Un attimo di attenzione per i #congiuntifuoriregione che chiedono allo Stato di non essere dimenticati

Di Monica Monnis
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Photo by Casey Horner on Unsplash
Photo credit: Photo by Casey Horner on Unsplash

From ELLE

"Resteremo morti dentro ma con una bella messa in piega". Saranno i caratteri risicati (sono 280 da tre anni esatti ma la maggior parte degli utenti è rimasto fedele ai 140 originali), ma twitter rimane il place to be dell'ermetismo, la fotografia incisiva "dell'aria che tira" palesata a volte con ironia, a volte con sconforto, a volte con polemica. Oggi i trend topic, ovvero gli argomenti di cui si fa un gran twittare, sono tutti legati alle elezioni americane, a Joe Biden (e Lady Gaga), a Trump (e Lana del Rey) e ovviamente al nuovo dpcm destinato a stravolgere, di nuovo, le nostre vite. Ad infiammare gli animi, ancor prima delle parole ufficiali di Conte, in particolare le chiusure (dei ristoranti e bar ma non dei parrucchieri anche in zona rossa, ecco spiegato il tweet sarcastico dell'incipit) e dei limiti di spostamento da e per le regioni più a rischio che non terrebbe conto dei congiunti "separati da un confine".

"Il Covid ci ha tolto tutto: non toglieteci anche chi ci ama" è la sintesi dell'appello lanciato su twitter e urlato dall'hashtag #congiuntifuoriregione, coniato nel primo lockdown e tornato in auge nelle ultime ore dopo la circolazione della bozza del nuovo decreto, che molto probabilmente entrerà in vigore da domani fino al 3 dicembre, e che limiterà gli spostamenti da e per le regioni più a rischio se non "per motivi di studio, di lavoro e salute". Famiglie e amori divisi da confini territoriali che pensano a un lungo mese di lontananza, di videochiamate su zoom e un peso nel cuore, e che chiedono a gran voce di aggiungere le visite ai congiunti nell’autocertificazione che giustifica la mobilità interregionale.

"Questa volta pensate anche a noi. Pensate anche a noi che abbiamo la persona che amiamo in un’altra regione. Divisi da un confine. Se proprio dovete chiuderle, inseritelo come motivo di giustificazione. Per favore. Almeno questa volta", scrive Leonardo sintetizzando il pensiero di molti e rendendolo chiaro e potente. Perché "vedere la persona che amiamo è una necessità" e un "diritto", e incontrare i propri affetti, genitori, figli, fratelli, sorelle, nonni, nipoti, fidanzati, ovviamente con tutte le precauzioni del caso, deve essere considerata "una necessità e un'urgenza" e non un capriccio. Non parlano di baci e abbracci ma di conforto (con distanza sociale), perché anche la salute mentale è un'emergenza (e lo abbiamo appurato con il primo lockdown) e non va presa sotto gamba, perché con l'ansia e la depressione non si scherza e perché la solitudine, soprattutto di chi vive da solo e non ha nessuno su cui appoggiarsi nella regione in cui è domiciliato, può diventare estremamente pericolosa.

View this post on Instagram

Prima della pandemia non avevo capito l’ossessione classica per l’iconizzazione dei visi, le monete coi profili, l’arte della decapitazione delle facce dei potenti. Nella mia iconoclastia non avevo capito niente. Adesso che non posso più vederli, dei visi amati ho un bisogno abissale e gli effetti della loro progressiva rimozione mi spaventano più del rischio di ammalarmi. "Volto non riconosciuto", mi dice il telefono quando provo a sbloccarlo con il riconoscimento facciale. Come lui, anche io con la mascherina non riconosco le persone. La perdita di familiarità è uno degli effetti collaterali più pesanti di questa pandemia: un virus a trasmissione affettiva ci obbliga a ridefinire il concetto di intimità e come estrema conseguenza ci costringerà a scegliere chi vogliamo vicino. Gli amici intorno a me si chiudono a cerchi di sei persone che fanno il patto di frequentarsi solo tra loro. Memori dell’angoscia solitaria del primo lockdown, dopo la chiusura dei luoghi di socialità e il coprifuoco, molti stanno facendo sbucare nei soggiorni i pouf gonfiabili e i divani-letto, proponendosi convivenze solidali e qualunque cosa possa generare protettive familiarità temporanee. Una di voi ieri mi ha scritto una cosa su cui continuo a riflettere. “Vorrei la smettessero di proporre una rappresentazione monocorde della vita che presuppone l'esistenza di una famiglia e che lega a questa la nostra felicità, il benessere e la realizzazione dei bisogni individuali e sociali. Per coloro che non l’hanno, la privazione della socialità, del cinema, del teatro, dello sport in compagnia è dolorosa perché è in questo che consiste la loro vita.” Ha ragione, ma la velocità del contagio ora non ci lascia scampo: se vogliamo vivere e far vivere siamo obbligati all’isolamento. Tuttavia possiamo anche compiere l’atto creativo di trasformare in fisiche le vicinanze emotive e decidere che isolamento non vuol dire necessariamente solitudine. Se potete, chiedete a una persona cara di valutare una convivenza amichevole di un mese. Un volto, anche solo uno, che ci conservi viva la capacità di riconoscere tutti gli altri. ********

A post shared by Michela Murgia (@michimurgia) on Oct 28, 2020 at 5:21am PDT

"Molti stanno facendo sbucare nei soggiorni i pouf gonfiabili e i divani-letto, proponendosi convivenze solidali e qualunque cosa possa generare protettive familiarità temporanee", ha scritto su Instagram la scrittrice Michela Murgia parlando delle esperienze di coliving di amici e fidanzati aka persone biologicamente non imparentate nate in questi giorni, "possiamo anche compiere l’atto creativo di trasformare in fisiche le vicinanze emotive e decidere che isolamento non vuol dire necessariamente solitudine. Se potete, chiedete a una persona cara di valutare una convivenza amichevole di un mese, un volto, anche solo uno, che ci conservi viva la capacità di riconoscere tutti gli altri".