Se nelle fabbriche si muore di Pil. Il punto critico di Corrado Formigli

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Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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Non sono un giudice e non spetta a me stabilire una verità giudiziaria sulla morte di una giovane donna di 22 anni, Luana d’Orazio (nella foto il murale a lei dedicato), risucchiata in un laboratorio di Prato da un orditoio, una grossa macchina tessile che l’ha trascinata in una fessura di 40 centimetri schiacciandole il torace e ingoiandole la vita. Ma la vicenda di questa ragazza piena di sogni e di entusiasmo racconta dove stiamo andando. E quanto spietata e affannosa sia la nostra rincorsa verso la ripresa economica.

Le ferite della pandemia non le leggi soltanto nel numero dei morti da infezione, nelle statistiche delle aziende chiuse, dei posti di lavoro persi. Il corpo martoriato di Luana, anche quello è una cicatrice indelebile dell’epidemia. Che cosa è successo infatti in questo anno e mezzo di covid? Milioni di lavoratori sono rimasti a casa in smart working. Fra loro, tanti dipendenti pubblici. Sempre aperti invece i settori essenziali. Come i laboratori tessili, ingranaggio della filiera dei vestiti, settore strategico anche se azzoppato dalla crisi dei consumi. Man mano che la recessione avanza, si è diffuso l’imperativo della crescita.

Il nostro futuro si chiama Pil. Liberandoci di “burocrazie” e “controlli”. Come se tutto ciò che somiglia a una elementare sorveglianza delle regole, della sicurezza sul lavoro diventasse d’un tratto un attentato alla fatturazione, uno spreco di risorse inammissibile. Così, anche a Prato sono rimasti a casa dipendenti delle Asl e degli uffici del lavoro. I guardiani della sicurezza. Chi invece deve produrre – e anche in fretta – è andato ogni giorno in fabbrica. Come Luana, alla quale hanno assegnato un orditoio tutto suo anche se era soltanto un’apprendista. Senza esperienza, con personale ridotto, accanto al mostro meccanico che l’ha uccisa.

Quella morte poteva essere evitata? Quel telaio era sicuro e ben mantenuto? Di sicuro a Prato raccontano che i controlli in questo ultimo anno sono drasticamente diminuiti. Mentre nell’azienda di Luana, come in altre mille fabbriche italiane, l’imperativo è stato categorico: correre. Produrre. «Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti, cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una». È l’attacco memorabile di un reportage di Giorgio Bocca di 59 anni fa, pubblicato sul Giorno. Dedicato al boom delle calzature a Vigevano in un’Italia proiettata verso il futuro. Da allora, la civiltà delle regole ha trasformato le fabbriche in luoghi più sicuri. Nascondere la verità su Luana in nome del profitto sarebbe un insulto a lei e a suo figlio di cinque anni.