A tu per tu con Diego Boneta, l'attore messicano (Luis Miguel per Netflix) protagonista di Nuevo Orden

Di Silvia Locatelli
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Photo credit: JC Olivera
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From ELLE

Nuevo orden è un pugno nello stomaco. Un Joker parte seconda sul caos nato dalle profonde ingiustizie sociali, un avvertimento: se non si ascoltano i bisogni della gente, il nuovo ordine potrebbe essere anche peggio dell’attuale. Quello di Michel Franco (dal 15 aprile sulla piattaforma iwonderfull) è un film provocatorio, duro, disturbante, uno dei più belli presentati all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Si apre col matrimonio della figlia di una ricca famiglia di Città del Messico mentre dietro l’angolo brucia la guerriglia. Il colpo di Stato e lo champagne. La vita vera e la bolla dorata. Che si scontreranno.

Diego Boneta, 30 anni, messicano, interpreta il fratello della sposa. È un ruolo scomodo ma è proprio questo che gli è piaciuto: «Ho chiesto a Michel di portarmi lontano dalla mia zona di sicurezza e poi, per la prima volta nella vita, un regista aveva scritto una parte per me. L’avrei interpretata anche se fosse stata una battuta sola». Diego non si nasconde dietro alle maschere. Eppure è una star da quand’era ragazzino. Ha iniziato come cantante, poi sono arrivate le telenovelas e Hollywood. Dalla serie Scream Queens di Ryan Murphy al film Rock of Ages con Tom Cruise, Bryan Cranston, Catherine Zeta-Jones. Poi la serie Netflix su Luis Miguel che nel suo Paese è un monumento nazionale.

Prova a dire qualche parola in italiano, la famiglia di sua madre viene da Napoli (nel nome d’arte ha abbandonato il cognome paterno, Gonzàles): «Ci chiamavamo Bonetta. Quando siamo emigrati in Spagna e nei Paesi baschi ci hanno tolto una “t”. Sono fiero delle mie origini».

Photo credit: @ I Wonder Pictures
Photo credit: @ I Wonder Pictures

Il personaggio di Daniel non ci sta simpaticissimo. È sprezzante nei confronti dell’ex dipendente che gli chiede soldi...

Ha luci e ombre e purtroppo mi ricorda tantissimi miei amici di Città del Messico. Non sai bene se odiarlo o amarlo. Volevo che la gente si chiedesse: ok, sono al matrimonio di mia sorella e arriva un vecchio domestico che mi chiede un sacco di denaro, gli serve subito perché la moglie dev’essere operata al cuore. Come reagirei? La bellezza del film è che non c’è giusto o sbagliato. La vita non è bianco o nero, nessun “cattivo” ammetterebbe mai di esserlo.

È un film che crea disagio. Fatte le debite proporzioni chiunque si può identificare...

È vero e provi quasi vergogna... Raccontiamo storie, abbiamo il dovere di fare luce sulla verità e questa è la triste verità. Magari la prossima volta ci pensi prima di dire una cosa...

La distopia del film potrebbe avverarsi?

In Messico sta già succedendo. Non siamo ancora alla guerra civile ma c’è così tanta divisione e disuguaglianza sociale... In quanti Paesi al mondo sono scoppiate rivolte? Hong Kong, Libano, Cile, pensi anche ai gilet gialli francesi...

La sua che famiglia è?

Media borghesia ma il fatto che mia madre sia bionda con gli occhi azzurri in Messico ci mette in una posizione privilegiata. Assurdo ma è così. E forse non solo in Messico...

Lei vive a Los Angeles che è una bolla...

Vivo in California da 16 anni ma la mia famiglia non è di L.A. Mamma e papà sono ingegneri, mio padre ha a che fare con scienziati aerospaziali, tutt’altro mondo. Quando ho iniziato a lavorare nello spettacolo avevo 12 anni, i miei speravano che fosse un fase, avevano faticato per diventare qualcuno, non erano nati ricchi. E il mestiere dell’attore non è sicuro, è dura mantenersi. Io ero il più grande di tre figli e di solito il primogenito si becca l’educazione più severa: la mia è stata stra-stra-strasevera. I miei erano terrorizzati dall’ego ipertrofico dell’attore quindi hanno cercato di tenermi in contatto con la vita reale. A 13, 14 anni, mi portavano negli ospedali dove c’erano i bambini malati terminali che vedevano le mie telenovelas da un vecchio televisore e aspettavano di morire. Stavo con loro, firmavo autografi e uscivo devastato: “Ricordati, sempre”, mi dicevano i miei. Quelle visite sono state una parte importante della persona che sono diventata. Ho vissuto in famiglia fino a 25 anni perché Los Angeles è piena di tentazioni e non mi sentivo forte abbastanza...

Le dispiace essere definito ancora un “latino”? Cosa pensa delle nuove regole dell’Academy a favore dell’inclusione?

Sono totalmente a favore, dobbiamo esserlo. E, sì. sono stanco di esser messo in una scatola. Non capisco questo bisogno di etichettare la gente. Anzi, certa gente. Perché si legge spesso l’attore latino, messicano, italiano, spagnolo ma raramente inglese o americano... Sai fare il tuo mestiere oppure no, chi se ne importa da dove vieni.

Tra l’altro, il Messico è una terra fertile per il talento: Del Toro, Cuaron, Inarritu, Bernal...

Non ci è mai stata vero? Se viene nei prossimi cinque mesi le faccio io da guida... È un Paese pieno di etnie diverse, sei esposto a una ricchezza culturale unica. Dalle civiltà preispaniche all’influenza francese. Abbiamo l’unico castello delle Americhe, Chapultec, e poi mare, montagne, deserto, i Caraibi, la giungla. E la gente è divertente, generosa. Una bella combinazione.

Lei si sente ancora molto messicano anche se ha vissuto più della metà della sua vita negli States?

Ho tre passaporti: americano, messicano e spagnolo ma ai Mondiali di calcio tifo Messico.

L’amore è...

Una questione di tempismo e coincidenze. La persona giusta arriverà, non ho fretta.

Rock of ages è il film che l’ha lanciata...

È stato un punto di svolta ma non penso al successo, piuttosto a quello che ho imparato. È stato una specie di Master in recitazione. Il primo giorno Tom Cruise mi disse: tu sei il protagonista del film ma, se vuoi, ti posso dire due o tre cose che avrei voluto sapere io a vent’anni. Vederlo lavorare è un tale privilegio. È un leader, una macchina, un professionista pazzesco ma umanamente è generoso, empatico. Crea armonia, è un generatore di allegria, fa sentire tutti speciali, dall’attore al runner. Ama così tanto quello che fa... Sembrava la sua prima volta su un set. E io pensavo: ecco come voglio essere. Servono disciplina, duro lavoro, dedizione e poi il talento arriva... Ancora oggi, spesso, mi chiedo: cosa farebbe Tom? Sì, a volte ci sentiamo, lo considero il mio mentore.

I primi anni a Los Angeles?

Facevo quattro provini a settimana ma a nessuno importava nulla di me. Tornai persino a scuola... Quando mi sento frustrato penso a quei due anni e mi do una pacca sulla spalla da solo.

Lei è anche un cantante, ha vinto tanto dischi d’oro. La priorità?

Il canto è stato la mia prima fidanzata ma mica sempre ti sposi col primo amore... I progetti musicali mi inseguono, Luis Miguel per esempio. Ma in questo momento viene prima la recitazione... Quando ho iniziato non ero particolarmente bravo, neanche come cantante. Ho solo avuto il coraggio di salire sul palco e la lucidità di riconoscere che dovevo studiare. E continuo a farlo...

Il miglior consiglio che le hanno dato?

È stato Tom Cruise col suo esempio: l’umiltà.