Veronica Benini (in arte Spora) le donne e i social media

Di Giulia Muscatelli
·10 minuto per la lettura
Photo credit: Luthfi Farhan / EyeEm - Getty Images
Photo credit: Luthfi Farhan / EyeEm - Getty Images

From Harper's BAZAAR

Quanto ci piace dire la nostra. Ma quanto? Non esprimere opinioni sul colore del divano o scegliere cosa mangiare al ristorante, ma proprio urlare come la pensiamo riguardo le vite di gente sconosciuta. Solo che camminare per strada e fermare qualcuno, “Signorina, scusi, credo che la sua gonna sia troppo corta...” pare brutto, e allora meglio aprire Instagram e Facebook.

Oh, quelli prendono i nostri dati, lucrano sulla nostra immagine! Almeno lasciateci il gusto di commentare una foto. Sembrano pensarla così i milioni di appassionati commentatori che ogni giorno invadono le bacheche o i feed dei profili social degli altri. Spesso, molto più spesso, delle altre. Non importa quale sia il loro mestiere: possono essere modelle, attrici, influencer, politiche, scrittrici… è che proprio c’hanno sempre qualcosa che non va. Una deve stare zitta perché ha fatto carriera in cambio di favori sessuali, l’altra perché il sesso manco sa cos’è e la terza perché è lì solo per i soldi.

Fermiamo tutto, mi gira la testa.

I commenti rivolti alle donne sui social non sono solo negativi, molto peggio: sono distorsioni della realtà. Insultare una persona facendo ipotesi sulla sua vita privata, ad esempio, significa presupporre una serie di azioni o circostanze che mai si sono verificate nell’esistenza di quell’individuo. Il commento è grave non solo (anche se sarebbe già abbastanza) per la sua natura sessista ma perché inventando una differente realtà per il soggetto che lo subisce, non fa altro che applicare un modello consolidato in secoli di società maschilista; un’affermazione che più o meno recita così: io sono il detentore della tua narrazione, io conosco la tua storia meglio di te. Quando poi le donne bersaglio di questi attacchi sono professioniste che si occupano di questioni di genere allora diventa la fiera del celodurismo, il “Venghino signori venghino a vedere come le rimettiamo a loro posto”. Ogni commento gettato senza riflessione contribuisce a fornire una visione semplificata della questione e esaltare lo stereotipo che più raccoglie consenso più cresce e più cresce più miete vittime; uccide il progresso culturale e, nel più terribile dei casi, le persone.

Ne ho parlato con una donna che con i social ci lavora ogni giorno: Veronica Benini (@Spora); imprenditrice, digital strategist, esperta di comunicazione disruptive, aiuta le donne a “ricominciarsi” professionalmente e a trasformare le idee in modelli di business efficaci. Nel 2012 ha sviluppato una start up – Stiletto Academy– inventandosi un lavoro inedito dall’intuizione delle potenzialità dei social applicate all’imprenditoria. Nel 2018 ha fondato la piattaforma di formazione online Corsetty.

Qualche settimana fa mi sono imbattuta in una delle dirette del profilo Instagram di Veronica. Erano gli albori del suo impegno per “Il giusto mezzo” (una richiesta riguardo le azioni che la politica dovrebbe intraprendere a favore delle donne, della gestione dei nidi, del rilancio dell’occupazione femminile e dell’eliminazione del gender pay gap. Per maggiori info e per firmare la petizione: ilgiustomezzo.it ).

Stava raccontando di come si costruisce una petizione, in quali situazioni è corretto prenderla in considerazione e quali sono le condizioni favorevoli. Ricordo che intanto si stirava i capelli, immagino per ottimizzare il tempo. Durante la diretta ha ricevuto delle domande sgradevoli da parte di alcuni utenti che proprio non potevano fare a meno di chiedere delucidazioni sulla sua vita sessuale; ma non sono stati loro a colpirmi. Qualcuno, sempre mentre Veronica parlava di situazioni lavorative svantaggiose e ingiuste nei confronti delle donne, era invece interessato/a a conoscere modello e prezzo della piastra che stava usando per acconciarsi. Ho trovato quegli interventi ancora più sgradevoli dei commenti a sfondo sessuale; perché se nel primo caso possiamo ridurre queste persone alla definizione di demente, nel secondo credo che chi commentava fosse davvero interessato all’oggetto e non ci vedeva nulla di male a fare qualche domanda a riguardo mentre lei mostrava impegno e passione nel parlare di tematiche come il recovery fund.

Allora le ho chiesto: perdiamo credibilità quando, nello stesso momento, ci occupiamo della nostra immagine ma ci preoccupiamo anche della società che ci circonda? Per noi donne è più difficile farci ascoltare sui social? Ci dobbiamo impegnare di più? E infine: il femminile è ancora percepito come dicotomico senza possibilità di intersezioni e sfumature?

La differenza di genere nel modo di esprimersi e comunicare, vuoi per imprinting culturale che per interessi diversi, è un fatto concreto. Ed è questa differenza a fare rumore: la nostra cultura del lavoro è stata forgiata nelle dinamiche portate avanti da uomini, che quindi non sono dinamiche neutre. Ma essendo state, fino a pochi decenni fa, le uniche, noi le prendiamo come lo standard. Invece sono anch’esse “di parte”, per così dire. La nostra percezione del genere femminile su una base ancora inconsapevole di dinamiche maschili ce lo fa intelleggere come fuori norma. “Troppo questo e poco quello”. La sfida attuale sta nel ridisegnare una normalità inclusiva, quindi non standardizzata al maschile con le sue dinamiche stereotipate, che esaltano poi la stereotipizzazione di certi aspetti attribuiti per convenzione sociale alle donne, ma che accolga le diversità. E questo si applica a tutte le mal interpretate “minoranze” in quanto tali. Chi mi chiede della piastra non sta svilendo il mio messaggio: ascolta quello che dico e interagisce con me anche sui capelli perché io ho deciso di mostrarmi in due sfaccettature diverse allo stesso tempo, appunto perché possiamo essere più cose insieme senza relegare aspetti della nostra sensibilità. E se fosse solo interessata alla piastra, ancora meglio: mentre guarda la piastra impara come si sceglie una petizione alla quale aderire. Ed io ho svolto il mio ruolo di attivista anche con chi non si sarebbe connessa se fossi stata seduta davanti a una libreria.

Il corpo è spesso oggetto e soggetto dell’insulto rivolto alle donne sui social. Ancora oggi è pensiero comune che i nostri volti, le nostre cosce, il nostro seno, siano lì in fremente attesa di un uomo che li giudichi e esprima il suo parere. Secondo te Veronica, nonostante la divulgazione e il progresso culturale, perché continua a capitare?

I processi di evoluzione culturale sono molto lenti, perché la società cambia se cambia la percezione della media della popolazione rispetto ad una singola problematica. Quello che vediamo oggi con il Giusto Mezzo sono i picchi di un attivismo come ce ne sono in moltissimi ambiti. Per fare un esempio: se fossimo ad inizi Novecento durante le lotte femministe delle suffragette per il voto, quante di noi farebbero uno sciopero della fame pur di ottenerlo per tutte? Non molte. Oggi, invece, il voto è diventato una cosa “normale” perché ha sedimentato nella nostra cultura. Ma senza le suffragette l’avremmo ottenuto molto più tardi. Idem per il cambiamento del ruolo sociale della donna: la nostra indipendenza economica non subordinata all’essere mantenute da un marito è, nella Storia, un fatto recente. Essere giovani, vergini, belle e accondiscendenti, in passato, erano caratteristiche che diventavano valori vitali per trovare un buon partito e passare dall’essere mantenute dal padre al marito. Senza marito eri un peso per la tua famiglia ed era un vero problema di sopravvivenza. Ecco perché “zittella” era un dispregiativo. E ci influenza tutt’oggi che siamo indipendenti: ci portiamo ancora dietro il retaggio della zittella brutta e vecchia che rappresenta il fallimento sociale della donna. Il motivo? È passato troppo poco tempo e sta ancora sedimentando. Ecco perché è importante ribadire i concetti di competenza sopra l’aspetto, gioventù e illibatezza: non è più la bellezza a farci sopravvivere perché troveremo marito, ma le nostre competenze per trovare o creare un lavoro che ci renda indipendenti. Sarà molto difficile sconnettere le cose, però, perché la bellezza, su tutti noi, ha un potere ammaliante.

E poi ci sarebbe quella regoletta fondamentale, quella che ci hanno spiegato tanto Gesù quanto Foster Wallace: non sai mai come si sente la persona che hai davanti, evita di ferirla, evita di giudicarla, non hai idea di quello che ha vissuto o sta vivendo. Ognuno interiorizza i commenti degli altri a seconda del suo carattere, della sua formazione e della situazione in cui si trova non appena li riceve. Quindi, per ciascuno di noi le parole hanno un peso differente. Chiedo a Veronica: credi che ci sia un pensiero universale che potrebbe aiutare le persone vittima di insulti sui social a reagire e non lasciarsi influenzare – nel peggiore di casi, determinare - dalle frasi degli altri?

Esiste un solo modo di comportarsi davanti a un insulto. E dico insulto, non critica costruttiva che potrebbe farci intavolare un dialogo arricchente. L’insulto, invece, è un attacco, e non ha nessun altro obiettivo che quello di ferire. È come un pacco pieno di cacca di cane che ci viene consegnato senza che abbiamo chiesto niente. Se tu ricevi qualcosa che non hai chiesto e che ti ferisce, non la accetti nel senso che non la accogli. E attenzione: non parlo di dimostrare un rifiuto che sottintende una nostra azione verso l’offensore. No: va ignorato. L’insulto parla più della persona che lo proferisce che di quella che lo riceve, e noi non siamo tenute ad accollarci i problemi altrui. Io blocco e vado avanti per la mia strada, e lo consiglio vivamente a tutti.

Verrebbe da dire che tu sei una che ha imparato come si fa. Hai preso la spada di Cyrano e a colpi di parole distruggi i malvagi che incontri sulla tua via. Spesso nelle tue dirette quando ricevi commenti negativi o impropri reagisci con l’ironia. Rispondi a tutti, anche alle affermazioni più assurde, sempre sorridendo e motivando le tue ragioni.

La mia posizione e ruolo differisce molto da quella di una comune internauta. Io sono sui social dall’inizio e ci lavoro. Ho subìto moltissimi attacchi ed ho imparato le dinamiche. Il mio obiettivo, rispondendo con ironia paternalistica, spesso anche con un non intellegibile persiflage, è far capire a chi mi segue che quelle non sono persone sane. Serve a costruire una barriera protettiva in chi andrebbe nel panico ricevendo un’offesa simile, e faccio comunque molta attenzione scegliendo a chi rispondere e a chi no. Penso che facendo vedere come si smonta un troll si rinforzi la consapevolezza di chi mi segue e che sarebbe devastata se anche solo per una volta subisse quello che io non subisco ma che comunque ricevo ogni giorno. E che ignoro serenamente.

È quindi è così, secondo la tua esperienza, che si possono battere e combattere tutte quelle persone che non pensano prima di scrivere? Ironia, ascolto, pazienza e comunicazione sono le armi segrete?

Il problema nasce non da chi commenta con intenti consapevolmente nocivi, che va bloccato, ma da chi lo fa per leggerezza, senza pensarci, quindi in modo inconsapevole. Ed è molto più pericoloso perché rappresenta uno status quo sociale che si rinforza ad ogni singola azione inconsapevole ripetuta, e, in quel modo veicola dinamiche che “educano” la rete a comportarsi allo stesso modo per emulazione di branco. Ma “cogliere in fallo” una persona che sta commettendo un abuso senza esserne pienamente cosciente la esporrà in modo ancora più violento, generando confusione e rifiuto.

In molti casi violenza verbale di risposta dettata dall’ignoranza di contesto: perché se prima non capiva che dire una certa cosa era offensivo, sarà ancora peggio esporla come “colpevole” mentre l’intento era in cuor suo positivo. Ecco perché rispondo con benevolenza e lo mostro sui social oscurando i nomi: chi legge, poi, capisce di fare ogni tanto quell’errore e corregge la rotta. Lo so perché me lo scrivono in privato: “Sai, non ci avevo mai pensato ma a volte l’ho fatto anch’io, grazie, ora farò diversamente!”. Chi ha l’intelligenza per immedesimarsi nella sensibilità dell’altro ha il potere d’interrompere uno scambio violento sul nascere, trasformandolo in un momento di consapevolezza ed evoluzione a piccoli passi. E dobbiamo prenderci questa responsabilità: la rete siamo noi.

“La rete siamo noi”. “L’inferno sono gli altri” diceva invece Jean-Paul Sartre, scrittore noto soprattutto per essere il marito di Simone de Beauvoir. O forse no. Forse questa è solo una mia personale visione. Magari provo a scriverla su Facebook. Adesso faccio un post e dico “Vi ricordate di Sartre? Quell’autore famoso soprattutto per aver sposato una delle migliori scrittici del Novecento…”Secondo voi, quali commenti potrei ricevere?