Un Margarita perfetto è Messico e nuvole

Di Federico Di Vita
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Photo credit: Getty Images
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From Esquire

Non sono tanti i cocktail a poter vantare una festa di compleanno, quella del Margarita è il 22 febbraio, nel National Margarita Day gli statunitensi festeggiano il drink simbolo del Messico, pronto a scavalcare qualunque muro. Era il cocktail preferito di Jack Kerouac il Margarita, punteggiava le sue interminabili scorribande a sud del Rio Grande ed era misura esatta della sua felicità. Il sapore robusto e dissetante del Margarita è una delle chiavi sintetiche per cogliere il carattere del Messico, è del resto amatissimo dai bevitori di tequila. È uno dei – se non il – sour più celebre in assoluto, e il suo nome significa perla (in latino) e naturalmente margherita (in spagnolo), ma nessuno ci pensa quando lo sorseggia distrattamente prima di cena, il suo momento magico.

Ovviamente se ne contendono la paternità frotte di barman, succede sempre ma in questo caso forse ancora di più – il che è anche curioso, non trattandosi in fondo, magari sorprendentemente, di un cocktail così antico. William Grimes, nel suo Straight Up or On the Rocks: The Story of the American Cocktail, sostiene che furono in molti a garantire di averlo sorseggiato in Messico sin dagli anni Trenta. Un buon candidato come demiurgo può essere Salvador Negrete, che nel 1936 al bar del Garci Crispo Hotel combinò un terzo di Triple Sec, un terzo di Tequila e un terzo di succo di lime, non mescolati e serviti con ghiaccio tritato, come drink nuziale per sua cognata: Margarita, naturalmente. Nasceva forse così un vero immortale per gli ambienti del beverage.

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O forse no, perché un altro ad avanzare pretese di paternità fu Carlos Herrera, che nel 1938 nel ristorante del Rancho La Gloria, tra Rosarito Beach e Tijuana, miscelando tequila bianca, succo di limone e Trilpe Sec con del ghiaccio tritato, per poi shakerare il tutto fu, almeno secondo alcuni, il primo a dar vita alla leggenda. Anche stavolta il fiore d’alcol era un omaggio per una donna, dedicato in quel caso a una giovane attrice, Marjorie King (occhio al nome), che non beveva distillati diversi dalla tequila (raffinatissima).

Altro giro altra storia, voliamo nella Acapulco del 1948 dove Margaret Sames ritiene di aver inventato il Margarita usando una parte di Cointreau, tre di tequila e una di succo di lime. Notando inoltre che molti sorseggiavano la tequila dopo aver leccato del sale, decise di guarnire il suo cocktail con una crosta di quest’ultimo. In breve tempo quest’elegante innovazione scortata da sale e limone era destinata a fare scuola, tanto che lo slogan di un grosso importatore di tequila negli Stati Uniti già negli anni Quaranta recitava: “Margarita: is more than a girl’s name”.

Un ultimo potenziale artefice (vi confido che nel caso del Margarita sta iniziando a venirmi il dubbio che l’idea possa essere nata indipendentemente a più persone) può essere il texano Pancho Morales, che preparò il suo primo Margarita il 4 luglio 1942, al Tommy’s Place di Juàrez. Leggenda vuole che una signora avesse ordinato un Magnolia, e che Morales non ricordandone la ricetta improvvisò, inventando il Margarita quasi per caso.

Comunque sia nato – ed è chiaro che non lo sapremo mai – quel che è certo è la perfezione refrigerante di ogni buon Margarita, ideale per rinfrescarci il palato mentre mangiamo pietanze grasse e piccanti. Non è un caso se è ideale con la cucina messicana. Agrodolce, pungente, deciso, erbaceo, esotico, forte ma equilibrato, il Margarita, in cui il sapore della tequila è stemperato dalle note del lime e dalle ricche sfumature del Triple Sec, era pronto dal primo momento a entrare nel gotha della mixology, e ovviamente in tutti gli annali dell’IBA (l’International Bartender Association).

Photo credit: pjohnson1
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La ricetta

Come forse avrete intuito anche dalla carrellata storica non mancano diverse interpretazioni del Margarita, in cui variano a volte non poco le proporzioni tra i tre ingredienti principali. Le più diffuse sono:

  • 2:1:1 (50% tequila, 25% Triple Sec, 25% lime fresco o succo di limone)

  • 3:2:1 (50% tequila, 33% Triple Sec, 17% lime fresco o succo di limone)

  • 3:1:1 (60% tequila, 20% Triple Sec, 20% lime fresco o succo di limone)

  • 1:1:1 (33% tequila, 33% Triple Sec, 33% lime fresco o succo di limone)

Tuttavia è ancora un altro standard suggerito dall’IBA, ovvero:

  • 7:4:3 (50% tequila, 28,5% Triple Sec, 21,5% lime fresco o succo di limone)

Fare un Margarita è molto facile. Scegliete voi le proporzioni tra le bevande e versate tutti gli ingredienti nello shaker, e poi in una coppa Margherita (ossia quella con la classica forma a sombrero rovesciato) ghiacciata. Se volete orlare il bordo della coppa di sale bagnatelo prima di miscelarvi il drink e fatelo rotolare su una distesa di sale, così da creare la caratteristica “crusta”.

Normalmente i Margarita contengano tequila, Triple Sec (o Cointreau), succo di lime o di limone, e qualche volta un dolcificante aggiuntivo, ma si stanno imponendo sempre più variazioni. C’è ad esempio chi impiega succo di lime imbottigliato (già zuccherato), anche per rendere il cocktail più dolce.

Il drink è spesso (ma non sempre) servito shakerato con ghiaccio, ossia “on the rocks”, ma ha avuto una grandissima (e meritoria) diffusione anche nella versione “frozen”, ovvero mescolato con una crema di ghiaccio. Dissetante e freschissima, questa interpretazione è perfetta anche per pasteggiare. Farla è semplicissimo: basta versare in un frullatore la tequila, il succo di lime fresco, il Triple Sec e il ghiaccio. E a questo punto avviare il frullatore per qualche istante, prima di versare questa neve messicana nelle assetatissime coppette.