A Venezia 2021 sono state poche le registe donne, ma molti i racconti di vita femminile

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Una Mostra nel cui incipit risuonano le voci femminili delle Madres paralelas di Pedro Almodóvar non può che indicarci la strada: sì, ci saranno al Lido ancora una volta poche registe, nessuna tra i cinque film italiani, eppure le storie narrano più che mai di donne, bambine e adolescenti. A cominciare da Mario Martone che in Qui rido io, mentre sembra raccontare della dinastia teatrale di Eduardo Scarpetta, in realtà s’addentra nell’ego debordante del padre-padrone che mai riconobbe i tre figli Eduardo, Titina e Peppino De Filippo e nelle sue case intratteneva mogli e amanti.

Nei film di Venezia 2021, le donne sopportano e subiscono la schiavitù moderna, colpite dall’odio quando spezzano le catene della Ditta, la Corona inglese, come racconta Spencer di Pablo Larrain, con Kristen Stewart possente Lady D. E però il silenzio non ha più spazio, la maternità è un dubbio che tormenta sempre, anche la protagonista di The lost daughter, La figlia oscura, debutto alla regia di Maggie Gyllenhaal dal romanzo di Elena Ferrante. Così come è potente il ritratto della giovanissima Anamaria Vartolomei nel film L’événement/Happening della regista Audrey Diwan, ispirato al libro memoir di Annie Ernaux che nel 1963, quando in Francia l’aborto era illegale, cercò con ogni mezzo la libertà dalla gravidanza frutto di un rapporto sventato.

In Madeleine Collins Virginie Efira si perde in un labirinto di amori, Paesi e figli reali o immaginati. Più silenziosa è la via crucis incarnata da Alma Noce, adolescente di Trieste che dopo lo stupro si ritrova incinta nel film La ragazza ha volato, diretto da Wilma Labate e scritto dai fratelli D’Innocenzo. La violenza era per le donne il segreto da nascondere, oggi si libera nella parola, nelle immagini. Perfino nel cinema in costume, come nell’attesissimo The power of the dog di Jane Campion, ambientato nel Montana del 1920 tra le sopraffazioni dell’allevatore Benedict Cumberbatch e la cognata Kirsten Dunst, o ancora nel fluviale e medievale The last duel di Ridley Scott, storia di un re, Matt Damon, e della regina violata dal fedele scudiero Adam Driver.

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Lei rifiuta il silenzio in tempo di duelli. Chi dice il falso, chi dice il vero? Eterna disfida che è anche il cuore del nuovo film di Yvan Attal Les choses humaines, protagonisti la moglie Charlotte Gainsbourg e il loro figlio Ben Attal, nel ruolo dello studente modello accusato di violenza. Lo stupro, come dovere e affermazione, è la malattia incurabile del maschio secondo La scuola cattolica. Al Lido, le protagoniste incarnano l’oltraggio, ma sono anche coraggiose e talvolta vittime di se stesse, come la cinica regista interpretata da Penélope Cruz in Competencia oficial che si dichiara lesbica e nel film che sta girando mette a tappeto gli ego esasperati di due star, uno è addirittura Antonio Banderas.

Le Madri coraggio non mancano, ma hanno la vita dura come nel film Vera dreams of the sea della kossovara Kaltrina Krasniqi, o nel documentario 107 Mothers di Peter Kerekes, storie di maternità in un carcere femminile in Ucraina. Altrettanto pugnace promette di essere Once upon a time in Calcutta di Aditya Vikram Sengupta, ritratto femminile nell’India contemporanea, ma ad attirare l’attenzione è Tu me ressembles dell’egiziana Dina Amer, produttore Spike Lee, che si ispira alla figura di Hasna Aitboulahchen, morta durante il blitz della polizia a Saint-Denis e cugina di Abaaoud, la mente degli attacchi terroristici di Parigi nel 2015. Più identitario e meno violento il destino di Jamila, l’attrice esordiente Khadija Jaafari (nella foto in apertura) che nell’italiano Californie è un’adolescente immigrata dal Marocco.

E se il film che attendiamo con tenerezza è quello su Ornella Vanoni (Senza fine) filmato dalla mano delicata di Elisa Fuksas, alla voce “ribellione e superpoteri” sappiamo già di poter contare sulla nuova generazione di attrici e registe. Innanzitutto Last night in Soho, con quello scambio di identità tra Anya Taylor-Joy e Thomasin McKenzie e sottofondo horror, lo stesso che avvolge la giovane scappata dal manicomio nel film Mona Lisa and the Blood Moon di Ana Lily Amirpour. Cattive ragazze? Non tutto è come sembra: la sorpresa arriverà, ne siamo certe, dalla “bambina elettrica” Aurora Giovinazzo in Freaks Out di Mainetti: maltrattata dalla guerra e dagli uomini, sarà lei a togliersi i guanti e bruciare tutto, il Male e il Maschio, con quel suo tocco di ragazza speciale. Fulminante.

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