Squid Game è la serie tv che non avresti mai voluto vedere e invece non puoi smettere di guardarla

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Photo credit: courtesy photo/Netflix
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Diciamocelo. Squid game non è esattamente il primo titolo che sceglieremmo navigando nel catalogo Netflix: è una serie tv coreana (e subito ti immagini un mattonazzo pazzesco), fruibile solo con i sottotitoli in italiano (Netflix, ma perché?!?) e a occhio prospetta molto sangue, tanta violenza e un gioco al massacro. Tuttavia ciascuno di noi ha vinto queste, legittime, resistenze per una ragione squisitamente sociale: proprio ora che possiamo uscire di casa, incontrare gente, tornare al lavoro, vogliamo essere impreparati sull'argomento di conversazione del momento? Ovvio che no. Mica possiamo fare scena muta piombando in un lockdown comunicativo. Dunque, infiliamoci queste benedette Vans bianche e addentriamoci nel fenomeno Squid game (sì, questo articolo sarà il vostro perfetto bigino di conversazione).

La storia

Il protagonista si chiama Seong Gi-hun e nel giro di qualche sequenza non lo sopporterete già più. Immaturo come solo un 40enne ancora a casa di mammà può essere, Gi-hun ha un chiaro (e gigantesco) problema con il gioco: per dire, sua madre si spacca la schiena, mantenendolo, e lui le ruba i soldi per scommettere sui cavalli. É pieno di debiti, ma proprio pieno pieno: stiamo parlando di cifre milionarie. Ormai i creditori vogliono farlo fuori e una parte di te pensa: "Uccidetelo pure, così la chiudiamo qui". Poi però la storia prende una piega inaspettata: sulla banchina della metropolita Gi - hun incontra un distinto signore che lo sfida a un gioco che, a quanto pare, è molto in voga tra i bambini della corea. Se Gi-hun vince, intasca una bella banconota; se perde può scegliere se farsi prendere a schiaffi o restituire i soldi. Dopo parecchi ceffoni il nostro inizia a prevalere guadagnando un bel gruzzoletto. Così, il signore distinto gli propone di partecipare a un gioco segreto. Non dà dettagli, ma solo un inquietante biglietto da visita che non lascia presagire nulla di buono. Gi-hun però non ci bada: ha in testa solo la parola "gioco" e negli occhi il colore delle banconote fruscianti. Così accetta e si ritrova catapultato in un Hunger game surreale: i 456 partecipanti (di cui lui è proprio il 456esimo) devono sfidarsi in giochi puerili e chi perde viene eliminato. Letteralmente. Nel senso che gli sparano a vista.

Photo credit: courtesy photo/foto di YOUNGKYU PARK/netflix
Photo credit: courtesy photo/foto di YOUNGKYU PARK/netflix

Perché funziona così tanto?

Ora, sugli Hunger games il cinema ci ha costruito un'intera saga distopica, interpretata da Jennifer Lawrence. Di per sé l'idea non sarebbe dunque così rivoluzionaria se non fosse per un decisivo particolare: in Squid game nessuno costringe nessuno a partecipare. Il massacro è consenziente e volontario. Sadismo? No, peggio: disperazione. I concorrenti sono infatti tutte persone come Gi - hun: malate di gioco e subissate dai debiti. Nel mondo reale conducono una vitaccia, all'insegna della dipendenza e delle fughe dai creditori. Molti, tra l'altro, hanno i giorni contati: la somma che devono restituire è troppo alta ed è garantito che ci rimarranno secchi. A questo punto, quindi, tanto vale giocarsela: magari si sopravvive agli hunger games e, con i soldi ottenuti, si possono ripagare i debiti. Sì, esatto: un ragionamento agghiacciante ma che tu, spettatore, cogli perfettamente pur non approvandolo. I personaggi sono infatti così ben scritti che riesci a entrare nel loro mondo di dipendenze, follie e violenza. Così, da quel momento la smetti di augurarti che qualcuno faccia fuori quella piaga umana di Gi-hun e vuoi sapere come cavolo andrà a finire tutta questa faccenda. Anche perché chi ha organizzato i giochi non è certo più santo dei concorrenti: c'è un sadismo manifesto nel farli fuori utilizzando sfide per definizioni innocue, in quanto prese dai giochi per bambini. Morale: Squid game piace perché è scritto benissimo, ha ritmo (nonostante i sottotitoli), ti prende ma soprattutto è la migliore campagna di sensibilizzazione contro la ludopatia che potremmo avere: ti fa toccare con mano cosa rischi a giocare d'azzardo e, come un vaso di pandora, ti travolge con il suo male di vivere. In Patria inoltre la serie ha scatenato moltissime polemiche: il debito familiare è un problema reale in Corea (noi invece, almeno questo, ce lo risparmiamo perché il debito familiare italiano è il più basso d'Europa). Dunque questa serie non è solo un gioco: è un tentativo di denuncia politica e sociale, oltre che una dura critica al capitalismo imperante. Piccola nota finale di colore (in realtà mica poi così piccola): le donne sono poche ma tostissime, rendendo onore alla categoria. Tra i ludopatici esauriti spicca in particolare la ladra interpretata da HoYeon Yung: un personaggio dallo sguardo dolente e l'intelligenza brillante. Impossibile non rimanerne affascinati. Non a caso l'attrice è sta seduta stante promossa a Global Ambassador della casa di moda Louis Vuitton.

Photo credit: courtesy photo/ foto di YOUNGKYU PARK/Netflix
Photo credit: courtesy photo/ foto di YOUNGKYU PARK/Netflix

Cosa vi rimarrà impresso

Vi basterà vedere le prime due puntate per non comprare più un gratta e vinci in vita vostra. Garantito. Vi chiederete inoltre che diavolo di giochi facciano i coreani da bambini: a occhio non sembrano così divertenti e, a parte alcuni come Un due tre stella, sono per lo più sconosciuti in Italia. Infine, il look: non è un caso se le Vans bianche stanno spopolando e se le tutine verdi numerate sono i costumi più cercati per il prossimo Halloween. Nella loro essenzialità sono molto cool e i fan hanno già deciso che "meglio quelle delle tute rosse di La casa di carta". Infine, una nota di colore: Lee Jung‑jae - ossia l'interprete che veste i panni del trasandato protagonista di Squid Game - è un famoso modello in patria.

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