Smart working = Lavoro d’ufficio + Lavoro domestico. Contemporaneamente. Cosa non ha funzionato?

Di Maria Elena Viola
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Photo credit: Elle
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C’è stato un tempo in cui si chiedeva: «Oggi fai mezza giornata di ferie?», rivolgendosi al collega che con fare circospetto sgattaiolava alla chetichella fuori dall’ufficio intorno alle sei e mezza, rasentando i muri con l'illusione di non essere visto. Lo si diceva con bonario sarcasmo, sottintendendo che a quell’ora si fosse ancora in piena attività e bisognava essere molto incoscienti o molto furbi, per tagliare la corda senza almeno un fardello di sensi di colpa verso i compagni di desk che indefessi restavano. Spesso, a scaldare la sedia.

C’è stato un tempo in cui per fare carriera bisognava fermarsi. Stare col capo chino davanti a computer e a scartoffie almeno fino all’uscita del boss per dimostrare eroico attaccamento al lavoro e attitudine allo sfiancamento meritevole di promozione.

C’è stato un tempo in cui le riunioni si facevamo sempre in orario di uscita, così, per sfregio, tanto per testare la resistenza fisica e psicologica della truppa e eventualmente schedare con nomi e cognomi i lavativi inadatti a reggere i ritmi del business never give up.

C’è stato un tempo in cui lavoratrici femmine in perenne affanno chiedevano a capi potenzialmente illuminati la possibilità di trovare modalità più flessibili e meno vincolanti per misurare il loro impegno, barattando il lavoro consegnato in anticipo con la possibilità di partecipare al saggio di hop hop della figlia, ovviamente in orario da tata.

Ma non bastava l’illuminismo del capo a riformattare l’assioma del lavoro a disco orario, perché c’erano altri capi sopra i capi che non conoscevano altro modo per valutare performance e meriti se non con la logica del cartellino. Al saggio di hop hop si andava comunque, ma sempre col fiatone e la spiacevole sensazione di aver estorto un favore, non di aver esercitato un diritto.

Quel tempo era 8 mesi fa. Febbraio, 2020 a.C., avanti Covid. Prima che la pandemia ci ricacciasse tutti a casa e facesse scoprire alle aziende le meraviglie del lavoro da remoto. Un’opzione che esisteva già da tempo, almeno fin da quando è nato il portatile, ma che era considerata dai più una furbissima e colossale... Va be', avete capito. Tu stai a casa e io ti pago. Seh.

Dall’inizio del lockdown il 90 per cento delle grandi imprese e il 73 per cento di quelle di medie dimensioni hanno sperimentato lo smart working e capito che non solo “si può fare”, ma che può avere un impatto positivo sul rendimento, sulla produttività e anche sulla qualità della vita delle persone. Tutte, tranne le donne. Proprio coloro che reclamavano forme virtuose di “telelavoro”, sono rimaste fregate dalla più odiosa delle gabole: lavoro d’ufficio + lavoro domestico. Contemporaneamente. Crash al sistema. Burn out.

Cosa non ha funzionato? Che è cambiata location – dall’open space al soggiorno di casa – ma il paradigma è rimasto invariato. Orari, call, reperibilità h24, disponibilità non stop. Con la centrifuga in sottofondo. Se questo era l’assunto di base, chi mai l’avrebbe chiamato smart? Infatti lo smart working è un’altra cosa. È un lavoro senza vincoli di luogo e di orario, libero, flessibile, misurato non sul tempo ma sul risultato, votato insomma alla conciliazione. Una bella opportunità per le donne. Purché ci siano regole (esistono, ma vanno applicate) e nuove modalità.

Di questo parleremo al nostro forum di Elle Active! (il 7 novembre, siete ancora in tempo a iscrivervi!), con molte esperte e due ministre, Elena Bonetti e Nunzia Catalfo, che credono molto all’empowerment femminile e sanno che senza donne il futuro è azzoppato. Per questo si sono impegnate con i loro dicasteri, Famiglia e Lavoro, a fare proposte e azioni concrete per promuovere politiche di genere che diano sprint all’occupazione.

Serve ridirlo che siamo agli ultimi posti in Europa? Secondo l’ultimo rapporto Istat (a.C.), le donne impiegate in Italia sono il 48,4 per cento contro una media UE del 67,3 per cento. 37.000 neo-mamme hanno lasciato il lavoro nell’ultimo anno per occuparsi dei figli. Mentre su scala mondiale ci collochiamo al 76° posto per quel che riguarda il gender gap. Ancora ci sono interi settori da cui siamo tagliate fuori, solo in quanto femmine. Scienza, tecnologia, matematica, informatica, finanza, ingegneria...

Quando ci sono i numeri, non ci sono le donne. O meglio, sono poche. Con svantaggio per tutti. Usare al meglio le risorse femminili, vale la pena ripeterlo, fa crescere l’intero Paese, non è una partita solo nostra. E lo dimostrano le 10 donne Active! che vi presentiamo in questo numero. Donne che non hanno aspettato che fosse il mondo a cambiare, hanno iniziato loro. Seguendo alcuni principi. Primo: abbattere gli stereotipi. Secondo: non demordere. Lo dice anche Kamala Harris, intervistata in esclusiva da Elle (pag. 48): se vuoi qualcosa, combatti. Non sempre si riesce a vincere, ma già la lotta intrapresa è un apprezzabile passo in avanti.