Una storia d'amore e politica. Intervista alla scrittrice palestinese Suad Amiry

Di Gabriella Grasso
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Photo credit: Leonardo Cendamo
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From ELLE

La storia, vera, di due ragazzini innamorati (Subhi e Shams) nella splendida e vivace Giaffa degli anni Quaranta; e poi, nel 1948, la nakba (la catastrofe, in arabo) che trasforma migliaia di palestinesi in rifugiati. Sono gli ingredienti che la scrittrice e architetta palestinese Suad Amiry utilizza nel suo ultimo libro Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea (traduzione di Sonia Follin, Mondadori, euro 18).

Da Damasco (romanzo edito da Feltrinelli) dove raccontava la storia della sua famiglia materna, si è idealmente spostata a Giaffa, città di origine di suo padre. Come ci è arrivata?

Nel 1948 mio padre e la sua famiglia furono cacciati da Giaffa e dalla Palestina e andarono a vivere ad Amman. Ricordo che parlavano sempre della loro città, di come fosse aperta, vivace. Dopo il 1968 mio padre ottenne il permesso di rimettervi piede e andò a cercare la sua casa, ma la famiglia israeliana che vi abitava non gli permise di entrare. Era disperato: fu la prima volta che lo vidi piangere. Il suo dolore è diventato il mio e per molto tempo non sono riuscita ad affrontarlo. Poi, nel 2018, sono andata a Giaffa a cercare la sua amata casa. Non l’ho trovata. Me ne stavo tornando a Ramallah, depressa, quando il tassista mi ha raccontato la straordinaria storia di sua zia Shams. L’indomani ho incontrato questa anziana, bella e gentile signora e poi, tramite lei, ho rintracciato Subhi, con gli occhi vivaci e la memoria prodigiosa. Il romanzo l’hanno praticamente scritto loro. Io ho fatto molte ricerche per ricostruire il contesto storico della Palestina del ’48.

La prima parte del libro è gioiosa, leggera. Nella seconda parte, in cui si parla della nakba, l’atmosfera diventa pesante. La storia dei palestinesi espropriati delle loro terre dagli ebrei fa da sfondo a quasi tutti i suoi libri, ma qui sembra esserci molta meno ironia e più rabbia.

È difficilissimo scrivere della nakba: questo non avrebbe mai potuto essere il mio primo libro. È la mia - la nostra - ferita più grande, quella che non riesce a guarire, perché gli israeliani non lo consentono. I nostri genitori non ne parlavano, tanto che io ho preso consapevolezza di essere palestinese e non giordana solo all’età di 17 anni. Dietro la nakba c’è una stratificazione di dolore. E se anche la si racconta attraverso la storia d’amore di due ragazzini, non è possibile eliminare quel senso di pesantezza. Il tono è diverso da quello degli altri miei libri perché sono cambiati i tempi politici: oggi io non ho speranza che ci si possa riappacificare con gli israeliani. E questo, sicuramente, mi fa molta rabbia.

Photo credit: Courtesy Photo
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Subhi racconta le conversazioni che ascolta nei caffè di Giaffa. Frasi come: «L’unica cosa che sanno fare gli arabi è darsela a vicenda» potrebbe essere pronunciata oggi.

Assolutamente. Che stiano dalla parte di Fatah o di Hamas le domande che i palestinesi si pongono oggi sono le stesse: come ci liberiamo dell’occupazione israeliana? Usiamo la forza? Ricorriamo alla negoziazione? Sono questioni ancora aperte perché niente funziona con gli israeliani, nulla cambia il loro punto di vista. Questo volevo sottolineare nel libro: che gli israeliani continuano a fare le stesse cose e noi seguitiamo a porci le stesse domande.

A proposito del personaggio di Rifka, la donna ebrea che adotta Shams quando viene separata dalla sua famiglia, lei scrive: “Passaporto e religione non hanno niente a che vedere con la struggente bellezza delle anime generose”. Una frase piena di speranza.

Voi europei, come gli americani, volete vedere la speranza anche dove non c’è! Non ci volete depressi, non volete che diciamo che la situazione è senza speranza quando di fatto lo è, perché in fondo vi sentite in colpa: gli israeliani continuano ad agire contro di noi e il vostro ruolo dovrebbe essere quello di fermarli, non di far finta che vi sia una possibilità di dialogo. Ciò detto, torniamo a Rifka. Fino a quando Shams non la incontra, tutto ciò che lei ha ricevuto da parte degli ebrei è cattiveria. Poi però arriva questa donna che la adotta e la ama e lei è spiazzata. Impara, giovane com’è, una lezione di vita importante: che religione e nazionalità non hanno importanza, ciò che conta è la nostra umanità.