Teresa Bellanova: "L'Italia non si può permettere un coprifuoco"

Federica Fantozzi
·Giornalista
·9 minuto per la lettura
(Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)
(Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)


Ministra Teresa Bellanova, con l’aumento continuo dei contagi si va verso nuove restrizioni come chiusure di palestre e piscine, limitazioni di orari per i centri commerciali, aumento della didattica a distanza, limiti agli spostamenti. Si ipotizza persino un coprifuoco notturno nazionale. Lei in consiglio dei ministri ha sempre sostenuto le ragioni del mondo economico e produttivo, che è comprensibilmente in grande difficoltà. A questo punto, però, ci sono alternative?

Accortezza, responsabilità e programmazione sono obbligatorie. Un coprifuoco nazionale equivarrebbe a ripercussioni pesantissime sulla vita di ognuno e sull’intero sistema produttivo. Il Paese non se lo può permettere. Ne va della coesione sociale e del destino delle nuove generazioni. Per questo invito tutti alla massima attenzione e al rispetto delle regole. Dobbiamo tutelare chi in questi mesi ha investito per mettersi a norma. Le risorse vanno indirizzate su questo.

Eppure, le Regioni sono in pressing sul governo per chiudere i confini. Il governatore campano Vincenzo De Luca invoca un lockdown totale. Allarmi eccessivi?

Intanto consiglierei più sobrietà nel linguaggio, non siamo in un film di guerra e la posta in gioco non è un titolo di giornale in più. E’ un contesto difficile. Capiamo cosa è necessario e dove agire. Le Regioni, in un necessario quadro di coordinamento nazionale, possono decidere misure più restrittive. Anche in base a quello che sono o meno in grado di garantire. A ognuno il suo.

Prudenza e rispetto delle regole finora vigenti basteranno? Non si rischia che il conto dei ristoranti la sera lo paghino gli studenti delle scuole?

Ho una contrarietà molto radicata al coprifuoco, e non è questione di principio. Bisogna intervenire dove serve. Al massimo si possono ipotizzare chiusure territorio per territorio. Certo, gli assembramenti sono dannosi: ma con messaggi chiari la gente rispetta le regole. E’ stato sbagliato, ad esempio, riaprire le discoteche.

Crede davvero che la moral suasion possa bastare? Che messaggi chiari siano sufficienti a convincere i ragazzi alla prudenza?

Nella prima fase del virus i ragazzi sono stati molto responsabili. E sappiamo che il vero problema non sono le scuole bensì i trasporti locali. Poi certo: bisogna fare rispettare le norme. E’ difficile, ma è necessario. Altrimenti il rigore è solo sulla carta e il rischio diventano chiusure indiscriminate per irresponsabilità di chi gestisce e pigrizia di chi controlla. Non lo accetto. E’ in gioco la salute complessiva del Paese. E stavolta rischiamo il punto di non ritorno.

Lei diceva prima: chiusure locali sì, coprifuoco nazionale no. Ma con le Regioni che si muovono ognuna per sé non si rischia lo spezzatino? Gli outlet chiusi in Lombardia e gli abitanti che si riversano a fare la spesa in Emilia? Non serve, piuttosto, un coordinamento nazionale più stretto?

Le Regioni hanno margini di manovra più restrittivi rispetto ai provvedimenti del governo. Auspichiamo che li usino saggiamente intervenendo dove ci sono focolai di contagio. Bisogna garantire tutele e sicurezza. Chiudere tutto, invece, è la soluzione più semplice ma si rischiano danni enormi al mondo del lavoro e della formazione.

Se l’obiettivo è non morire di Covid ma neppure di fame, cosa direte come Italia viva a Conte e agli alleati al tavolo della verifica?

Abbiamo una sola priorità: un programma che assuma per intero tutte le difficoltà del momento e sia capace di dare risposte. Per questo sono necessari i provvedimenti e altrettanto una macchina pubblica che li attui. Se non arrivano alle persone, le risorse restano numeri sui fogli.

Per tradurre le norme in soldi in tasca ai cittadini, serve un rimpasto? Cioè: cosa deve cambiare nella squadra di governo?

Deve essere interesse comune confrontarsi per capire come e dove incidere con più determinazione e più qualità. C’è un Paese che sta affrontando con grande difficoltà qualcosa di enorme. Ci vuole più politica e meno ansia di comunicazione. I nomi sono importanti, certo, ma non sono la priorità.

Il problema allora è la collegialità? Perché comunque Iv rimane in minoranza, e dunque spesso dovrà adeguarsi alle scelte del Pd e di M5S...

Già questa narrazione mi sembra infelice. Collegialità e pari dignità per me sono il grado zero. Siamo piccoli, è vero, ma determinanti. Non per una questione di rapporti numerici in Parlamento. Sono i fatti a darci ragione: priorità da noi indicate e provvedimenti da noi sostenuti, magari con difficoltà, spesso si rivelano i più giusti. Confrontiamoci sulle proposte: non è tempo di vivacchiare alla giornata.

Nel novero delle priorità, c’è anche la legge elettorale su cui avete frenato? Nel quadro di un’intesa globale, accettereste il proporzionale con soglia di sbarramento al 5%?

Abbiamo posto un tema di governabilità. Non vogliamo una visione parziale, limitata alla sola legge elettorale. Proponiamo il sindaco d’Italia, che richiede oltre a una modifica costituzionale una legge elettorale con secondo turno di ballottaggio, che risolverebbe i problemi di stabilità. Altrimenti non ci opporremo allo sbarramento al 5%, purché accompagnato dalla revisione del bicameralismo perfetto.

A Napoli è esploso di nuovo il caso Whirlpool: l’ultimo vertice con la politica è andato male e la multinazionale ha annunciato la chiusura dello stabilimento a fine mese. Questa vicenda simbolo non rappresenta un fallimento per il governo, che non è riuscito a impedire un addio ampiamente annunciato?

Solo chi oggi siede a quel tavolo di crisi (il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli e la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, ndr) ha tutti gli elementi in mano e conosce meglio di chiunque i reali spazi di manovra per affrontare la situazione.

Però, come viceministro allo Sviluppo Economico nei governi Renzi e Gentiloni, lei ha seguito da vicino quella vertenza. Non sono stati fatti errori?

Tutte le crisi vanno gestite momento per momento. Si tratta anzitutto di salvaguardare i posti di lavoro, richiamando l’azienda alla responsabilità sociale anche per la ricerca di nuovi investitori. Di certo quel tavolo non si può chiudere con la disoccupazione di circa 400 lavoratori.

Oggi quei lavoratori sono almeno sollevati che ci sia il blocco dei licenziamenti. Lei è favorevole o contraria a mantenerlo anche oltre gennaio 2021?

Nessuna persona sana di mente oggi favorirebbe i licenziamenti. Però, intanto, bisogna attrezzarsi. Quelle risorse non sono eterne. Dobbiamo investire le risorse per tenere aperte le aziende, al lavoro le persone, a scuola i ragazzi, rendere efficace la sanità e adeguati i trasporti. Dopo questo discutiamo se e come utilizzare altra cassa integrazione. Lo sanno tutti che avrei destinato più risorse per produrre in sicurezza. E avrei tenuto insieme cassa integrazione anche per favorire la ricollocazione ed evitare lavoro nero.

Quali misure ulteriori a tutela dell’economia secondo lei vanno prese in questa fase?

Politiche attive per il lavoro e politiche industriali. Soprattutto politiche integrate. Rischiamo un corto circuito pericoloso tra nuove emergenze e antiche criticità. Anche per questo non riesco ad assuefarmi alla modalità del “salvo intese” con cui si approvano i provvedimenti. Il come dei provvedimenti è rilevante quanto il cosa. Questo impianto strategico e programmatico è necessario adesso. Perfino indipendentemente dalla aspettativa miracolistica che abbiamo riversato sul Recovery Fund.

Italia Viva è favorevole al Mes, ma sia la maggioranza che l’opposizione sono spaccate. Vi accontentereste di un voto in Parlamento o l’eventuale bocciatura sarebbe causa di crisi di governo?

Sarebbe un disastro per il Paese. Non oso pensare che succeda solo per mantenere un punto ideologico e di rendita di posizione. Chi dice: tanto i soldi sulla sanità li abbiamo messi, omette che se avessimo chiesto il Mes noi quelle risorse le avremmo investite su ulteriori priorità e staremmo già agendo sui punti deboli: medicina del territorio, borse di studio, strutture no covid per altre patologie, pieno funzionamento di un importante strumento di prevenzione come l’app Immuni. E’ intollerabile che per un tampone si debba aspettare 72 ore e che per farlo si debba stare in fila per ore. Tutto questo meriterebbe un Piano straordinario sulla sanità. Dire no al Mes è un’offesa al Paese.

Ministra, l’agricoltura è un po’ la Cenerentola del dibattito politico. Pur essendo una parte importante del nostro Pil grazie in particolare a vino e olio. Cosa fare per aiutarla?

Dobbiamo tutti tornare a pensare all’agricoltura come a un pezzo essenziale dell’interesse nazionale. La sicurezza alimentare passa da qui. Vedo fatica a cogliere la strategicità del settore, sennò non dovrei combattere tanto. Ogni azione che ho promosso in questi mesi ha un solo obiettivo: sostenere e rilanciare la filiera agroalimentare con cui l’Italia parla al mondo.

Sarà possibile, con la seconda ondata Covid, avere lavoratori stagionali da altri Paesi Ue?

Ho fatto una battaglia per sconfiggere il lavoro nero e il caporalato, tutelare la salute di tutti, portare più braccianti regolare nei campi. E’ necessario saldare domanda e offerta in modo trasparente. Prima si fa, meglio è. Anche per questo stiamo già avviando insieme al Crea uno studio delle colture e dei fabbisogni del lavoro agricolo. E’ la prima volta che il Mipaaf investe risorse, 150mila euro per un Osservatorio del fabbisogno agricolo.

Tra poco si farà l’olio. Si prevede una produzione ridotta, ma di qualità eccellente. Il Covid rischia di impattare su un asset nazionale: ci sono misure specifiche allo studio?

Torno dal Lussemburgo, dove abbiamo raggiunto un accordo generale sulla Politica agricola comune. Con risultati importanti per le nostre produzioni bandiera. Per l’olivicoltura saremo finalmente in grado di attuare interventi di investimento e ristrutturazione. E’ un settore dove serve una strategia coordinata e una programmazione di lungo respiro. Per sostenerle, abbiamo intanto destinato nel Fondo emergenze alimentari 20 milioni per l’acquisto di olio extravergine di olive 100% italiane. Obiettivo: dare risposte alle fragilità alimentari, contrastare lo spreco, sostenere i nostri prodotti. E abbiamo, tra l’altro, istituito il Fondo ristorazione, 600 milioni, per un aiuto alle aziende nell’acquisto di prodotti italiani. In Europa stiamo combattendo per stralciare i prodotti Dop e Igp e l’olio d’oliva dallo schema di etichettature fronte-pacco. In Legge di bilancio proponiamo di destinare 150 milioni ai contratti di filiera, occasione straordinaria anche per il settore. Al Tavolo Olio è presente anche la Grande Distribuzione, per una politica di scaffale coerente con costi di produzione ed eccellenza. E nel Piano nazionale Ripresa e Resilienza l’olivicoltura è centrale, anche per un programma di interventi destinati al rinnovamento dei frantoi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.