Su Netflix è arrivata la serie Bridgerton e ci ha mostrato cos'è il blind-color casting

di Ilaria Solari
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Photo credit: LIAM DANIEL/NETFLIX
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From ELLE

Mettiamola così: in Bridgerton, l’attesa serie ambientata tra i corsetti e le trine d’epoca regency che il giorno di Natale è approdata su Netflix, la regina d’Inghilterra è nera. Per la precisione, ha la pelle d’ambra dell’attrice anglo-guyanese Golda Rosheuvel, mentre il duca di Hastings, qui dandissimo nei panni del miglior partito della Londra di re Giorgio (famoso per la sua pazzia), ha l’indiscutibile prestanza dell’anglo-zimbabweano Regé-Jean Page. Non è certo la cosa più notevole della serie narrata nella versione originale dalla voce di Julie Christie, che insegue in chiave moderna e spassionatamente femminista, come ogni prodotto targato Shondaland, tresche e segreti del mercato dei matrimoni nell’alta società londinese dell’epoca. Ma sicuramente è la conferma dell’adozione, anche nel genere polveroso delle fiction in costume, di un fenomeno che gli anglosassoni chiamano color-blind casting.

Photo credit: LIAM DANIEL/NETFLIX
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Che cos’è il color-blind casting?

Lo abbiamo visto recentemente in The Great, la serie Hulu in cui Elle Fanning nei panni di Caterina di Russia e l’attore anglo-indiano Sacha Dhawan in quelli del conte Alexei Grigoryevich Orlov, il suo consigliere, si ritrovano a fronteggiare le intemperanze di una corte russa vivace e incongruentemente multietnica; lo ritroveremo l’anno prossimo nel period drama di Channel 5 che ripercorre gli ultimi mesi di vita di Anna Bolena, che avrà il bellissimo volto dell’attrice di colore Jodie Turner-Smith: il color-blind casting è la scelta di premiare i valori della diversity e dell’inclusione nella selezione degli interpreti, a dispetto di ogni criterio di accuratezza storica e verosimiglianza fisica con i personaggi che si muovono in scena. In termini di etnia e di colore della pelle, e, nelle sue versioni più spinte, di coincidenza col genere e l’orientamento sessuale.

In principio fu Zivago

Il color-blind casting è sicuramente una pratica più comune e radicata nel balletto, o a teatro, dove l’Amleto nero interpretato dalla bella afroirlandese Ruth Negga ha ricevuto più lodi che appunti – ché in fondo anche Shakespeare mandava in scena uomini vestiti da donne – o a Broadway, dove ha spopolato Hamilton, il musical che affida i ruoli dei bianchissimi padri fondatori americani a un cast variamente colorato. Ma, a voler ben vedere, è da tempo applicato anche al cinema e in televisione, media tradizionalmente più votati al realismo, se pensiamo che sul grande schermo, già nel 1958 il russo Zivago aveva i bei tratti levantini dell’egiziano Omar Sharif e, nel 1973, il Giuda Iscariota di Jesus Christ Superstar era l’attore afro-americano Carlo Anderson. Nella serialità invece, pioniera è stata Grey’s anatomy, che dal 2005 ha rinunciato in maniera programmatica a connotare etnicamente i suoi personaggi già a partire dalla sceneggiatura, favorendo in tutti modi la presenza di un cast variegato.

Razzista o inclusivo?

Applicato spesso con le migliori intenzioni: allargare la disponibilità di ruoli, specie nelle produzioni storiche, agli attori di colore, la pratica del cbc non trova sempre tutti favorevoli. «Penso che il nostro dovere sia quello di produrre qualcosa di credibile», ha dichiarato in proposito il creatore di Downton Abbey Julian Fellowes, e in questo senso ha difeso l’assenza di diversity nella sua popolarissima saga ambientata nello Yorkshire tra il 1912 e il 1926: precisando che ai tempi da quelle parti era praticamente impossibile incontrare persone di colore.

Photo credit: LIAM DANIEL/NETFLIX
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Ma anche molti attori e registi che appartengono a minoranze poco rappresentate nel mondo dell’intrattenimento considerano il bcc pericoloso, etichettandolo addirittura come una forma subdola di negazionismo, perché finge di non vedere gli ostacoli strutturali che precludono agli attori di colore molte delle opportunità concesse ai bianchi: salari più bassi, la mancanza di ruoli etnicamente specifici, e un'inconscia parzialità da parte dei produttori e dei direttori dei casting. Non basta insomma affermare che solo il talento conta, perché questo approccio non sradica gli stereotipi.

Una sana sospensione della realtà

A costoro e a tutti quelli che considerano il bcc uno sterile esercizio di stile la risposta più sensata l’ha data Rosalind Eleazar, protagonista accanto a Dev Patel, l'attore britannico di origini indiane, de La vita straordinaria di David Copperfield, adattamento al cinema e in chiave cbc del romanzo di Dickens. «In fondo, la maggior parte dei film, degli spettacoli televisivi o delle opere teatrali», ha spiegato Rosalind al Guardian, «chiamano in causa aspetti come la condizione umana e la sofferenza. Se questo è l’intento, allora perché mai siamo così reticenti a coinvolgervi persone che hanno un colore della pelle diverso? Ci sono storie che richiedono un casting basato sull’etnia, come nel caso di un biopic su Martin Luther King... Altre, come quella di David Copperfield, in cui questo è irrilevante. Perché alla fine è un racconto sui privilegiati e sui poveri. E, soprattutto, è una storia inventata».

Insomma, come spiega bene l'attrice di origine africana, Dickens, Shakespeare Tolstoj, e la letteratura tutta, a cui televisione e cinema così spesso si ispirano, sono palestre eccezionali per esercitarci a dribblare la realtà con un piccolo sforzo di fantasia. Quindi che senso ha ostinarci a fare i filologi? Non è questo in fondo lo scopo della recitazione: sospendere l'incredulità del pubblico per reinventare, in maniera sempre molto soggettiva, la vita?