A tu per tu con Léa Seydoux, timida leonessa

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Photo credit: Max Mumby/Indigo - Getty Images
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Riceve in un bistrot parigino da cartolina, con il barista che prepara i dessert fischiettando e un habitué che probabilmente si chiede chi sia quella ragazza con tutti quegli appuntamenti. La ragazza in questione è Léa Seydoux e il suo prossimo appuntamento è con me. Indossa un vestito a quadri e porta i capelli corti. Ha l’aria un po’ sognante, accomodata di lato sulla sua sedia. È simpatica. Dà subito del tu. Vuole sapere cosa pensa la gente del film. Al collega prima di me pare non sia piaciuto. Non ci ha visto altro che la storia di una giornalista televisiva vanitosa e manipolatrice, «insomma, una stronza», riassume Léa.

Peggio per lui: France (nei cinema dal 21 ottobre) è un gran film, come quando si dice «un gran romanzo del XIX secolo»: una satira sui media e l’epopea morale di una donna priva di morale, il tutto condito da una sublime e poeticissima colonna sonora, composta da Christophe poco prima di morire. Un film politico, evidentemente, ma soprattutto la storia di una star che riesce in tutto, finché il regista Bruno Dumont la fa precipitare nella disperazione con una punta di sadismo, per vedere quanto tempo resiste al vuoto della sua esistenza, cosa resta di lei senza la sua messa in piega, di cosa è fatta un’anima dei nostri giorni. Come il gatto col topo, come Dio con Giobbe, come Dostoevskij se avesse conosciuto la televisione. È la prima volta che vediamo così bene Léa Seydoux. Accompagnata dalla sua assistente e anima dannata, una sghignazzante Blanche Gardin, è quasi costantemente inquadrata, spesso molto da vicino, fin troppo, o troppo truccata, come se Dumont cercasse di scrutare la verità oltre la maschera. Eroica, sincera, cinica, volgare, disperata e persino brutta, con il viso deformato dal dolore: France non le risparmia nulla.

«Bruno voleva filmare il mio viso come un paesaggio, con tutti gli stati d’animo che l’attraversano, come se fossero diversi fenomeni meteorologici». Le domando se si è divertita. Lei fa una smorfia: «Bruno dirige gli attori parlando direttamente nell’auricolare. Non ci sono dialoghi scritti, si sa solo quello che deve succedere nella scena e lui ci detta il testo all’orecchio. È speciale! E tutt’altro che facile». Il regista ha adottato questo bizzarro metodo con gli attori non professionisti di P'tit Quinquin, una miniserie poliziesca francese, e da allora non l’ha più abbandonato.

«Adoro quel film» dice lei, senza rancore. «Mi piace il paradosso che esprime: quello di una giornalista viziata e superficiale, ma che porta dentro di sé una sofferenza reale. È un film tragicomico, suscita sentimenti contrastanti che avanzano di pari passo. Ecco cosa mi piace di Dumont: i suoi film sono grotteschi, ma anche pieni di sincerità ed emozione».

Bruno Dumont e Léa Seydoux formano una strana coppia: lui, il regista del Nord, popolare e mistico; lei, la musa ispiratrice del lusso, la star hollywoodiana, la ragazza di James Bond. Eppure, sembra che i due siano molto in sintonia. Non è difficile da credere: con il suo viso da folletto, Léa Seydoux ha l’aria di chi attende il momento giusto per divertirsi e combinare marachelle.

È stata lei a cercare Dumont, contraddicendo il cliché delle attrici sottomesse ai desideri altrui. Allo stesso modo aveva supplicato Sylvie Ayme di prenderla nel primo film in cui ha recitato, Mes copines, uscito nel 2006, e assillato Abdellatif Kechiche per recitare in La Vie d'Adèle, insomma Léa Seydoux sa come portare acqua al suo mulino.

«Ho incontrato Bruno cinque anni fa in occasione di un film che non ho fatto, ma ho sempre avuto voglia di lavorare con lui. Dal canto suo, penso che avesse voglia di fare il ritratto di una donna di oggi, di una star». Sembra far finta di ignorare la crudeltà con cui Dumont le ha scritto su misura questa parte di donna molto bella, molto famosa, ma anche molto vuota. «Questa parte è venuta da me come io sono andata da lei» dice senza scomporsi. «Non avverto una vera e propria separazione tra me e il ruolo, che mi è stato cucito addosso». Per dirla con le parole dello stesso Bruno Dumont: «France De Meurs e Léa Seydoux si sono divorate a vicenda, crude».

La prima somiglianza tra le due è che condividono lo status di star. Nel film, France non può fare un passo senza che qualcuno le chieda un selfie, richiesta che asseconda sempre sorridendo, persino quando la sua vita privata è al tracollo. «France è una star televisiva, è diversa. Io riesco a passare inosservata» obietta Léa Seydoux. «Posso prendere la metro o il bus senza essere riconosciuta. Ma mi sono ritrovata nell’idea che la realtà è sempre diversa da come se la figurano le persone. Il film di Dumont parla di questo, del paradosso tra l’ultra-celebrità di questa ragazza e la sua estrema solitudine».

A cosa pensa in quel momento, cosa vive in segreto, mentre le fanno domande su un film che ormai ha già girato da diverso tempo? Perché quel giorno, Léa Seydoux non è più l’attrice melodrammatica del film di Dumont, ma sta girando One Fine Morning di Mia Hansen-Løve. Quest’autunno andrà da Cronenberg. E poi c’è stato il festival di Cannes. Quest’anno avrebbe dovuto presentare quattro film in concorso, ma un certo virus si è messo di traverso. Il 10 luglio, Léa ha annunciato di essere risultata positiva al Covid. Non si è ammalata, ma non ha neanche potuto calcare il red carpet per France, né per A feleségem története (La storia di mia moglie) di Ildiko Enyedi, né per The French Dispatch di Wes Anderson, né tantomeno per il superbo Tromperie di Arnaud Desplechin, tratto da un romanzo di Philip Roth. A prescindere dai pareri della critica su questi film, tutte e quattro le performance hanno ricevuto un’ottima accoglienza. Si leggono spesso frasi come «Léa Seydoux illumina il film».

Suona un po’ come un cliché, ma in effetti Léa porta in ciascun film una luce diversa, con i tratti del suo viso, la sua pelle che sembra fatta per il cinema e il suo spirito giocoso, che persino una vecchia volpe come Denis Podalydès, il suo partner in Tromperie, riconosce: «Avevo l’impressione che fosse sempre un passo avanti a me e il risultato era fantastico. Mi lasciavo dirigere». Si tratta inoltre di un film in cui l’attrice parla molto e molto bene, modulando la voce e risultando erotica nelle parole quanto nel corpo. «Il mio primo ruolo da donna», commenta lei. Dopo tante parti di ragazzine e giovani donne, a 36 anni Léa Seydoux entra in una nuova era.

Niente trionfo a Cannes, quindi. Quando si dice brillare per la propria assenza: un’arte in cui eccelle, visto che dà sempre l’impressione di essere un po’ altrove. Le è stato più volte rimproverato di essere scollegata dalla realtà, con la testa tra le nuvole. Lei lo riconosce, ma senza farsene un vanto: «Non sono per niente politica, lo confesso. Sono consapevole di vivere in una bolla. La politica è una cosa concreta, e credo di avere un rapporto con il mondo non molto concreto, mi accorgo di non comprendere bene i codici, ma c’è un altro mondo che capisco meglio, quello dei sentimenti. Ogni regista con cui lavoro mi aiuta a pensare il mondo».

Ha detto spesso di essere timida. Nelle foto, sotto il viso impeccabile, a volte il décolleté tradisce macchie rosse di emozione. Ma i timidi, si sa, hanno anche bisogno di raccontarsi. Léa Seydoux ama le interviste: «Le trovo sempre molto interessanti».

Tuttavia, si mangia le mani per aver accettato quel famoso reportage per Envoyé spécial. Eppure, trasmette dolcezza e spontaneità, all’opposto della comunicazione ultra-controllata delle star. «A volte si ha l’impressione di fare cose molto impudiche, cosa che è vera per gli attori, ma ancora di più per le attrici, vista la maggiore tendenza a metterne in evidenza il corpo nudo. È difficile da esprimere, si ha la sensazione di consegnare agli altri qualcosa di molto intimo, è un po’ come sentirsi derubati, fa paura, ci turba, ma alla fine non si può mai sapere cosa si mostra di sé. Trovo più spudorate cose come Instagram, o i selfie. Uccidono un po’ il desiderio, almeno io non ho voglia di seguire gli attori che ammiro su Instagram». Dire troppo o non dire abbastanza: i rapporti con la stampa si reggono su equilibri delicati. Ecco, quindi, la storia di una ragazza nella sua bolla. E non una bolla cinematografica, nonostante il nonno Jérôme Seydoux, proprietario del Pathé e il prozio Nicolas Seydoux, presidente di Gaumont, due storiche case di produzioni cinematografiche francesi.

Pur essendo “figlia di”, i genitori di Léa sono due personaggi fuori dagli schemi, estranei al mondo del cinema. La madre, Valérie Schlumberger, ereditiera bohémienne che trascorre gran parte del suo tempo sull’isola Gorée, ha fondato la galleria Csao per promuovere l’artigianato senegalese. Il padre è un imprenditore nerd, appassionato di high-tech. «Non erano particolarmente interessati al cinema. Mia madre a suo modo è un’artista, e anche mio padre.» Chiuso il capitolo sui genitori, il resto si trova sparso un po’ ovunque nelle sue interviste. Si sono separati quando lei aveva tre anni, lasciandola crescere come un’erbaccia in un palazzo privato. Da piccola si sente trasparente. A scuola la chiamano “Léa 2 de tension”, cioè “Léa la flemmatica”. Pratica il culto di Michael Jackson, sogna di diventare ballerina, viene bocciata alla maturità perché non si sveglia in tempo per una prova d’esame. Poi, finalmente, approda al cinema. Per caso? Per il bisogno di essere guardata?

«Avrei potuto vivere completamente fuori dal mondo, ma penso che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Io, almeno, ne ho bisogno e il cinema è un modo di essere in contatto con la vita, con le persone. E comunque fare cinema è divertente, è come una grande ricreazione. Sono una contemplativa con tendenze malinconiche. Ho sempre detto che il cinema mi ha salvato». Quindi sei felice? «Sì e no», risponde senza esitare: «in certi momenti mi sento felice, in altri triste, ma nel complesso sono abbastanza contenta, toccando ferro. Amo la vita. È una fortuna, credo che sia qualcosa che non si decide. Ma amo la vita anche nella sua tristezza e nei suoi momenti più bui», dice con un sorriso eloquente. Essere attrice non vuol dire fuggire dalla realtà: «Non sono mai una persona diversa da me stessa e quando recito sono ancora più me stessa. È un modo di comprendere il mondo in cui si vive». E come accade spesso nelle interviste, qualcosa affiora quando si avvicina la fine e il dito si posa sul registratore, pronto a premere stop. Come se avesse voglia di continuare. Ma l’intervista è finita. Forse Léa Seydoux è diventata attrice proprio per non essere obbligata a parlare troppo. Ma per pronunciare le parole degli altri e conservare il proprio mistero.

Photo credit: Jeff Spicer - Getty Images
Photo credit: Jeff Spicer - Getty Images

Non chiamatela Bond Girl

(di Roberto Croci)

«Abbiamo girato a Matera, dove comincia il film», racconta Lea Seydoux, che ritorna nel ruolo di Madeleine Swann in No Time to Die, 25esimo capitolo della saga di James Bond. «Anche se ho trovato Matera molto romantica, il luogo di cui mi sono innamorata girando questo film è stato l’Irlanda, perché è remota e misteriosa, mi piacciono molto i posti vuoti e solitari, immersi nella natura». Seppure il suo ruolo venga classificato come quello di Bond Girl, Lea crede che sia arrivato il momento di mandare il termine in pensione. «Da quando Eva Green ha interpretato Vesper Lynd in Casino Royale, il ruolo della Bond Girl è cambiato completamente. Eva non era solo oggetto di desiderio, ma sopratutto complice di 007, non era solo la donna che lo accompagna, ma quella che aveva un ruolo preciso nello sviluppo di storia e dialoghi. In questo film, Bond è cambiato, è molto più complesso, più vulnerabile rispetto al passato; anche Madeleine è più emotiva, meno distante rispetto al primo film, scopriamo qualcosa di più sul suo passato ed esploriamo meglio la sua relazione con Bond, un rapporto alla pari, tra uomo e donna. Basta con le donne oggetto. Per me è il primo Bond movie che può essere visto da tutti, non solo dagli appassionati della serie, profondo, ma anche viscerale e spettacolare». Il suo Bond preferito? «Non erano i film che guardavo quando ero ragazzina, ho sempre preferito il cinema indipendente. Ho scoperto Bond grazie a mia sorella Camille, una vera fan di Daniel Craig. Era molto contenta quando ho ottenuto la parte, non tanto per la mia carriera, ma perché così avrebbe finalmente potuto conoscerlo».

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