Un’opportunità. Non è quello che tutti vogliamo?

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Photo credit: SOPA Images - Getty Images
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Sembra una bambola, si dice di un bambino appena nato. Gli occhi grandi, il viso minuto, le mani perfette con le unghie e le fossette, fatte come in miniatura.

Non sembra soltanto, lo è. Un neonato è un piccolo corpo incapace di vita autonoma. Una cosa inerme, come un giocattolo, in balia degli adulti. A loro spetta il compito di nutrirlo, coprirlo, cambiarlo, prendersene cura. Se la mamma lo lascia sveglio nel lettino, in preda ai morsi della fame, non può far altro che aspettare. Se lo veste troppo poco andando al parco, può solo mettersi a piangere e a strillare per attirare l’attenzione sperando di essere capito. Non può tirarsi su la copertina, non può chiedere di tornare a casa. Mi ha sempre un po’ turbato l’impotenza dei neonati. Quell’assoluta e disarmata dipendenza. E se uno li lascia all’addiaccio sul terrazzo? Se li dimentica nel passeggino? Sono i pensieri spaventosi e indicibili delle madri schiacciate da tanta non richiesta onnipotenza. Pensieri molesti, che testano la solidità dell’istinto materno, la propria capacità di garantire la sopravvivenza a un essere tanto vulnerabile e indifeso.

Ora prendete questo fagotto di carne tenera e ossa da uccellino e buttatelo in mare. Mettetegli una cuffietta a difesa di un cranio ancora non compiuto e molle per le fontanelle e affidatelo all’abbraccio infido delle onde. Quanta disperazione deve esserci in una madre che fa tacere tutte le sue voci interne pur di trovare, a qualsiasi costo, la salvezza? L’immagine del neonato salvato da un sub della Guardia Civil nelle acque di Ceuta, l’enclave spagnola in cui si sono riversati la scorsa settimana 8.000 migranti, è di quelle che fanno il giro del mondo.

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Racconta Juan Francisco Valle, il salvatore barbuto, che il corpicino si muoveva appena ed era gelato. Nello scatto il piccolo ha il capo chino e una tutina a righe, il viso appena visibile ha i tratti rugosi di quei bambolotti di gomma iper-realistici che paghi una fortuna. Qualcuno, colto da solita smania complottista, ha insinuato che fosse davvero un pupazzo reborn. E tuttavia, erano più di 1.500 i minori dispersi in mare. I più grandicelli erano abbarbicati sulle rocce, i più piccoli chiusi negli zaini o aggrappati alle madri, che galleggiavano su appigli di fortuna.

A Ceuta e Melilla, città autonome di Spagna su suolo marocchino, ogni anno si riversano migliaia di disperati provenienti per lo più dalle zone subsahariane. Si spingono a nord, coi camion dei trafficanti di uomini, con la speranza di accedere a quel primo avamposto d’Europa in terra d’Africa per ottenere il diritto d’asilo. Qualcuno ce la fa, entrando nelle enclavi in modi fantasiosi (si racconta di un giovane di 19 anni proveniente dal Gabon chiuso in una valigia), qualcuno – la maggior parte – viene disperso dalle forze dell’ordine a Rabat, Casablanca, Fez oppure dirottato in Libia. Dove seppellirà ogni illusione di farcela o ritenterà la fuga in Occidente pagando un nuovo obolo al destino trovando posto in un barcone.

C’è un’altra immagine, che resterà simbolo di questa nuova emergenza umanitaria, conclusasi con 6.000 rimpatri e l’acuirsi della crisi diplomatica tra Spagna e Marocco: una ragazza, Luna Reyes, volontaria della Croce Rossa, che in uno slancio di umanità abbraccia d’istinto un migrante in lacrime. Restando travolta dagli insulti degli haters.

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Nessuno ha davvero voglia di sapere da cosa scappano tanti disperati e perché. Chi sono, che storie hanno, dove sono diretti. Più facile ignorarli e trasformarli in clandestini.

Poi un giorno un giovane tiktoker, arrivato a un anno in Italia dal Senegal insieme ai genitori con la solita traversata di fortuna, diventa una star dei social e tutti lo applaudono, compreso Mark Zuckerberg. Si chiama Khaby Lame e benché sia cresciuto a Chivasso, provincia di Torino, non ha ancora la cittadinanza italiana.

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Ma almeno ha avuto un’opportunità. Non è quello che tutti vogliamo? Non è un diritto di ogni essere umano? Giocarsela. Sperando di diventare qualcuno o nessuno. Semplicemente di farsi una vita. Senza rischiare di perderla. E senza passare ogni volta dal via.