Un pomeriggio tra i progetti di laurea della Design Academy di Eindhoven, a caccia di nuovi talenti

Di Rosario Spagnolello
·5 minuto per la lettura
Photo credit: Courtesy Roberta Di Cosmo
Photo credit: Courtesy Roberta Di Cosmo

From ELLE Decor

Chi è stato alla Dutch Design Week negli anni passati sa bene che il Graduation Show della Design Academy Eindhoven è l’evento più interessante e impegnativo da vedere. Nel 2019 la scuola si è spostata dalla sua sede centrale per colonizzare una ex fabbrica di latte, Campina, dagli spazi immensi e perfetti per una mostra di design. Ogni anno sono quasi 200 le tesi esposte (tra bachelor e master) e ci vuole un pomeriggio intero per dedicare la giusta attenzione a tutti i progetti. La competizione è altissima: gli studenti sanno che gli occhi di collezionisti, galleristi, curatori e giornalisti sono su di loro. Per fare un esempio: il duo di designer OrtaMiklos, usciti dall’accademia lo scorso anno, erano qualche mese dopo in mostra alla galleria Friedman Benda di New York, attualmente tra le più importanti al mondo.

A causa del Coronavirus, quest’anno il Graduation Show della DAE si è trasferito in digitale: niente chiacchiere con i giovanissimi designer, niente zuppetta calda a pranzo, niente birrette post mostra. Chi è interessato ai progetti dispone solo di una lunga lista con immagini e testi da guardare nel portale dell’accademia, qualche diretta su Instagram e poco più. Ho comunque provato a esplorare il sito web della scuola alla ricerca di progetti interessanti. Ovviamente gli spunti sono tanti ma ammetto i grandi limiti della mia analisi: il mio livello di concentrazione è molto più basso al computer, alcuni progetti mi sono sembrato troppo complessi e avrebbero bisogno di ulteriori spiegazioni ma, soprattutto, a me il design piace toccarlo (e annusarlo).

Comunque sia, ho provato a fare una selezione di sette progetti (cinque master e due bachelor) che spero possano raccontare le tante prospettive progettuali e i trend che la Design Academy Eindhoven porta avanti negli ultimi anni.

Roberta Di Cosmo: Re-birth. Trauma as a performative process


Photo credit: Courtesy Roberta Di Cosmo
Photo credit: Courtesy Roberta Di Cosmo

Un’installazione e una performance nello spazio pubblico fa rivivere ricordi che fanno ancora parte dell’identità di Racale, piccolo comune in provincia di Lecce. In Puglia il batterio della Xilella ha sconvolto il paesaggio rurale e l’economia locale, uccidendo milioni di alberi di ulivo. Roberta Di Cosmo reinterpreta strumenti e gesti legati alla raccolta delle olive in questo progetto che invita a un ripensamento collettivo del nostro rapporto con il paesaggio e con la comunità.

Lotte Ottevanger: Kidfluencer starterkit


Photo credit: Courtesy Lotte Ottevanger
Photo credit: Courtesy Lotte Ottevanger

“Questa installazione è un commento critico sull'esposizione mediatica non consensuale dei bambini oggi da parte dei loro genitori.” Quello che è chiaramente un progetto di critica potrebbe a mio avviso essere un prodotto commercializzabile immediatamente. Perché la tendenza di cui parla Ottevanger è quanto mai diffusa tra i nuovi genitori. Basta vedere il figlio di Chiara Ferragni, nato di fronte agli schermi e abituato a vedersi attraverso filtri Instagram. Il piccolo Leone è sfruttato per pubblicizzare prodotti per bambini e già influencer inconsapevole. Aggiungiamo anche che le forme e i colori del progetto di tesi, colorate e attraenti, interpretano perfettamente il tema.

Tadeáš Podracký: The metamorphosis

Photo credit: Patrik Borecky
Photo credit: Patrik Borecky

Il progetto si basa sull’emotività delle decisioni, sull’imprevedibilità e sulla libertà di espressione. Podracký disegna una serie di arredi dichiaratamente in opposizione al design prodotto serialmente e all’omologazione del gusto. Nel video, ad esempio, il designer iconoclasta trasforma la celeberrima sedia di Gerrit Rietveld in un nuovo arredo amorfo, ottenuto con una serie di operazioni istintive e brutali. Il suo progetto rappresenta perfettamente l’atteggiamento provocatorio dell’Academy. Anzi, potremmo dire che il progetto si omologa esso stesso a una tendenza estetica formale presente ad Eindhoven da qualche anno.

Matilde Losi: The exhibition complex

Photo credit: Courtesy Matilde Losi
Photo credit: Courtesy Matilde Losi

Un lavoro senza fronzoli e di grande sostanza quello della designer italiana, che indaga il ruolo dei musei di design nella società contemporanea. Anzi, potremmo dire che la sua ricerca si domanda del senso del design speculativo, che è pensato per essere esposto nei musei più che per un utilizzo quotidiano. “Come può il design contemporaneo utilizzare gli spazi espositivi come strumento? E come possono le istituzioni essere d’aiuto per il design?” si chiede Losi. A partire da un caso studio particolare, la designer guarda lo sviluppo nel tempo di un progetto speculativo e il rapporto tra progetto, istituzione e pubblico.

Jean-Baptiste Gambier: Cut, peel, stick and seal!


Photo credit: © Jean-Baptiste Gambier
Photo credit: © Jean-Baptiste Gambier

Colore, semplicità di utilizzo, improvvisazione, pastiche di forme e materiali. Gambier sperimenta le proprietà del nastro adesivo, connettendo in vario modo degli oggetti di scarto in legno. Il nastro adesivo è semplice, accessibile e veloce da usare: è il perfetto strumento conviviale. Inoltre, ha un suo fascino estetico, con i suoi colori accesi e le forme geometriche casuali. Questi assemblaggi casuali mi ricordano quelli più sofisticati di Martino Gamper, però per principianti.

Coltrane McDowell: Olfactory bio-politics: Nairobi

Photo credit: Courtesy Coltrane McDowell
Photo credit: Courtesy Coltrane McDowell

Il designer canadese indaga il ruolo che l’olfatto gioca nell’ordinare la vita quotidiana. Con una serie di video documentari McDowell studia dei casi a Mathare, in Kenya, che vanno dai distillatori di alcolici a basso costo alla produzione di rose, colpita negli ultimi mesi dalla pandemia. La sua ricerca combina impegno con la comunità, osservazione e profonda comprensione di un contesto complesso e qualità della narrazione visiva, partendo insolitamente dall’olfatto per raccontare il design.

Meghan Clarke, This Work of Body / This Body of Work

Photo credit: Courtesy Meghan Clarke
Photo credit: Courtesy Meghan Clarke

Ripetere lo stesso gesto infinite volte. Nodi su nodi. Storie su storie. Meghan Clarke è una Penelope contemporanea e le sue tele sono atti di sabotaggio grazioso. La sua è “un’implacabile dedizione all’atto della produttività non produttiva”, un azione costante, ripetuta 1.110 volte all’ora o 18,5 volte al minuto, “mantenendo il ritmo contemporaneo dell’autoplay di Netflix”. La designer vuole inceppare le (invisibili) catene di montaggio del lavoro contemporaneo, come gli operai facevano nelle fabbriche qualche decennio fa bloccando le macchine. La designer lo fa semplicemente occupando (in modo produttivo) il suo tempo, così che questo non può essere occupato per lei.

gs20designacademy.nl