Se fosse vero che Kim Jong-un ha bandito gli skinny jeans in Corea del Nord meglio capire perché

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Photo credit: Getty Images
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Si scrive "Repubblica Popolare Democratica di Corea", si legge "dittatura". E come ogni sistema totalitario narrato dalla storia, sì, le dittature riescono inevitabilmente a metter bocca anche sul modo di vestire (cosa vuoi che importi, a loro, delle tendenze). Il leader della Corea del Nord Kim Jong-un ha ufficialmente bandito gli skinny jeans (e tutta una serie di capi e accessori alla moda). A riportare la notizia è il South China Morning Post che cita il titolo del quotidiano di stato coreano, Rodong Sinumn: “Dobbiamo diffidare anche del minimo segno dello stile di vita capitalistico e lottare per sbarazzarcene”.

Il titolo di giornale con cui la Corea del Nord ha annunciato al suo popolo il divieto assoluto di indossare gli skinny jeans (ma anche piercing sulle labbra e T-shirt con slogan, stando alla fonte) riecheggia non solo come una delle tante strategie di Kim Jong-un per lottare contro il capitalismo, ma anche come un ripudio totale dell’occidente. Gli skinny jeans erano infatti diventati anche in Corea del Nord una tendenza denim apprezzatissima, in particolar modo tra le generazioni millennial e la Gen Z, e per averne prova bastava aprire TikTok. Un moda che non è andata di genio al dittatore Kim Jong-un, e quindi: via gli skinny jeans dal dizionario della moda nord-coreana. Banditi.

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Questa decisione estrema non risuona affatto nuova: di sistemi totalitari che hanno bandito questa o quella tendenza (occidentale o meno) se ne potrebbero rintracciare tantissimi, ma il decreto che vieta gli skinny jeans su volere di Kim Jong-un ricorda in parte anche quanto accadde in Cina durante la Rivoluzione Culturale di Mao Zedong. Come spiega Jianhua Zhao in Chinese Fashion Industry, nel decennio dal 1966 al 1976 – in cui Mao strinse la morsa del suo potere accentratore – fu vietata al popolo ogni forma di estrosità. La sobrietà fu abbracciata in modo tacito perché distinguersi stilisticamente dalla massa non sarebbe stato sinonimo di patriottismo. Per pensare uguale, occorreva vestire uguale. Lotta di classe e guerra al capitalismo vennero prima di ogni altra cosa: prima ancora della libertà di indossare gli abiti tradizionali, di esprimere personalità e femminilità.

Photo credit: Jean Chung - Getty Images
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La celebre tuta “alla Mao” (che stando alla fonte era considerata al pari di un completo Armani) però era concessa. Utilitarismo allo stato puro. Ci sono voluti decenni e graduali riforme di apertura sotto il nome del successore Deng Xiaoping dalla fine dell’epoca di Mao (era il 1976) in poi, perché la Cina potesse sperimentare la forza di un sistema moda con caratteristiche tipicamente cinesi: lo dimostrano oggi le nuove leve, la nuova generazione di creativi cinesi che sta riscrivendo la storia della fashion industry con le proprie idee e con la celebrazione della propria cultura millenaria. Una rivincita per la creatività cinese che è andata di pari passo anche con la nascita di una cultura pop rappresentativa e figlia della sua epoca. Ma di cultura K-pop (che sta per Korean pop, ndr), in Corea del Nord, manco a parlarne: ad oggi, persino i gruppi musicali sono stati banditi. E mezzo secolo dopo, ecco che la storia si ripete.