Toilette, è la parola di Giacomo Papi contro la violenza sulle donne

a cura di Monica Ceci
·2 minuto per la lettura
Photo credit: Sai  Pee  / EyeEm - Getty Images
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From ELLE

Abbiamo chiesto a 15 autori di libri, spettacoli, canzoni di raccontare la violenza con una parola. Le loro 15 scelte sono diventate il nostro dizionario. Per ricordarci che ci sono tanti modi di fare o subire un abuso. E altrettanti di liberarsene.


Toilette: è la parola di Giacomo Papi. Il suo ultimo libro è Happydemia (Feltrinelli), storia di un rider che consegna psicofarmaci a domicilio durante il lockdown.

Quando tutto questo sarà finito, si potrebbe e dovrebbe ricominciare dai bagni pubblici che inevitabilmente ricominceranno ad affollarsi. Nei cinema, nei teatri e negli aeroporti torneranno a formarsi lunghe code di donne sofferenti per l’attesa, e obbligate per di più ad assistere alla baldanzosa sfilata dei maschi diretti verso il bagno a loro destinato. Alcuni avranno l’aria strafottente per il privilegio ricevuto in dono da madre natura, altri proveranno imbarazzo e abbasseranno lo sguardo, ma la maggior parte non ci farà nemmeno caso, perché ai privilegi ci si abitua prestissimo.

Il bagno pubblico è uno dei luoghi in cui l’inuguaglianza di genere è più forte, quotidiana, ma anche quello in cui rimane più invisibile perché fondata sul falso presupposto che per garantire pari opportunità sia sufficiente ignorare le differenze e dividere il mondo in due parti uguali, come fosse una mela.

Qualcuno ha detto che il valore di una democrazia si misura sulla quantità di opportunità che offre alle minoranze. Ed è giusto, per esempio, destinare per legge uno spazio congruo ai servizi per le persone non autosufficienti, ma questo non deve fare dimenticare che i bisogni di uomini e donne non sono mai uguali, nemmeno quelli fisiologici, e che per raggiungere l’uguaglianza è necessario partire dalle differenze. Quando tutto questo sarà finito e i bagni pubblici torneranno a riempirsi, architetti e urbanisti farebbero bene a ripensare gli spazi, non solo i bagni, anche la disposizione delle stanze, l’altezza delle sedie e dei mobili o la viabilità delle strade perché è dimostrato, per esempio, che le donne tendono a compiere percorsi più frastagliati degli uomini, con più soste, usando più i mezzi e i piedi e meno le automobili.

Se «la matematica è politica», come scrive Chiara Valerio, lo è anche la geometria, ma solo a patto di abbandonare l’illusione – comune a ogni comunismo – che uguaglianza significhi dividere per due, perché per fortuna siamo diversi e sono diversi i nostri bisogni.