Sassoli non era un ecumenico: sapeva dire no ai sovranisti

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ROME, ITALY - JANUARY 13: People pay tribute to the family of the President of the European Parliament David Sassoli, who died at the age of 65, at the burial chamber of Rome's town hall Campidoglio, on January 13, 2022 in Rome, Italy. Italian David Sassoli, President of the European Parliament, died at 65 years-old. A former TV presenter, he had led the parliamentary assembly since 2019. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)
ROME, ITALY - JANUARY 13: People pay tribute to the family of the President of the European Parliament David Sassoli, who died at the age of 65, at the burial chamber of Rome's town hall Campidoglio, on January 13, 2022 in Rome, Italy. Italian David Sassoli, President of the European Parliament, died at 65 years-old. A former TV presenter, he had led the parliamentary assembly since 2019. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images) (Photo: Antonio Masiello via Getty Images)

C’è una considerazione politica che sta facendo molto rumore in questi giorni di lutto per la morte di David Sassoli. Ci riferiamo alle parole pronunciate ieri da Gianni Letta, alla camera ardente allestita al Campidoglio per commemorare il presidente del Parlamento europeo. “Se il clima sentito alla Camera e al Senato nel ricordo di David fosse quello che porta i grandi elettori a votare per il presidente della Repubblica - ha detto Letta - sarebbe una grandissima lezione: il contributo di David alla pacificazione del Paese e allo sviluppo dell’Italia”. Appellarsi al ricordo di chi è appena scomparso, nel tentativo di diradare la nebbia intorno all’elezione del successore di Sergio Mattarella, la dice lunga sullo stallo delle trattative in corso tra i partiti. Ma se si finisce per annacquare l’idea di ‘pacificazione’ di Sassoli in un ecumenismo indistinto, si rischia davvero di rendere un cattivo servizio alla storia e alla sua memoria.

Sassoli era un socialista cattolico, non certo un ecumenico. Era per il dialogo ma con precise condizioni: la difesa dei diritti, dello stato di diritto in Europa, l’europeismo. Il presidente del Parlamento europeo diceva no ai sovranisti. Lo diceva e lo faceva.

Subito dopo l’elezione alla presidenza del Parlamento Europeo a luglio del 2019, fu lui a costruire un muro di cinta intorno alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen affinché riuscisse a essere eletta con i voti delle sole forze europeiste. Era l’anno dell’assalto all’Europa da parte dei partiti euroscettici. In Italia c’era il governo Conte I di M5s e Lega. Per Sassoli, costruire l’elezione di von der Leyen su pilastri esclusivamente europeisti era l’atto fondativo, giusto e necessario per avviare bene la nuova legislatura e mettere a segno una reazione forte dell’Unione contro i suoi nemici. Di fatto, escludendoli dai posti comando.

Fu il prodromo di quanto avvenne poco dopo in Italia, con la crisi del Conte I e la nascita del governo Pd-M5s. Uno tra i più entusiasti in Europa, per la nuova svolta politica, era appunto Sassoli: ne fu regista a Bruxelles. Era stato lui a inaugurare l’alleanza tra Pd e M5s al momento della sua elezione alla presidenza, ‘corredata’ dall’elezione del pentastellato Fabio Massimo Castaldo alla vicepresidenza.

Tutti gli atti del suo mandato da presidente trasudano questa impostazione. Insieme alla maggioranza parlamentare, Sassoli è stato l’interprete più severo della condizionalità legata allo stato di diritto per bloccare i fondi del Next Generation Eu a Polonia e Ungheria. Quando ha accettato l’invito di Boris Johnson a Londra, nel pieno della crisi dei rapporti tra il Regno Unito e l’Ue per le difficoltà a trovare un accordo sulla Brexit, Sassoli non è stato per niente diplomatico. In un’intervista alla Bbc dopo l’incontro a Downing Street, il suo solito sorriso ha accompagnato parole ironiche e irriverenti verso Johnson. Della serie, si confida nella “fantasia” del premier britannico per uscire dall’impasse. Anche l’intervistatrice ne è rimasta colpita: non si aspettava tanta ‘franchezza’.

Sassoli era “uomo di parte e di tutti perché la sua parte era la persona”, ha detto oggi nella sua omelia ai funerali il cardinale Matteo Zuppi, amico del presidente dai tempi del liceo. Insieme hanno condiviso un’idea di cristianità vicina agli ultimi, alle “vittime”. Sassoli ha aperto la porta del Parlamento alle ong che si occupano di migranti, Salvini gli chiudeva i porti, per chiarire.

È chiaro che eleggere un presidente a larga maggioranza rafforzerebbe il nuovo inquilino del Colle ed è certo obiettivo che i partiti dovrebbero ricercare, visti i tempi di frantumazione del quadro politico. Ma chiamare in causa Sassoli per scavalcare differenze dirimenti nell’arco politico odierno su diritti ed europeismo, significa confondere la sua mitezza per ingenuità, la sua capacità di dialogo per superficialità, la sua tendenza innata alla ‘pacificazione’ per indifferenza.

Sassoli invece amava le battaglie politiche, ci prendeva gusto a costruire dialettiche con l’avversario, che fosse sovranista o nostalgico del fascismo e nazismo, oppure frugale del nord Europa. Lo faceva con un’arte tutta sua di imporsi senza attrarre odio. È un concetto un po’ diverso dalla concordia nazionale che passa sopra ai contenuti. È il motivo per cui - diciamolo - la destra non lo avrebbe mai votato come presidente della Repubblica, fosse stato vivo, fosse stato candidato.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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