Si vince e si perde. Non bastano né il talento né l’impegno a guadagnarsi una vita da campioni

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Photo credit: elle
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Si vince e si perde. Si gioca in Nazionale portando punti e gloria e si sta in panchina. A volte a ragione, a volte no. Non bastano né il talento né l’impegno a guadagnarsi una vita da campioni, la caduta è sempre dietro l’angolo, fa parte del gioco. Impensabile fingere di non saperlo, nemmeno quando si sale sul gradino più alto del podio.

Non sono una sportiva, chiariamolo subito. Tutte le volte che sento arrivare una vaga voglia di correre, mi siedo un attimo e aspetto che passi. Dicono che poi diventi una droga e io sono contraria a ogni forma di dipendenza. Pur essendo in moto perpetuo, non è mai a fini atletici, al massimo per bruciare calorie, con eloquente sottofondo di sbuffi.

Però dello sport mi piace la metafora. Tutta l’epica che c’è dietro. Lo sforzo, la fatica, l’ebbrezza della vittoria che ripaga dei sacrifici fatti, la determinazione focalizzata all’obiettivo. La sintonia di squadra, lo spogliatoio, le alleanze e gli antagonismi. La competizione! E poi la sconfitta. Il gusto amaro dell’impresa mancata. Quella vertigine che ti prende quando annusi la fine e ti senti morto dentro, l’acqua della doccia che scorre insieme alle lacrime, la mente che gira a vuoto tornando al prima e al dopo, in modo compulsivo, a tutti gli errori che si potevano evitare, errori veri o immaginari, che pungono come chiodi.

Benedetta Pilato, fiore all’occhiello del nuoto femminile, campionessa europea e già primatista mondiale sui 50 metri rana, ci ha detto (nell’intervista che trovate a pag. 34) che l’avversario da battere a Tokyo è “se stessa”. Arriva alle sue prime Olimpiadi a 16 anni (come la Pellegrini nel 2004 ad Atene), senza averne mai vista una nemmeno alla tivù. Immaginate le aspettative. Per quanto dica che, comunque vada, si sarà almeno goduta l’esperienza, mi pare già di sentirla quella vocina interiore che dolcemente le sussurra di non fallire, di andare lì per vincere, ché quel bel motto di De Coubertin sull’importanza del partecipare è risaputo che è solo propaganda, consolazione per dilettanti, non per chi ha punti e stoffa da vendere. È sempre dentro di te l’avversario. Nei limiti da superare, nell’insicurezza che gioca a dadi con la coscienza di ciò che vali e la paura che nessuno se ne accorga, nell’asticella che sale e nella fame di consensi che non si sazia mai, soprattutto quando ci prendi gusto.

È sempre un miracolo assistere al campione che sboccia. Intravedere il potenziale eroico dietro la faccia limpida del quasi esordiente che inanella medaglie, ma ancora non sa niente di tutto il carrozzone che c’è dietro. Gli sponsor, i soldi, le federazioni, il carico di pressioni che lentamente sale e rischia di travolgerti se non sei più che solido. Com’è successo a Federica Pellegrini, quest’anno alla sua quinta e ultima Olimpiade, che in quasi 20 anni di premi e di podi non è sfuggita al tonfo sordo della débâcle, le crisi d’ansia, gli anni sabbatici per sgomberare la testa e il cuore dal terrore di non farcela, e ripigliarsi insieme alla vita la voglia di entrare ancora in piscina.

O come a Naomi Osaka, astro nascente del tennis femminile e numero due del ranking mondiale, che dopo la vittoria all’Open di Francia ha disertato l’incontro coi media per poi ritirarsi dal torneo per tutelare la sua psiche. Troppo forte lo stress a cui si è sottoposti, troppo alte le richieste del “sistema” e l’ansia sociale che alla fine ti prende se perdi il diritto di dire di no. A volte ci vuole più coraggio a mostrarsi indifesi che a fingersi forti. La rivedremo ai Giochi olimpici gareggiare per i colori del Paese in cui è nata, il Giappone, ma portando dentro di sé anche gli altri colori, quelli del padre haitiano e della sua storia di asio-americana cresciuta a Long Island, New York, ma anche quelli delle sue battaglie contro tutte le discriminazioni legate al genere, alla razza, alla salute mentale.

Ci tenevo a chiudere la mia avventura su "Elle" con delle belle storie di atlete che sono però anche donne normali. Fragili e umane. Storie che raccontano il valore e i valori delle persone al di là del loro ruolo. Della fatica che c’è dietro al risultato. Del desiderio di volare alto senza barare mai, scegliendo sempre impegno e onestà. Mettendoci più di quello che sarebbe strettamente necessario, cioè un pezzo di sé, del proprio tempo, della propria energia, della propria dedizione, della propria fantasia, della propria audacia e della propria vulnerabilità.

"Elle" è stato le mie Olimpiadi. La gara più importante, il traguardo più bello. Ringrazio tutti coloro che hanno giocato insieme a me e lo hanno fatto con lo stesso spirito, senza paura di farsi male, pronti a raccogliere i fischi e gli applausi, cadere, rialzarsi, se necessario ricominciare. Senza sentire la fatica, perché le cose che ami difficilmente ti affaticano, semmai ti riempiono e ti accrescono, ti rendono migliore. Grazie anche a tutte voi lettrici, che avete avuto la curiosità di leggerci, la voglia di scriverci, la pazienza di arrivare in fondo ai miei sproloqui. Mi mancherete tantissimo. Qui si chiude il mio ultimo numero. Buona fortuna a tutti i miei prodi, i miei adorati compagni di viaggio. Che vanno, che restano, che cambiano vita. È stato bellissimo avervi incontrato. Altre sfide arriveranno. Giocate sempre per vincere, mai soltanto per partecipare.

Grazie Maria Elena

Un collega, molto bravo, mi ha chiesto – per anni – più e più volte: «Perché non trasformiamo ELLE da mensile in settimanale?». E la mia risposta – per anni – è stata: «Bell’idea, ma sarebbe un cambiamento molto profondo. È un progetto velleitario e io non voglio correre il rischio di passare alla storia come l’editore che ha rovinato quel gioiello che è ELLE Italia». Il talento dimostrato da Maria Elena mi ha poi convinto che ELLE settimanale era un progetto sì ambizioso, ma non velleitario: con lei si poteva fare. L’abbiamo fatto. E se oggi abbiamo il settimanale di grandissimo successo che avete in mano, il merito è suo. Quindi, grazie Maria Elena, a nome mio, di Hearst e – ne sono certo – di tutte le tue lettrici.

(Giacomo Moletto CEO Hearst Italia)

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