I vestiti più belli della storia del cinema in mostra a Roma, ecco Romaison

Di Antonio Mancinelli
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Photo credit: Courtesy Press Office Romaison
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From Marie Claire

«Che in fondo, se ci pensa, quali sono da sempre le industrie più importanti di Roma? Il cinema e il Vaticano», scoppia a ridere Clara Tosi Pamphili, studiosa di arti applicate e curatrice di mostre come l’attuale Romaison, al capitolino Museo dell’Ara Pacis, visibile fino al 29 novembre. Ed è vero: sia l’Hollywood sul Tevere, sia lo smisurato epicentro del cattolicesimo (che anzi, si servì della sartoria molto prima di set e registi), vivono di una connaturata e funzionale platealità che coincide con quel palcoscenico a cielo aperto tra sublime e grottesco che è la città stessa. Dove la cultura - altro che social, altro che community, altro che diversity! - da millenni si muove lungo traiettorie impreviste, connessioni sorprendenti, incontri casuali. E si nutre di idee e di sudore, in uno stretto contatto tra chi pensa le cose e chi le sa fare, ma non prima di aver dato un suo parere: «Perché sia chiaro che per me l’artigiano non è un esecutore né una figurina da presepio, ma uno scienziato, un realizzatore di sogni, un interprete». Seguendo questa modalità di pensiero «che poi, se vogliamo, è alla base della filosofia di moda di Alessandro Michele, di Pierpaolo Piccioli, di Fendi: marchi che hanno qui la loro sede», Tosi Pamphili ha radunato in uno dei luoghi più sconvolgenti e magici dell’Urbe più di cento creazioni.

Photo credit: Simon d'Exéa
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Convergono dalle più importanti sartorie di costumi per il cinema e per il teatro – Annamode, Peruzzi, Farani, Tirelli. Luoghi storici dove arrivano e sono arrivati i più grandi costumisti del mondo (Franca Squarciapino, Piero Tosi, Milena Canonero, Gabriella Pescucci, Danilo Donati) ma nello stesso tempo sono centri di ricerca, di catalogazione di abiti di grandi stilisti e couturier che proprio qui venivano e vengono per trovare, a loro volta, una scintilla per carburare la creatività. Sul sentiero dolcemente ambiguo che separa e unisce moda e costume, il vestirsi dal travestirsi, ecco che si avviano conversazioni tra i grandi dell'alta moda francese come Christian Dior e Balenciaga con gli abiti straordinari di Gitt Magrini per Il conformista (nella foto in apertura), di James Acheson per L'ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, ma anche con i magnificenti mantelli pensati da Oliver Messel per Cleopatra interpretata da Elizabeth Taylor, le mise fastose e decadenti di Danilo Donati per Salò di Pierpaolo Pasolini, o con gli spartani completi disegnati dal giovane e premiatissimo Massimo Cantini Parrini per Miss Marx, presentato con successo all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, fino alle serie tv di grido, come Penny Dreadful.

Photo credit: ScreenProd / Photononstop / Alamy Stock Photo
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Photo credit: Simon d'Exéa
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Così Umberto Tirelli - titolare del più leggendario atelier per lo spettacolo, uomo coltissimo che fu amico intimo di intellettuali e artisti, la cui collezione è un patrimonio inesauribile di tesori uno più prezioso dell’altro: 15mila capi autentici dagli inizi del ‘700 a oggi - suggerisce al costumista Franco Carretti di far indossare a Florinda Bolkan, in una scena di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, una vera tunica della romana Maria Monaci Gallenga del 1910, segno di lusso opulento e perverso. «E in Amadeus di Milos Forman metà sono costumi “di produzione”, metà sono del premio Oscar Theodor Pištek. Silvana Mangano è vistosamente glamour mentre indossa le sue parure Bulgari con ametiste, quarzi e diamanti in Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti mentre Jane Fonda in Barbarella di Roger Vadim, è tutta vestita di metallo. Ma i costumi di Jacques Fonteray causarono liti terribili con Paco Rabanne, che firmava, esattamente nello stesso periodo, gli abiti in alluminio dello Space Style ».

Photo credit: Courtesy Press Office Romaison.
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Photo credit: Simon d'Exéa
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Ma succede anche che Luchino Visconti dica al famoso designer romano Bruno Piattelli (che vestiva fuori dal set Michael Caine, Orson Welles, Ugo Tognazzi) che in film dove Walter Chiari gira sulla Vespa per le piazze, non vuole che giacca tocchi il sellino: e quel modello “abbreviata” diventerà poi un must del sarto. Biblioteche tessili, le sartorie romane si dimostrano essenziali in un discorso sull’archivio come elemento che innesca circoli virtuosi, tra artigiani sapienti che collezionano abiti di grandi stilisti e grandi stilisti che vanno da loro o addirittura ci collaborando direttamente, come per esempio Giorgio Armani in American Gigolo o ne Gli intoccabili. «Mi piace pensare che questo dialogo ininterrotto nasca quando la grande costumista hollywoodiana Edith Head chiamò a collaborare la maison Givenchy per Colazione da Tiffany, Sabrina, Vacanze romane.

Photo credit: cineclassico / Alamy Stock Photo
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Photo credit: Simon d'Exéa
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«È solo l’inizio di un discorso», continua Clara Tosi Pamphili. «Ci sono sartorie teatrali e cinematografiche strapiene di abiti d’epoca autentici a Milano, a Palermo, a Firenze. Questa mostra illustra anche un’altra parola dello stile di oggi, circolarità: interpretata sia nel senso di reciprocità creativa, sia nel senso che questi abiti sono rielaborati, riprodotti, reinterpretati ma conservati. Ora ci aspettano azioni sistematiche, puntuali, che devono essere sostenute economicamente: digitalizzazione, archiviazione, per sistematizzare un sistema per ora spontaneo, ma che deve diventare istituzionale». Che Papa Francesco ci benedica. «E mi raccomando: scriva che gli artigiani cuciono. Ma pensano pure».