Tutto, ma proprio tutto, sui risultati delle elezioni americane

Di Mario Aloi
·11 minuto per la lettura
Photo credit: Charles McQuillan - Getty Images
Photo credit: Charles McQuillan - Getty Images

From Esquire

Sebbene gli avvertimenti non fossero mancati, il principale problema della quattro giorni di conteggi e coda elettorale è stato un problema di percezione. Il fatto che i voti depositati il giorno delle elezioni e quelli invece inviati anticipatamente – che sapevamo avrebbero favorito in maniera opposta e speculare i due candidati – siano stati contati in momenti diversi, uno in fila all’altro, ha creato tutta una serie d’illusioni ottiche che il pubblico (ma pure buona parte dei media) ha fatto fatica a gestire. Anche, forse soprattutto, dal punto di vista emozionale – perché alla fin fine la percezione di un risultato elettorale si gioca spesso sulle aspettative.

In questo senso, i primi segnali che qualcosa stesse andando storto sono arrivati prestissimo. Già intorno alle due italiane, poco dopo la chiusura dei primi seggi, ma con parecchi voti già scrutinati, CNN raccontava la gara in Florida come serratissima, con i due candidati a pochi decimali l’uno dall’altro. E in effetti i due candidati erano a pochi decimali l’uno dall’altro, ma la corsa non era serrata per niente.

Photo credit: SOPA Images - Getty Images
Photo credit: SOPA Images - Getty Images

Chiunque stesse osservando la provenienza dei dati, invece che soffermarsi sul semplice avanzare dei numeri, sapeva che i seggi di Panhandle – la porzione più a nord dello stato, in stragrande maggioranza repubblicana – non erano ancora stati inclusi nel conto. Nessuno dei seggi di Panhandle. In pratica mancavano solo voti di Trump. Chi aveva questa informazione sapeva che al contrario di quanto sembravano suggerire le percentuali in evidenza sulla schermo, per Biden in Florida non c’era più alcuna speranza. Però appunto, gli analisti avevano questa informazione, il pubblico no. Il resto della serata e dei giorni a seguire sarebbe andato avanti più o meno su questa falsariga.

Il caso più vistoso è stato senza dubbio quello di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, il terzetto che ancora una volta ha finito per orientare e poi decidere l’elezione. Anche qui sapevamo che questi stati sarebbero andati più lenti, perché a differenza della Florida non avevano potuto cominciare a processare in anticipo le schede arrivate ai seggi nelle settimane precedenti al 3 novembre.

Sapevamo anche che i voti via posta sarebbero stati contati dopo e che avrebbero spostato il saldo complessivo verso il candidato democratico. Il vantaggio accumulato da Trump al termine della notte elettorale era quindi parziale e molto probabilmente illusorio (come poi si è rivelato). Lo sapevamo, eppure questo non ha scoraggiato le prime, affrettate, analisi del voto. Trump ha vinto, o comunque se alla fine vinceranno i Democratici, sarà una vittoria a metà.

Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images

Ora che abbiamo dati più attendibili, anche se non completi, e sicuramente tendenze molto solide, possiamo dire che l’affermazione di Biden è stata invece piuttosto netta. Nessuna valanga, senza dubbio, ma una vittoria tutta intera. Altro che a metà.

I sondaggi e le varie previsioni elettorali ci fornivano una forbice piuttosto ampia di risultati possibili, che andavano da un successo di misura del presidente a uno molto largo di Biden. Nate Silver, giornalista americano esperto di dati e famoso per le sue previsioni elettorali, poco prima della chiusura dei seggi aveva pubblicato un pezzo il cui titolo, tradotto in italiano, suonava più o meno così: Biden è favorito, ma il confine tra vittoria a valanga e vittoria di un soffio è molto sottile. La mappa che vediamo oggi, non definitiva ma quasi, si piazza leggermente oltre il punto medio (verso Biden) di questa gamma. Al netto delle distorsioni dovute al conteggio sfasato, i Democratici ci avrebbero probabilmente messo la firma.

La vittoria di Biden è tanto più netta se si considera che il suo partito arrivava a queste elezioni con uno svantaggio di partenza nell’Electoral College, il sistema elettorale americano che non premia chi prende più voti in assoluto, ma chi li distribuisce meglio. Lo squilibrio iniziale non è sempre a favore dei Repubblicani: dipende dalla ripartizione dei vari elettorati, che ovviamente cambia nel tempo.

Photo credit: SOPA Images - Getty Images
Photo credit: SOPA Images - Getty Images

Nelle ultime due presidenziali, però, sono stati i Democratici a partire indietro, essenzialmente perché quello che ormai è il gruppo demografico di riferimento del Partito Repubblicano, gli elettori bianchi non laureati, è concentrato (e quindi sovrarappresentato) in quegli stati che oggi tendono a decidere l’elezione, come per esempio proprio Michigan, Wisconsin e Pennsylvania (ma anche, per citarne uno tra quelli grossi, l’Ohio). Un altro modo di metterla è che gli stati più probabilmente decisivi tendono a essere più repubblicani della media nazionale.

Questo è il motivo per cui il partito di Trump può vincere l’Electoral College pur perdendo il voto popolare, cosa che per i Democratici è al momento impossibile. Alla fine è molto probabile che Biden raggiunga un numero di grandi elettori identico a quello di Trump nel 2016 (306), ma per farlo ha avuto bisogno di 5/6 milioni di voti in più dell’avversario (ancora non sappiamo il numero preciso), mentre Trump ci era arrivato prendendone quasi 3 milioni in meno. Questo dato da solo dovrebbe bastare a rendere l’idea di quanto sia profondo lo squilibrio di partenza.

In un contesto del genere, una vittoria a valanga del Partito Democratico è sempre lo scenario meno probabile, perché implicherebbe uno scarto nel voto popolare di oltre 1o milioni di voti, che è una roba con pochissimi precedenti. Certo, quest’anno i sondaggi suggerivano che la possibilità esistesse, ma tra possibile e probabile c’è di mezzo appunto il Midwest, un’area di oltre due milioni di chilometri quadrati. Se poi qualcuno ha voluto credere che fosse il risultato su cui contare, beh, è di nuovo una questione di aspettative, non di dati reali.

Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images

Tornando alle proporzioni dell’affermazione democratica, invece, proprio i dati reali al momento ci dicono che Biden ha: 1) vinto il voto popolare di 4/5 punti percentuali, il secondo distacco più ampio dal 2000 (solo Obama nel 2008 ha fatto meglio); 2) raggiunto questo margine in un’era di polarizzazione crescente, che tende a produrre elezioni con distacchi sempre più ridotti; 3) preso più voti di qualunque candidato presidenziale nella storia del paese (alla fine saremo intorno agli 80 milioni) e generato un’affluenza (67% circa) che non ha precedenti in oltre un secolo; 4) riconquistato i tre stati che causarono la sconfitta di Hillary Clinton: i soliti Michigan, Wisconsin e Pennsylvania; 5) molto probabilmente vinto anche due roccaforti repubblicane come Arizona (primo democratico a riuscirci dal ’96) e Georgia (ancora meglio, primo democratico dal ’92); 6) sconfitto un presidente in carica, cosa che negli Stati Uniti succede raramente (solo 4 casi dal 1932: Hoover, Ford, Carter e Bush Sr).

L’inversione di tendenza rispetto al 2016 sembra essersi materializzata a certe latitudini ben precise. Vediamo alcuni dettagli, con particolare attenzione ovviamente ai cosiddetti swing state, gli stati che alla vigilia erano considerati in bilico tra i due candidati.

Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, oggi come quattro anni fa, hanno di fatto deciso l’elezione. La vittoria a sorpresa di Trump del 2016 poggiava su un consenso che si era dimostrato ben radicato a cavallo tra zone rurali e aree con la più alta densità di elettori bianchi senza diploma universitario. Il presidente aveva inoltre potuto contare sulla tradizionale popolarità del Partito Repubblicano nei sobborghi: le aree mediamente più ricche intorno alle città. Quest’anno però proprio l’elettorato suburbano, il più numeroso e quindi aritmeticamente decisivo, sembra avergli voltato le spalle in massa. Un po’ ce lo si aspettava (il trend era già evidente nelle elezioni di metà mandato del 2018), ma le proporzioni della ritirata sono comunque degne di nota.

Photo credit: Probal Rashid - Getty Images
Photo credit: Probal Rashid - Getty Images

Si tratta di una tendenza nazionale, che però viene fuori ben visibile anche nel Midwest. Secondo le prime analisi, in Michigan Trump ha addirittura guadagnato consenso in gran parte delle contee dove il reddito medio è più basso o la percentuale di elettori bianchi senza laurea più alta, ma ne ha perso una fetta ancora più consistente in quelle urbane, suburbane, più ricche e dove il livello d’istruzione dell’elettorato bianco è maggiore.

La tendenza è simile anche in Wisconsin, uno tra gli stati con la percentuale più alta di elettori bianchi senza diploma universitario di tutto il paese. Qui Trump ha spesso alzato l’affluenza e confermato i margini positivi del 2016 nelle contee rurali, ma Biden ha compensato avanzando rispetto a Clinton nei distretti più popolosi, urbani (già vinti quattro anni fa) e suburbani (che allora andarono in buona parte a Trump). Più in generale comunque, a livello nazionale, i sobborghi sono le aree del paese che si sono spostate maggiormente da un partito all’altro rispetto al 2016, incidendo in maniera decisiva sul risultato finale.

Pur avendo centrato il bersaglio grosso, però, le notizie per i Democratici non sono tutte positive. In due degli stati più chiacchierati della vigilia, Texas e Florida, un blocco elettorale in particolare ha attirato l’attenzione dei commentatori: i latinoamericani. Gli ispanici sono uno dei gruppi demografici più dibattuti in generale, principalmente per due ragioni: sono numericamente la prima minoranza del paese (18,5% della popolazione, circa 60 milioni di persone); e poi sono un insieme composito, tutt’altro che monolitico, e per questo molto difficile da leggere. Da che parte sono andati i latini in queste elezioni? Beh da tante parti, come al solito. Forse anche più del solito.

Photo credit: Samuel Corum - Getty Images
Photo credit: Samuel Corum - Getty Images

Alla fine del conto, la maggior parte di loro avrà probabilmente, come tradizione, votato democratico. Ma la porzione repubblicana, che dai tempi di Nixon oscilla intorno al 30%, sembra destinata ad allargarsi. Due grandi gruppi ispanici hanno appena mandato segnali importanti in questa direzione: i cubani del Sud della Florida e i messicani del Sud del Texas. In queste aree lo spostamento di voti verso Trump è stato enorme. Per rendere l’idea, nella contea di Miami-Dade Clinton vinse di 30 punti, Biden si è fermato a 10. E ancora: nella contea di Starr, Texas, al confine con il Messico, quattro anni fa i Democratici staccarono i Repubblicani del 60%, oggi non sono riusciti a far meglio del 5.

Questa circostanza è importante soprattutto in prospettiva. Nel 2012, in seguito alla sconfitta di Mitt Romney, il Partito Repubblicano – che oggi ha un bacino d’utenza essenzialmente monocolore, quasi esclusivamente bianco – abbozzò una discussione su come adattarsi alla rivoluzione demografica che sta investendo gli Stati Uniti e diventare più inclusivo. Quella discussione fu interrotta sul nascere dall’ascesa di Donald Trump e dalla vittoria del 2016, ottenuta serrando le fila del proprio elettorato tradizionale. Ma è probabile che a un certo punto ci sarà bisogno di farla ripartire. I segnali dell’ultima settimana possono forse indicare una possibile via di sviluppo.

Anche perché la razza mista dei latini non ha mai trovato collocazione nelle categorie identitarie della storia americana, il cui frame è essenzialmente binario: bianchi da una parte e neri dell’altra. Nessuno spazio per le varie sfumature nel mezzo. Da questo punto di vista, gran parte delle comunità ispaniche – che hanno sempre votato poco ma la cui partecipazione è in decisa crescita – sono in cerca di una definizione e di un referente politico. Proprio a partire da quanto emerso in questi ultimi mesi, è probabile che gli ingegneri del consenso repubblicano finiscano col farci un pensierino.

Photo credit: SOPA Images - Getty Images
Photo credit: SOPA Images - Getty Images

Altri numeri non proprio incoraggianti per il partito del neo presidente eletto Joe Biden, ancora peggiori perché hanno un impatto nell’immediato, sono quelli che arrivano da tutte le elezioni che non sono le presidenziali: il voto per la Camera, quello per il Senato, e poi i vari parlamenti statali.

Alla Camera i Democratici si aspettavano di consolidare la propria maggioranza. E invece mantengono il controllo, ma perdono almeno cinque seggi (pure qui lo spoglio è ancora in corso e non abbiamo i numeri definitivi). Speravano anche di strappare il Senato ai Repubblicani, ma al momento le chance di raggiungere anche solo il pareggio (50-50) sono appese a due ballottaggi in Georgia, che si terranno a inizio gennaio e dove comunque partono leggermente indietro. C’è anche un seggio che ancora balla in Alaska, ma nessuno ci fa troppo affidamento.

In caso di parità, sarebbe ogni volta la neo vicepresidente Kamala Harris a dover/poter rompere lo stallo in favore del suo partito, ma ecco anche in questo caso, che al momento è la migliore delle ipotesi, ci vorrebbe del coraggio a chiamarla maggioranza.

Un’ultima nota, per chiudere. Il fatto che tutti i candidati repubblicani per cariche minori rispetto alla presidenza (downballot, direbbero gli americani), abbiano fatto generalmente meglio di Trump suggerisce che il voto delle presidenziali vada inteso più come una bocciatura personale, che non come un giudizio espresso sull’intero partito. Questo però non toglie che Joe Biden si troverà probabilmente a iniziare il suo primo mandato senza controllare entrambe le camere – cosa che negli ultimi tempi era diventata una specie di consuetudine per i presidenti all’esordio, con la parziale eccezione di Bush figlio – e quindi con un margine d’azione decisamente inferiore rispetto ai suoi più recenti predecessori.