Se la piccola isola di Kihnu nel Baltico viene chiamata "isola delle donne" un motivo c'è...

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Photo credit: Jean-Luc LUYSSEN - Getty Images
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Quasi tutto a Kihnu, piccola isola estone nel Mar Baltico, è sotto protezione dell'UNESCO, come patrimonio dell'umanità: le case color pastello, il faro bianco e azzurro, la natura, ma sopratutto i canti che accompagnano le serate, l'artigianato, le gonne a fiori e i foulard colorati delle donne. È un luogo senza tempo in precario equilibrio con la modernità del mondo esterno e che deve (dovrebbe) rimanere tale perché unico nel suo genere. Kihnu la chiamano "l'isola delle donne" e non certo a torto visto che sono loro a mantenere le tradizioni, a prendere le decisioni e a amministrare l'isola mentre gli uomini si dedicano alla pesca allontanandosi per mesi dalla costa. C'è chi dice che sia una delle ultime società matriarcali, chissà se anche le abitanti dell'isola la pensano così.

Photo credit: Jean-Luc LUYSSEN - Getty Images
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Sicuramente il colpo d'occhio giustifica la fama di Kihnu: in giro si vedono solo donne. Non è che gli uomini non ci siano, solo che nei secoli hanno continuato ad andarsene, cercando fortuna e lavorando fuori dall'isola come pescatori, carpentieri, soldati. Le donne invece sono rimaste. "Gli uomini sono sempre lontani dall'isola e questa è la ragione storica per cui le donne col tempo sono diventate forti e indipendenti" spiega la leader della comunità insulare Mare Matas, presidente della Kihnu Cultural Space Foundation. Girando per l'isola le donne che si incontrano sono indaffarate, a volte indossano i loro costumi tradizionali: gonne colorate, incredibilmente simili a quelle delle donne andine peruviane, camicette ricamate, calze fatte a maglia e foulard a fiori dai colori vivaci. Guidano trattori, arano i campi, affumicano le aringhe, scaricano la legna: non ci sono ruoli di genere che le vogliono a casa a cucinare, sull'isola sono loro a gestire la comunità occupandosi di tutto.

Photo credit: Jean-Luc LUYSSEN - Getty Images
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Parte integrante della vita a Kihnu è la musica: c'è chi suona violini o fisarmoniche, chi canta, chi balla. Si tratta di una tradizione orale di origine precristiana, nota come canti runici o kalevala-metri. Sono momenti conviviali dove la comunità si riunisce, ma la musica accompagna anche le attività artigianali collettive ed è il pilastro dei rituali di Khinu, delle cerimonie religiose e dei matrimoni. Tutto intorno ci sono prati, boschi, baie di sassi e in inverno tanto ghiaccio e quando il mare gela, il traghetto si ferma e i collegamenti con la terraferma diventano ancora più rari e difficoltosi. Le donne dell'isola si tramandano tradizioni centenarie sopravvissute a un clima tutt'altro che ospitale, al duro lavoro e a 50 anni di occupazione sovietica.

Photo credit: Jean-Luc LUYSSEN - Getty Images
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L'equilibrio di Khinu oggi è precario. Questa società femminile che tanto affascina i visitatori, poco abituati a vedersi circondati da tante donne, rischia di venire intaccata per sempre dalle difficoltà economiche che spingono molti abitanti ad andarsene. Anche il turismo può mettere a rischio le tradizioni e così le autorità cercano di limitare visite di massa. "Apprezziamo ovviamente il turismo ma quello di tipo culturale", spiegano dal museo Kihnu Cultural Space, "ovvero quello che porta sulla nostra isola persone davvero interessate alla nostra cultura, al nostro stile di vita, a come viviamo nella quotidianità. Se sono interessati sono tutti i benvenuti".

Photo credit: ALESSANDRO RAMPAZZO - Getty Images
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