La Caporetto del tracciamento

Linda Varlese
·Editor, HuffPost Italy
·4 minuto per la lettura
Ansa/Gimbe (Photo: Ansa/Gimbe)
Ansa/Gimbe (Photo: Ansa/Gimbe)

Il sistema di contact tracing sta naufragando. La prima linea difensiva in termini di prevenzione contro il coronavirus sta crollando. Il moltiplicarsi del numero dei contagi, (nella settimana 13-19 ottobre il numero dei casi attualmente positivi è salito del +53,7% e il rapporto positivi/casi testati in una settimana è cresciuto dal 6,4% al 10,4%, secondo i dati della Fondazione Gimbe), ha letteralmente mandato in tilt il sistema di tracciamento delle Asl regionali, tanto che alcune hanno già alzato bandiera bianca. In Piemonte, ad esempio, dove l’assessore alla Sanità in un’intervista a La Repubblica ha fatto sapere di aver “sospeso il sistema del contact tracing per alleggerire la pressione sui laboratori”. Lo stesso si dica per la Lombardia: “Non riusciamo a tracciare tutti i contagi, a mettere attivamente in isolamento le persone. Chi sospetta di aver avuto un contatto a rischio o sintomi stia a casa”, ha detto Vittorio De Micheli, direttore sanitario dell’Ats di Milano.

“Hanno avuto l’onestà di ammetterlo”, commenta Andrea Crisanti ad HuffPost. “In Italia siamo in grado di tracciare fino a 2000 casi al giorno con le capacità che abbiamo. Con 12mila contagi salta tutto, il sistema va in tilt: non c’è contact tracing né App Immuni in grado di reggere un impatto del genere”.

Una Caporetto che Andrea Crisanti aveva previsto, ma che aveva tentato di evitare. Il virologo da sempre fautore del modello Veneto, cioè tamponi a tappeto a tutta la popolazione, aveva consegnato ad agosto un piano per “tenere bassi i contagi”, come ci racconta, basato su un Network Testing: “Non è stato possibile, perché non è stato fatto un investimento, non mi hanno dato ascolto. Quello italiano è sempre stato un sistema particolarmente debole e questa è la regione per cui ho presentato il piano: per rinforzarlo e consolidare i risultati. Avevamo 800 contagi a giugno, perché non siamo stati capaci di tenerli a quei livelli? Perché il sistema nazionale di sorveglianza attiva non aveva questo obiettivo, e tutto è stato lasciato all’iniziativa dei singoli, all’improvvisazione”.

Un aiuto sarebbe dovuto arrivare dalla App Immuni che obbliga l’operatore “sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale, a caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”. Ma come scriveva in un articolo Corriere del Veneto, “l’inserimento dei codici lo scorso 13 ottobre non era ancora operativo in Veneto e utenti di Liguria, Lombardia e altre Regioni avevano raccontato di non aver trovato interlocutori in grado di caricare il codice dopo i tentativi con medico di base, Asl e call center Immuni”. Un dato confermato da Crisanti: “Il fatto che una regione come il Veneto neanche abbia attivato la App, è un insulto agli italiani”. E precisa: “Tuttavia, anche se la App Immuni funzionasse a perfezione e venisse scaricata dal 90% degli italiani, oggi con 10-12.000 casi dovrebbe mandare 150.000-200.000 messaggi al giorno e non c’è sistema che sia in grado di gestire questo”.

Cosa significa, dunque, concretamente “rinunciare” a tracciare i positivi? Quale è lo scenario? “Dobbiamo sperare che le misure prese dal Governo invertano la curva dei contagi e li abbassino, altrimenti ce ne saranno inevitabilmente di più restrittive”, ci dice Crisanti. “Ma la vera sfida non è sconfiggere il virus, ma mantenerlo a livelli bassi. Per questo motivo una volta raggiunta una soglia di nuovo accettabile di casi, si dovrà pensare a un consolidamento della situazione, come avremmo dovuto fare a giugno”.

Il piano di Crisanti presentato al Governo era diverso da un semplice sistema di tracciamento. “Si chiama Network Testing: si basa sul fatto ognuno di noi vive in una rete tridimensionale di relazioni i cui piani ad esempio possono essere la scuola, il lavoro, i vicini di casa, gli amici e i parenti con interazioni sia orizzontali che verticali. Quando si identifica una persona contagiata, se si testano tutti coloro che fanno parte di questo spazio di relazioni, si trova con elevata probabilità in questo spazio di relazioni l’origine del contagio, colui che ha trasmesso l’infezione così pure chi eventualmente ne è stato contagiato bloccando in questo modo la catena di trasmissione.Tutti i Paesi che hanno utilizzato questo sistema di tracciamento hanno avuto successo contro il Coronavirus: penso a Taiwan, Singapore, Cina, Corea del Sud”.

Una soluzione che con il virus che morde non è attuabile, ma che potrebbe tornare utile una volta piegata nuovamente la curva. “Tutto è lasciato alla responsabilità dei singoli”, chiosa Crisanti, “ma gli italiani non hanno colpe. Perché la mascherina è utile, ma non basta. Il distanziamento è utile, ma non basta. Lavarsi le mani è utile, ma non basta. Serve un sistema in grado di tenere bassi i numeri del contagio: è questa la vera sfida”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.