quello che Despantes e anche altre teoriche e attiviste femministe (no, non tutte la pensano allo stesso modo) direbbero è che alle donne viene insegnato a ripudiare la violenza in ogni caso, anche quando potrebbe essere necessaria a proteggersi. “Un’economia politica ancestrale, implacabile, insegna alle donne a non difendersi. Come al solito, doppio vincolo: ci dicono che non c’è niente di più grave e, al tempo stesso, che non dobbiamo né difenderci né vendicarci. Soffrire, e non poter fare altro. Una spada di Damocle tra le gambe”.

Se questo può essere vero per certi aspetti, la questione non finisce certo qui. Secondo Sophie Barre che si occupa di formazione sulla rape culture per il collettivo femminista francese NousToutes, il preservativo antistupro è una "pessima idea". "È assurdo, inefficace e profondamente pericoloso. Punisce il criminale, ma non è un sistema 'anti-stupro'. Non protegge le vittime e la penetrazione avviene comunque". Secondo l'attivista il prototipo è frutto degli stereotipi che ancora circondano l'idea che abbiamo della violenza sessuale. Lo stupro non è solo "nella vagina" e inoltre può avvenire anche in contesti dove non ti aspetteresti una violenza: "Lo stupro è il risultato di una relazione di dominio nella società. Le persone che violentano sono genitori, familiari, coniugi ed ex coniugi, supervisori, ecc". In più Barre sostiene che l'idea che sia la vittima a doversi difendere è molto dannosa e alimenta ancora una volta il victim blaming: "In tribunale, chiederanno alla vittima perché non indossava un dispositivo anti-stupro, sottintendendo che era consenziente”. Qual è la soluzione, quindi? Secondo Barre, una sola: il cambiamento culturale. Dobbiamo agire a livello di educazione e formazione sui ragazzi per "far sì che gli uomini smettano di stuprare", solo così sarà possibile costruire una società più rispettosa e meno violenta. “Gli uomini dovrebbero essere contenti che le donne vogliono parità e non vendetta”, scrive l'autrice britannica Otegha Uwagba e forse ha davvero ragione.

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