Trump può ancora vincere?

Di Mario Aloi
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Photo credit: MANDEL NGAN - Getty Images
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From Esquire

Manca ormai pochissimo alla chiusura dei seggi americani e sarà il caso di dare un’ultima occhiata alla situazione, per capire come orientarci lungo la notte elettorale (e probabilmente anche oltre): sondaggi, dove guardare, cosa aspettarsi, eccetera eccetera. Ci sono ovviamente diversi scenari possibili, il più probabile dei quali è una vittoria (di misura variabile) del candidato democratico Joe Biden. Ma Trump ha ancora almeno un corridoio aperto verso la riconferma, e se c’è una lezione che abbiamo imparato nel 2016 è che improbabile non vuol dire impossibile.

Ricordate? Veniamo ai dettagli.

Sondaggi

Partiamo dallo stato attuale dei sondaggi. Come precisato più volte, negli Stati Uniti non diventa presidente chi prende più voti in tutta la nazione (il cosiddetto voto popolare), ma chi ottiene il maggior numero di grandi elettori su base statale. Ogni stato ne assegna un numero variabile con sistema maggioritario: chi vince anche di un solo voto prende tutta la posta in palio (ci sono un paio di eccezioni, ma ci arriviamo dopo). I grandi elettori sono in totale 538, quindi per vincere ne servono almeno 270.

Ancora prima di partire sappiamo già come finirà in una maggioranza di stati: in parte perché i sondaggi attribuiscono un vantaggio incolmabile all’uno o all’altro candidato, e in parte perché ne conosciamo caratteristiche demografiche e storia. Non ci sono dubbi, per esempio, che la California voterà democratico, o che l’Alabama voterà repubblicano. Questo significa che non abbiamo bisogno di tener d’occhio l’andamento delle rilevazioni ovunque, ma solo in un ristretto gruppo di stati in bilico.

Per orientarci meglio, sarà utile adesso dividere questo primo insieme in un paio di sottogruppi. Otterremo così due fasce di contendibilità: nella prima metteremo gli stati in cui il margine tra i due concorrenti, in un senso o nell’altro, è minimo; nella seconda quelli in cui è gradualmente più ampio, ma non abbastanza da permetterci di affermare con certezza chi vincerà.

Il primo sottogruppo sarà quindi quello in cui il vantaggio medio di uno dei due candidati va da 0,1 a 3 punti, che è considerato il margine d’errore standard dei sondaggi (la forbice esatta è argomento di dibattito, ma ora non facciamola troppo complicata). Questo primo insieme comprende: Arizona (Biden +2,6), Iowa (Trump +1,3), Ohio (Trump +0,8), Florida (Biden +2,5), Texas (Trump +1,1), North Carolina (Biden +1,8) e Georgia (Biden +1). Sono tutti stati in cui Trump ha vinto nel 2016 e che non può perdere oggi se vuole sperare di essere riconfermato. Il fatto che Biden sia spesso avanti o comunque mai troppo lontano, anche in stati tradizionalmente molto repubblicani come Texas e Georgia, inizia a darci un’idea del perché il candidato democratico al momento sia considerato favorito.

Il secondo sottogruppo è quello invece in cui il vantaggio di Biden è più largo, ma per tutta una serie di ragioni non possiamo dare per scontato il risultato. In questo insieme metterei: Pennsylvania (+4,7), Michigan (+8), Wisconsin (+8,4), Nevada (+5,9) e Minnesota (+9,2). Se Biden li vince tutti, diventa presidente anche perdendo l’intero primo gruppo. Ma con così tanti stati ancora in sospeso, le variabili rimangono parecchie, così come le possibili combinazioni e i potenziali scenari. Andiamo a vedere i più probabili.

Come vince Biden

Cominciamo dalla mappa con stati e relativi grandi elettori sicuri. Biden ne ha già 216 in saccoccia, Trump solo 125. Secondo segnale che il primo parte da una posizione di vantaggio. Certo, a contare è solo come si arriva, ma intanto prendiamo nota (chi ben comincia è a metà dell’opera etc etc).

Photo credit: FiveThirtyEight
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Adesso andiamo a ripescare il nostro secondo sottogruppo di stati, quelli che non possiamo dare per sicuri ma in cui Biden ha un vantaggio da buono a considerevole: Pennsylvania (+4,7), Michigan (+8), Wisconsin (+8,4), Nevada (+5,9) e Minnesota (+9,2).

Lasciamo per un attimo fuori la Pennsylvania e concentriamoci sugli altri. In Minnesota e Nevada quattro anni fa vinse Clinton, il che significa che oggi sono irrinunciabili per Biden. I Democratici per arrivare davanti quest’anno devono necessariamente confermare gli stati presi nel 2016 e poi rubarne qualcuno che allora finì a Trump. Perdere uno tra Minnesota e Nevada sarebbe un chiaro indizio che qualcosa sta andando storto.

Intanto perché questi due stati nelle ultime tre presidenziali hanno sempre votato democratico. E poi proprio per il vantaggio nei sondaggi. Se le rilevazioni sopravvalutano Biden qui, dove in teoria dovrebbe essere più solido, l’errore potrebbe poi rivelarsi generalizzato. Il Minnesota in particolare sarebbe un pessimo segnale: le sue caratteristiche demografiche sono simili a quelle del terzetto di stati che completa il nostro secondo sottogruppo. Problemi qui significherebbero molto probabilmente problemi anche in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.

Le indicazioni comunque sono buone per Biden, quindi mettiamo questi primi due stati nella sua colonna (anche perché in caso contrario potremmo appunto piantarla qui: con Minnesota e Nevada Trump si avvierebbe quasi sicuramente a vincere). Arriviamo così a 232. Ne mancano 38.

Photo credit: FiveThirtyEight
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Veniamo adesso proprio al Midwest e assegniamo al candidato democratico anche Wisconsin e Michigan. Nel 2016 Trump li vinse (a sorpresa) entrambi, ma Biden al momento ha un vantaggio nell’uno e nell’altro intorno agli 8 punti. Per ribaltare la mappa deve necessariamente cominciare da qui. Di nuovo, se perde questi due stati (difficile che molli uno solo dei due: sono stati simili che tendono a comportarsi in maniera simile) ha un grosso problema. Primo perché la strada verso la presidenza si farebbe decisamente più accidentata proprio dal punto di vista pratico (Biden dovrebbe trovare altri stati che compensino l’ammanco in termini di grandi elettori), ma poi anche perché sarebbe un’altra spia di problemi più ampi lungo tutto l’asse. Il vantaggio però sembra largo, quindi diamoli ai Democratici, che arrivano così a quota 258. Non ancora, ma quasi.

Photo credit: FiveThirtyEight
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A questo punto Biden ha due vie principali per scollinare oltre quota 270 e arrivare dritto alla Casa Bianca. Le metto in ordine di probabilità, almeno per distacco nei sondaggi. La prima è vincere in Pennsylvania, dove è avanti di 5,1 punti.

La Pennsylvania fa parte del terzetto, con appunto Michigan e Wisconsin, che nel 2016 tradì Hillary Clinton, consegnando la vittoria a Donald Trump. L’abbiamo lasciata in coda innanzi tutto perché il vantaggio di Biden qui è sensibilmente inferiore agli altri due. Ma poi più in generale perché è uno stato in cui lo spazio di manovra del presidente sembra maggiore, con la sua rete di supporto che potrebbe essere più ampia di quanto non mostrino i sondaggi. La Pennsylvania però da sola assegna 20 grandi elettori, Biden sembra avanti, e se a questo punto dovesse conquistarla chiuderebbe la partita indipendentemente da quello che fa Trump negli stati del nostro primo gruppo. Anche se li vince tutti, non cambia nulla: Biden diventa presidente.

Photo credit: FiveThirtyEight
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Mettiamo però che Biden invece in Pennsylvania perda. Esiste un piano B? Esiste: l’Arizona. Qui il suo vantaggio medio oscilla da qualche giorno intorno ai 3 punti: tra gli stati del primo sottogruppo è quello in cui è messo meglio. L’Arizona è uno stato tradizionalmente repubblicano, ma è anche un posto in cui la composizione demografica sta cambiando rapidamente. Molti latini, città in espansione. Insomma, prima o poi dovrebbe passare democratico. E magari questo è già l’anno buono.

L’Arizona però assegna solo 11 grandi elettori, con i quali Biden arriverebbe a 269. Ne manca 1. Dove si prende un grande elettore? Beh, in Nebraska. Il Nebraska è uno di quegli stati che non assegna tutto il premio al vincitore della gara locale: è una delle due eccezioni (con il Maine) a cui accennavamo sopra. Qui chi vince lo stato prende solo due grandi elettori, ma ce ne sono in palio altri tre, uno per ogni distretto congressuale. Trump è favorito nel primo e nel terzo, ma nel secondo Biden ha un vantaggio medio di circa 4 punti. Si può fare. Con questo singolo grande elettore in più, l’ex vicepresidente chiude di nuovo la partita anche se Trump si porta a casa tutti gli stati del primo gruppo più la Pennsylvania.

Questo scenario però implica che Biden vinca due corse al posto di una (Arizona + secondo distretto del Nebraska invece che solo Pennsylvania), e in posti dove il suo margine sembra inferiore (e in leggera regressione) rispetto a quello della prima opzione. Quindi può funzionare come piano B, ma rimane pur sempre un piano B. Senza la Pennsylvania la situazione per Biden si farebbe di certo più complicata.

Photo credit: FiveThirtyEight
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Questi due scenari sono i più probabili, sondaggi alla mano, tra quelli che permetterebbero al candidato democratico di raggiungere quota 270, il minimo richiesto per diventare presidente. Nulla però esclude che Biden si porti a casa qualcos’altro anche dal gruppo degli stati dove il margine è minimo, vincendo così in modo più largo. Oppure che arrivi a 270 per altre vie, anche se questo sembra meno probabile: dovesse perdere Pennsylvania e Arizona avremo un’indicazione abbastanza solida che i democratici stanno passando una brutta nottata in generale – difficile che questi due si rivelino risultati in controtendenza.

Se la serata fosse buona, invece, ecco l’ultimo scenario favorevole a Biden, quello in cui vince tutti gli stati dove oggi i sondaggi lo danno avanti: 351 a 187, la cosiddetta vittoria a valanga (ci aggiungesse anche il Texas e l’Iowa, dove al momento è sotto di un punto abbondante, ne avremmo una di proporzioni storiche).

Photo credit: FiveThirtyEight
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Come vince Trump

Passiamo a Trump. Negli ultimi giorni non ci sono stati particolari segnali che la corsa si stia facendo più serrata, che Trump si stia avvicinando a Biden. Almeno non in maniera significativa. Il suo svantaggio nei sondaggi nazionali è sempre intorno agli 8 punti di media e anche a livello di singoli stati la situazione sembra piuttosto stabile. Quest’anno, a differenza del 2016, lo è più o meno sempre stata.

Il complesso sistema elettorale americano però, oggi come quattro anni fa, favorisce il partito del presidente – in parole semplici: i 10 stati che saranno più probabilmente decisivi tendono a essere più repubblicani della media nazionale – e quindi anche prendere un numero superiore di voti complessivamente potrebbe non bastare ai Democratici per conquistare la Casa Bianca. Potrebbero vincere il voto popolare, ma perdere l’Electoral College. Esattamente come nel 2016.

In questo senso nessuno o quasi mette in dubbio che Biden prenderà più voti su scala nazionale. Nel collegio elettorale però Trump ha almeno un corridoio piuttosto largo verso la presidenza. Andiamo anche qui a vederlo nel dettaglio.

Torniamo ai nostri due sottogruppi di stati dal risultato incerto, e cominciamo dal primo. La precondizione a una qualunque vittoria di Trump è che se lo prenda tutto. Arizona (Biden +2,6), Iowa (Trump +1,3), Ohio (Trump +0,8), Florida (Biden +2,5), Texas (Trump +1,1), North Carolina (Biden +1,8) e Georgia (Biden +1). Nessuno di questi stati è sacrificabile: un po’ per i numeri in sé e un po’ per le implicazioni a livello di tendenze generali. Il margine qui non è mai troppo ampio quindi uno scenario del genere non sarebbe sconvolgente. Anche perché sono tutti stati dove Trump ha già vinto nel 2016.

Con questo primo gruppo nella sua colonnina, il presidente arriverebbe a 258. A questo punto diamo di nuovo a Biden Minnesota e Nevada, che i Democratici hanno vinto quattro anni fa e senza i quali come abbiamo detto perderebbero quasi sicuramente. Siamo 258 a 232. A Trump mancano 12 grandi elettori.

Photo credit: FiveThirtyEight
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L’opzione più probabile per fare l’ultimo passaggio è evidentemente – di nuovo – la Pennsylvania. Lo abbiamo detto: il vantaggio dei Democratici sembra buono ma non è a prova di bomba. Nel 2016 qui vinsero i Repubblicani, e in generale lo stato lancia segnali contrastanti. Se Trump si prende la Pennsylvania arriva a 278 e vince.

Photo credit: FiveThirtyEight
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Tirando le somme, il presidente non ha molte alternative allo scenario appena descritto. In pratica deve replicare la vittoria del 2016, potendo però permettersi di sacrificare Michigan e Wisconsin. Se lascia per strada qualche altro mattone, difficile che il castello tenga. Ormai lo avrete capito: il collegio elettorale è come giocare a Tetris ma con i numeri. È una questione di combinazioni statistiche dato un numero N di variabili. Ma proprio perché parliamo di probabilità (nessuno qui fa evidentemente l’indovino), un’eventuale vittoria di Trump, pur essendo lo scenario meno probabile, rimane certamente possibile.

Il modello probabilistico di Nate Silver, giornalista esperto di dati e famoso per le sue previsioni elettorali, assegna al presidente 10 possibilità su 100 di essere riconfermato (comunque meno che nel 2016, quando gliene dava quasi 30), e la mette in questi termini: “le probabilità che Trump vinca sono un numero non irrilevante – più o meno le stesse che piova in centro a Los Angeles, e guardate che lì ogni tanto piove (in centro a LA ci sono circa 36 giorni di pioggia l’anno, grosso modo 1 ogni 10).”

Per vincere, però, quest’anno Trump ha bisogno di un errore a suo vantaggio nei sondaggi superiore a quello, minimo e localizzato, del 2016. Può certamente succedere, i sondaggi sono approssimazioni statistiche, non vanno intesi come previsioni al millimetro. Le sfasature sono frequenti (per questo esiste un margine d’errore dichiarato in partenza), è la loro entità a essere variabile.

Oltretutto quest’anno sono state utilizzate in massa modalità di voto alternative – come per esempio il voto via posta – con cui i sondaggisti hanno per forza di cose meno dimestichezza, specie in queste proporzioni, il che espone ovviamente a imprecisioni.

Però ecco, per evitare comparazioni improprie con quattro anni fa, sarà bene chiarire che Trump oggi è messo peggio di allora. Nel 2016 bastò un errore in piena media storica, oggi serve qualcosa di più. Poi certo tutto può succedere, abbiamo appena visto come.