Una vera democrazia non fa pestaggi. Il punto di Corrado Formigli

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Photo credit: C. Lyttle - Getty Images
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Il pestaggio di Stato avvenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ai danni dei detenuti – e documentato dai video di sorveglianza pubblicati da Domani – è uno scandalo di enorme portata. Non soltanto perché riecheggia, a vent’anni di distanza, i fatti della caserma Diaz di Genova che pensavamo appartenessero a un’altra epoca. Non solo perché è una violenza assurda, dalle modalità sadiche, perpetrata con arroganza e senso di impunità tipici delle peggiori dittature.

Le sevizie del carcere casertano sono una vergogna nazionale perché testimoniano, una volta di più, la mancanza di una cultura carceraria e di un diritto penitenziario degni di una democrazia occidentale. Quegli atti sono stati commessi nel pieno della prima ondata pandemica, nell’aprile del 2020. In quei giorni scoppiarono rivolte in diverse prigioni italiane. C’è chi crede che quelle sommosse siano state pilotate dalla criminalità organizzata per ottenere scarcerazioni dei boss. Chi le interpreta come rivolte dettate dalla paura del contagio e dall’esasperazione per le condizioni di sovraffollamento carcerario. Ci furono dei detenuti morti, quei giorni. Ma neanche un nome fu pubblicato. Vittime anonime, uomini dimezzati. Non abbiamo saputo come sono morti e perché. Come se quei penitenziari fossero luoghi dell’anomia e del disordine. Adesso abbiamo i video delle botte, delle torture e delle umiliazioni.

A Santa Maria Capua Vetere non si tratta di “mele marce” come vuole far credere qualcuno. Ma di un sistema di complicità e aderenze che ha preso di mira gli ultimi. Non serial killer o detenuti per stragi mafiose (sia ben chiaro: neppure in quel caso se ne avrebbe avuto il diritto), bensì prigionieri comuni, piccoli delinquenti che stavano scontando la pena. Le carceri italiane sono vecchie, sovraffollate, governate con standard variabili e in modo talvolta opaco. Sono luoghi a perdere dove si è smarrito uno dei principali doveri, quello di rieducare il condannato in vista del suo reinserimento sociale. Le statistiche scandinave, quelle relative al sistema carcerario più avanzato del mondo, ci dicono una cosa semplice: più rieduchi il detenuti, meno recidive hai.

Trattare da uomini e non da animali i carcerati non è una concessione. È un dovere istituzionale e un modo per costruire una società più sicura. Portare lavoro, educazione civica, cultura in una prigione è una polizza contro derive autoritarie e securitarie. Se una democrazia si misura da come tratta i colpevoli – e non c’è dubbio che sia così – l’Italia è una democrazia ammalata. E bene farà la ministra di Giustizia Marta Cartabia, dopo aver giustamente sospeso le 52 guardie penitenziarie del pestaggio, a battersi per far evolvere la prigione italiana in un luogo di recupero. In una casa di vetro dove venga garantita l’integrità psicofisica delle persone.

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