Silvia Venturini Fendi, imperatrice di Roma

Di Lydia Slater
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Photo credit: Victor VIRGILE - Getty Images
Photo credit: Victor VIRGILE - Getty Images

From Harper's BAZAAR

Durante la milano Fashion Week di febbraio scorso, ricca di drammi e di spettacolo, la sfilata Autunno Inverno 2021 di Fendi è stata qualcosa di speciale. Gli altri designer hanno presentato le loro collezioni al cospetto di un uditorio numeroso, accompagnato da una colonna sonora martellante. Fendi invece ha condotto i suoi ospiti in un boudoir intimo e delicatamente illuminato, arredato con mobili dai profili morbidi e arrotondati e da un tappeto spesso, in sfumature rosate. Gli abiti erano tattili, imbottiti e color pastello, le silhouette erano curvilinee, tuttavia le modelle li indossavano con audacia e potere. La seconda collezione in solitaria di Silvia Venturini Fendi è stata una celebrazione assoluta della femminilità e del femminismo in una volta sola, che le è valsa un applauso gonfio di estasi. Circostanza ha voluto che l’evento fosse anche uno degli ultimi destinati a tenersi dal vivo, prima dell’avvento del Coronavirus e che gli addetti ai lavori lasciassero Milano.

“Sì, in effetti siamo stati tra gli ultimi show con contatto fisico tra le persone”, racconta Silvia quando la incontro (su Zoom) nel suo ufficio, al settimo piano dell’iconico Palazzo della Civiltà Italiana, a Roma. Lei è tornata al lavoro da tre settimane. Dinamica e calorosa, con il suo inconfondibile caschetto platino, è vestita, come sempre, con capi eleganti e austeri, una giacca nera e una camicia abbottonata fino al collo, decorata da monogrammi Fendi. “Oggi vedo tutto con una prospettiva diversa”, mi dice.

Photo credit: Matteo Scarpellini - Imaxtree
Photo credit: Matteo Scarpellini - Imaxtree

“La scorsa sfilata abbiamo incluso un sacco di abiti da sera nel moodboard, quindi l’idea di indossare qualcosa che stesse comodo era nell’aria”, racconta. “Allo stesso modo, niente sarebbe stato più giusto di un casting inclusivo, anche con donne più mature, donne di colore, e anche le prime donne curvilinee a sfilare per il nostro brand, Jill Kortleve e Paloma Elsesser”.

“E poi bé, c’è da dire che io non sono una stilista super skinny”, commenta con una risatina. “Questa sfilata è stata un modo per liberare tutti, ma forse prima di tutti me stessa. Volevo parlare alle donne in un modo reale. Quando sei una donna alla guida creativa di un marchio, puoi veramente esplorare la femminilità. Si tratta di una materia misteriosa: ci sono così tanti modi di rappresentarla, io ho deciso di farlo attraverso il casting. Per gli uomini, siamo suore o siamo meretrici, e in mezzo non esiste nulla, veramente”, aggiunge.

Photo credit: Alessandro Zeno
Photo credit: Alessandro Zeno

Nel suo studio creativo, il numero di impiegate donne batte 10 a 0 quello degli uomini. “Questa collezione è il frutto del lavoro di tante donne. È importante perché per molti, molti anni la moda è stata dominata dagli uomini”.

Stranamente, però, proprio Fendi è stato da sempre un marchio condotto dalle donne, sin da quando Adele Casagrande, aprì nel 1918 un laboratorio di pelli e pellicce nel centro di Roma. Lo stesso laboratorio venne rinominato quando nel 1925 lei sposò Edoardo Fendi. “È sempre stata una piccola rivoluzione, sin dall’inizio”, racconta Silvia, che ricorda Adele come una figura formidabile, che indossava solo sfumature di blu e un preciso stile di abito – chemisier plissettato con una sciarpa attorno al collo– insieme alle scarpe artigianali di Petrocchi. “Sapeva esattamente quello che voleva. Era il vero capo della famiglia, e io ho sempre nutrito tantissimo rispetto per lei…era davvero una donna molto astuta”.

I Fendi hanno avuto cinque figlie, Paola, Franca, Carla, Alda e Anna, che ha preso in mano il business di famiglia. In quanto figlia di Anna, Silvia è naturalmente nata nella mondo della moda – amava giocare nell’atelier, e il suo primo lavoro sulla pubblicità di Fendi fu a soli sei anni - ma, allo stesso tempo, è stata anche testimone della grande fatica che la madre ha dovuto affrontare per raggiungere il successo.

“Lavorava notte e giorno. Per una donna, essere al capo di una compagnia e riuscire a ottenere i grandi successi che aveva, significava dover lavorare tre volte più duramente di quanto un uomo avrebbe dovuto fare”. Per istruire la figlia a una carriera nella moda, Anna le ha anche insegnato a lottare: “Mia madre non mi ha mai comprato un vestito rosa; mi ha sempre vestita con pantaloni, colori neri, molto severi, in certi versi quasi calvinisti. Quando le ho chiesto il perché, lei mi ha detto: ‘Dovevo prepararti a essere meno frivola, perché so che avrai da lavorare molto e a dare il cento per cento di te stessa al lavoro”. Questo ha ispirato Silvia a dedicare la sua collezione Autunno Inverno alle sfumatura del rosa. “Volevo dare al colore che in passato ha sempre significato debolezza, una nuova interpretazione. Ho voluto ritrarre una donna molto forte e vestirla di rosa. È stato liberatorio”.

Nonostante le convenzioni sociali degli anni Sessanta, fu proprio il padre di Silvia, Giulio Venturini, un ingegnere civile, a prendere in mano le faccende domestiche. “Era davvero un bravo, bravissimo cuoco. Mio padre era più una madre in verità, ci preparava il pranzo, ci veniva a prendere a scuola. Era un brav’uomo, non si è mai sentito meno potente solo perché era lui ad andare al mercato a fare la spesa; era molto moderno. Alla nostra scuola, ricordo, era sempre nominato il papà migliore, fondamentalmente perché era l’unico ad esserci sempre. Ero molto fiera di questo”. Sfortunatamente, quando è venuto a mancare, Silvia aveva soltanto quindici anni. “Ci siamo sentite perse io e le mie sorelle, è stato molto difficile da affrontare”.

Photo credit: Daniele Oberrauch - Imaxtree
Photo credit: Daniele Oberrauch - Imaxtree

L’altra grande influenza maschile nella vita della designer è arrivata quando Karl Lagerfeld, che al tempo era un designer molto meno conosciuto, è venuto a far parte della Maison Fendi per ricoprire il ruolo di direttore creativo, quando Silvia era ancora ragazza. “Pensavo fosse un mago”, dice. “Era incredibile cosa potesse fare con un foglio di carta bianco e una matita – non ho mai visto nessuno fare uno schizzo tanto bene e tanto velocemente. Ogni qual volta c’era Karl, piuttosto che rimanere a casa a giocare con le bambole, facevo di tutto per farmi portare lì da lui”. L’ammirazione sembra essere stata sempre bilaterale: Lagerfeld, è sempre stato incantato dal talento della giovane. “Ha sempre saputo fin dall’inizio che il mio interesse nei suoi confronti era completamente genuino. La gente ha sempre pensato che fosse un tipo burbero e cinico, ma non lo era affatto. Con i bambini era molto gentile. Non l’ho mai trovato duro, mai”.

Lagerfeld è diventato infatti membro stretto della famiglia Fendi, tanto da passare con loro anche le feste di Natale. “Più avanti, quando ha preso in mano le redini di Chanel, il tempo è venuto meno, e questo tipo di rituali sono andati persi. Tuttavia, conservo ancora dei ricordi splendidi legati al momento in cui, nonostante il lavoro, ci fosse tempo da passare insieme per il puro gusto di farlo”. La forza della relazione crebbe quando Silvia diventò una parte più attiva all’interno del brand, lanciando il secondo brand Fendissime nel 1987 e negli anni Novanta, entrando a far parte del team creativo accessori di Fendi. “Parlavamo un sacco, ci facevamo battute, ma Karl ha sempre saputo di non dovermi chiedere nulla due volte”.

Nel 1997, è stata lei a lanciare l’iconica Baguette – così chiamata perché, con la sua forma allungata e short strap, era pensata per essere portata sottobraccio, come una baguette -, diventata presto una delle borse più iconiche della decade, prodotta in oltre mille varianti. Successivamente, ha preso in mano il controllo del menswear, è diventata l’ultima della famiglia a lavorare direttamente al marchio e, infine, dopo la morte di Lagerfeld, gli è successa come direttore creativo della Maison.

Silvia ha certamente ereditato il dinamismo e la creatività dalla madre. Nonostante abbia provato sempre a bilanciare la vita privata e il lavoro, ha notato come il lockdown sia servito a riunire la sua grande famiglia, incluso il figlio Giulio – che lei chiama un “anti-moda totale” – la designer di gioielli Delfina Delettrez, e Leonetta, che al momento sta studiando International Migration and Public Policy alla London School of Economics e, secondo quanto dice la madre, “vuole cambiare il mondo, anche se non so ancora se lo voglia fare attraverso la moda”. I primi giorni, racconta Silvia, ha provato a continuare a lavorare da casa. Quando però le fabbriche hanno chiuso, ha deciso di abbandonarsi agli eventi: “Tre mesi per me sono serviti a riconnettermi con me stessa, con la mia infanzia. Ho passato le giornate lunghe senza nulla da fare, sognando a occhi aperti… Naturalmente ci sono stati anche momenti molto difficili. Non ho visto mia madre per molto tempo ed ero preoccupata per alcuni amici, ma dopo le prime due settimane ci siamo sentiti più al sicuro”. In ogni caso poi, Silvia è tornata a lavoro, per programmare la ripartenza con la sfilata che questo settembre è stata presentata a Milano.

Photo credit: Daniele Oberrauch - Imaxtree
Photo credit: Daniele Oberrauch - Imaxtree

“Credo molto nel contatto umano”, mi racconta. In un momento delicato come questo, mi viene spontaneo immaginare quanto le possa mancare il suo mentore. Glielo chiedo, lei annuisce. “Mi sono chiesta a lungo ‘Cosa farebbe Karl?’” dice. “Credo avrebbe colto l’opportunità per rimescolare le carte. Era molto bravo a prendere al volo le opportunità, reinventarsi. Credo che da questa situazione ne sarebbe uscito totalmente rinnovato”. Lei stessa si sente piena di energia, dopo aver trascorso molto tempo con la sua nipotina Emma di tredici anni, figlia di Delfina. “Non hai idea di quanto mi ispiri! Fa parte della Gen Z – è interessante capire che cosa interessi a questi ragazzi. Sto riflettendo molto su questa cosa”.

“Al momento sto lavorando su progetti che non hanno troppo a che fare con i vestiti, ma piuttosto con prodotti di Fendi legati alla vita reale”. Non vuole raccontarmi di più, ma ha già parlato del suo desiderio di voler creare prodotti hi-tech, indumenti che aiutino il settore medico, come un paio di scarpe che emetta luce per ricordare a chi le indossa il distanziamento sociale, o ancora, una t-shirt che monitori la pressione sanguigna. “Tutto ciò che è successo ci ha colpiti moltissimo, quindi credo che questo si ripercuoterà anche negli abiti che vedremo. Sono molto emozionata!”.