Viaggio nella storia e nei segreti del vintage, dalle muse degli Anni 50 alle app di oggi

Di Patrizia Vassallo
·30 minuto per la lettura
Photo credit: Donaldson Collection - Getty Images
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From ELLE

Il vintage è immortale. Forse le dive degli anni Cinquanta (e non solo quelle) che ne sono diventate testimonial inconsapevoli non immaginavano che quegli outfit, come anche gli accessori e monili sfoggiati, sarebbero diventati dei must have da collezione. Le aste di Sotheby's, Julienn’s Auctions di Los Angeles, Christie’s, Finarte si chiudono con cifre a doppi e anche tripli zeri quando presentano oggetti, abiti personali autentici, magari sfoggiati prima sul set di film immortali da star del cinema e della televisione come Vivien Leigh, Marylin Monroe, Audrey Hepburn, indimenticabile nei panni di Jo Stockton protagonista del film Cenerentola a Parigi, che con l'aiuto della leggendaria costumista Edith Head, ci regalò visioni mozzafiato indossando abiti divenuti poi dei cult del vintage.

La storia degli abiti vintage nel cinema

Come il tubino nero di Givenchy, che indossò quando si calò nei panni di Holly Golightly nel film Colazione da Tiffany, nel 1961, che le valse un'altra candidatura all'Oscar. Ma anche l'intero guardaroba che sfoggiò magistralmente sul set del film, anche in questo caso con la supervisione dell'onnipresente costumista Mrs Head, che riuscì ad esaltare il glamour discreto dell’attrice.

E che dire dello stile elegante e raffinato di Grace Kelly sul set di Caccia al Ladro nel 1955, diretta da Alfred Hitchcock? Anche in questo caso la bellezza dei costumi aveva l’eccellente firma della Head, vincitrice di ben 8 Oscar. Come anche nel film La finestra sul cortile, del 1954, considerato una delle più grandi pellicole di Hitchcock. Mentre nel film Alta Società, l'ultimo di Grace, già promessa sposa del principe Ranieri III, la firma degli abiti, che esaltano perfettamente la sua eleganza e la sua signorile silhouette, era di Helen Rose.

Photo credit: Sunset Boulevard - Getty Images
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Nel film musical più glamour di tutti i tempi, Gli uomini preferiscono le bionde, diretto da Howard Hawks nel 1953, il vestito rosa indossato da Marilyn Monroe, che nella pellicola interpretava una donna con un’idolatria sfacciata per la ricchezza, è poi diventato un abito "copiato e ricercato" dagli amanti del vintage. Realizzato dal costumista statunitense William Travilla la mise fu utilizzata in una delle scene più celebri del film, ossia mentre l'attrice cantava Diamonds Are a Girl's Best Friend, indossando anche meravigliose copie di gioielli firmati De Beers.

Ava Gardner per il film La capannina, (The Little Hut) nel luglio del 1956 scelse lo stilista francese Christian Dior per i suoi outfit. Elizabeth Taylor raggiunse la notorietà come regina dei gioielli di Hollywood all'alba degli anni '50 quando sposò l'albergatore Nicky Hilton, il primo di una lunga serie di mariti. Tra questi Richard Burton che le regalò una suite di rubini, smeraldi e diamanti strabilianti e un anello con uno dei più bei diamanti taglio smeraldo al mondo; e una perla a forma di pera conosciuta come La Peregrina, un tempo di proprietà dei reali spagnoli, che Cartier incastonò in un magnifico girocollo di perle, diamanti e rubini che la Taylor indossò nel film del 1977 Gigi (A Little Night Music). Cosa ha reso unforgettable questi monili? La loro bellezza e unicità. Per non parlare del diamante a forma di pera che Burton acquistò da Harry Winston, per il 40° compleanno della Taylor, il cui laboratorio impiegò otto mesi per tagliare la gemma da una gemma da 250 carati. Spesa: 1 milione di dollari.

Durante gli anni '70 però, le ostentate manifestazioni di ricchezza passarono di moda. E il vintage cool cambia strada: perde carisma il valore, aumenta invece il desiderio del possesso. Due domande importanti nella mente dei collezionisti: chi lo possedeva? E chi lo indossava? Bette Davis spesso indossava completi sobri e semplici abiti da sera di seta senza ornamenti o accessori particolari, ponendo al centro dell’attenzione solo le sue insuperabili interpretazioni. Il ruolo di Margot Channing, interpretato in Eva contro Eva (nel 1950, è in assoluto il più famoso dell’attrice e rappresenta il vertice di eleganza nella sua carriera. Anche in questa pellicola ci fu il tocco magico della Head che disegnò i costumi per il film, creando i memorabili abiti con ampio scollo, arricchiti con pellicce. Non a caso il film oltre ad ottenere sei Oscar conquistò anche il premio per i 'Migliori Costumi'. Per il suo contributo all’industria cinematografica, la Davis fu la prima attrice a ricevere l’Oscar alla Carriera da parte dell’American Film Institute nel 1977. Anche James Dean ha dato il suo tocco alla moda per i giovani ribelli adolescenti degli anni '50 in blue jeans, una t-shirt bianca e una giacca di pelle rossa audace. Divenuti poi dei capi iconici della moda vintage.

Altro capo cult, divenuto un trend intramontabile, il bikini indossato da Brigitte Bardot nel film francese Et Dieu ... créa la femme, lei icona universale di bellezza e sensualità, ma soprattutto perla dell’avanguardia femminista, quella giocata sul costume sociale più che sulle battaglie politiche, divenne l’emblema della new age femminile. Quella dell’ombelico in vista. L’idea fu del sarto francese Lous Réard che nella Parigi del 1946 lavorò sul modello già introdotto mesi prima dallo stilista e costumista francese Jacques Heim, che mise a punto il costume da bagno più piccolo al mondo. Così piccolo da non riuscire a trovare una modella che lo indossasse. E la scelta alla fine cadde su una spogliarellista del Casinò di Parigi, appena diciannovenne, Micheline Bernardini.

Quando nasce il vintage

Il glamour delle star è iniziato con l'opera e il teatro. Nel diciannovesimo secolo, i gioielli dei cantanti lirici erano elencati nelle riviste dei fan. Sarah Bernhardt, considerata una delle più grandi attrici teatrali del XIX secolo francese, soprannominata La voix d'or e La divina, è stata la prima star del teatro a introdurre in America il glamour decadente del palcoscenico parigino. Ha lanciato la mania per i gioielli in stile art nouveau nel 1890, quando René Lalique e altri artisti decorativi iniziarono a disegnare ornamenti per i suoi melodrammi teatrali. Si pavoneggiava sul palco con le loro creazioni spesso discutibili sul fronte del buon gusto, come corone con volti di serpenti e ornamenti a foggia di serpente, e li ha resi famosi in Europa.

Anche Gloria Swanson, un'altra star del cinema degli anni Venti, si è fatta conoscere per un uso particolare delle perle. Anche queste diventate un cult del vintage successivamente. Nel film Maschio e Femmina del 1919, interpretava una principessa babilonese e per la scena in cui doveva entrare nella fossa dei leoni indossò un costume elaborato - vestito, copricapo, bracciali, anelli e medaglioni - fatto interamente di perle finte. La leggenda narra che il costume fosse così pesante che due uomini dovettero portare la Swanson dentro e fuori dal set. La star poi passò alle cronache anche per la sua collezione di gioielli e per essere stata la seconda attrice a Hollywood a guadagnare 1 milione di dollari e all’epoca si disse la prima a spenderlo.

I gioielli vintage

Nel 1924 sempre le cronache raccontano che la Swanson spese 500.000 dollari per noleggiare dei gioielli, l’equivalente di 5 milioni di dollari oggi da indossare preferibilmente su abiti flapper. L'attrice di Hollywood Gilda Gray, è stata una delle flapper più famose. Cosa preferivano le flapper? Abiti senza maniche che cadevano sopra il ginocchio, gioielli di perle e tagli di capelli bob. Nel 1921 gli uomini portavano ancora orologi da tasca. Fu Rodolfo Valentino indossando il suo orologio da polso Cartier Tank in The Sheik, che prese il nome e l'ispirazione per il design dai carri armati della prima guerra mondiale, a sdoganarne l’uso poi divenuto predominante per gli uomini. Valentino amava anche gli anelli e altri oggetti raffinati, ma nella Hollywood degli anni '20, gli uomini non potevano assecondare la loro predilezione per i gioielli al contrario delle donne.

Cartier, Van Cleef & Arpels e Mauboussin che avevano aperto divisioni americane assieme a Tiffany & Co. e Harry Winston a New York, fecero grandi affari per assecondare i capricci delle dive di Hollywood. E man mano l'Art Déco prese il sopravvento sull'Art Nouveau, la spilla colorata con cesto di fiori e le pile di ampi braccialetti di diamanti traforati a mosaico divenuti celebri negli anni '30, si sono trasformati in must to wear come il cabochon, prediletto dall’attrice tedesca Marlene Dietrich.

Photo credit: Bettmann - Getty Images
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I gioielli in stile Art Nouveau hanno goduto di una breve rinascita negli anni '30, quando la sensuale e spiritosa Mae West scoprì che i preziosi fin de siècle che completavano i suoi costumi erano perfetti per mettere ancora di più in risalto le sue curve voluttuose nelle commedie d'epoca in cui recitava. Tra le gioiellerie di lusso di New York come Paul Flato e Trabert & Hoeffer-Mauboussin, fu William Howard Hoeffer ad essere ingaggiato per scegliere i gioielli da fare indossare a Claudette Colbert nel film di successo del 1935 Il Giglio d'oro (The Gilded Lily). L'attrice indossava una collana di diamanti e rubini che poteva essere trasformata in un braccialetto, una tiara o una spilla.

Dopo la fine della guerra persa la voglia dell'ostentazione sfrenata, i gioielli diventano un vezzo meno spavaldo e più elegante. Come i sofisticati orecchini a bottone con perla di Audrey Hepburn. E alla fine degli anni '50, il turchese divenne popolare nella gioielleria.

Merito della collana e dagli orecchini di diamanti e turchesi che Doris Day indossò mentre cenava con Rock Hudson al Pillow Talk. Niente gemme preziose per Betty Joan Perske, in arte Lauren Bacall, nata nel Bronx il 16 settembre 1924, figlia di genitori ebrei immigrati negli Stati Uniti dall’est. Fu uno scatto sulla copertina del numero di marzo 1943 di Harper’s Bazaar, che la ritraeva in tailleur blu davanti all’ufficio della Croce Rossa (in linea col clima della Seconda Guerra mondiale) a fornirle un biglietto di sola andata per Hollywood. E gli abiti preferiti dalle celebrità sono poi quelli che hanno conquistato il grande pubblico, inducendo le donne a investire in outfits simili agli originali. Persino per la scelta dell’abito del sì.

Gli abiti del sì

Nel 1930 l’industria cinematografica era solo agli albori, ma grazie alla forza evocativa delle immagini gli abiti da sposa già si imposero nell’immaginario collettivo. Come il modello in pizzo corredato dal tipico juliet cap veil realizzato dalla celebre costumista Vera West indossato dall’attrice Mae Clarke nell’horror “Frankestein” del 1931. In Accadde una notte, film del 1934 diretto dal mitico Frank Capra, che fu il primo a vincere i cinque maggiori premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, attore protagonista e attrice protagonista), successivamente vinti solo da Qualcuno volò sul nido del cuculo nel 1976 e da Il silenzio degli innocenti nel 1991, l’abito di seta attillato, del costumista Robert Kalloch, indossato dalla protagonista Claudette Colbert nei panni della viziata ereditiera Ellie Andrews, è poi entrato a pieno titolo nei 'must to have' del vintage.

La divina Bette Davis ne “Il grande amore”, del 1939, che le valse una Nomination all’Oscar nei panni di Carlotta Lovell, disse di avere indossato un abito meraviglioso sul set, con scollo all’americana e un’ampia gonna di tulle. Ne “Il padre della sposa”, del 1950, Liz Taylor calata nelle vesti di Carla Banks, per le sue nozze sceglie un sontuoso capo della costumista Helen Rose, abito al quale si ispirò per il suo primo matrimonio con Conrad Hilton. Nel 1953 un altra pellicola dove l’abito da sposa diventa cult è Come sposare un milionario, dove Schatze Page, ossia Lauren Bacall, veste un abito in pizzo ecrù ricamato. Il capo è poi stato venduto all’asta nel 2011. Un altro abito da sposa leggendario (corto) è quello di Brigitte Bardot in Piace a troppi, firmato Pierre Balmain. Nel 1957 entra nel cult del vintage l’abito indossato da Sophia Loren in Un marito per Cinzia, nel quale l’attrice indossa un abito a bustino in pizzo di Edith Head, poi venduto all’asta nel 2015 per 12.500 euro.

I protagonisti del vintage oggi

Ma per sapere tutti i segreti del vintage basta parlare con Franco Jacassi, una vera istituzione nel settore. Scrittore, gallerista, bibliofilo, collezionista, curatore di mostre, che ha trasformato quello che era iniziato come un semplice hobby in una professione che dura da oltre trent’anni, diventando un punto di riferimento anche per i grandi nomi della moda grazie al suo negozio e showroom Vintage Delirium di Milano. Nato nel 1985, in un cortile seminascosto di un palazzo d’epoca, in ogni angolo del negozio, ogni vestito, non solo da donna, accessorio, ma anche mobili d’epoca, catalizzano l’attenzione riportando chiunque entri in questo splendida boutique in un passato che si ha voglia di rivivere.

Photo credit: Jacassi
Photo credit: Jacassi

Non solo i capi finiti, ma anche le loro componenti per Jacassi non sono solo un dettaglio. Non a caso è soprannominato anche Mr. Bottone, perché vanta una collezione che supera quota settantamila, pezzi unici degli anni Sessanta o iconici dei brand della moda come le storiche 'palline da golf dorate di Hermès' o le 'tartarughe di Valentino'.

«In tutte le epoche, dal Cinquecento in avanti si sono usati i vecchi vestiti delle nonne, da dare alle nipoti debuttanti, questo è sempre accaduto nel mondo della moda, ma la moda del vintage è esplosa negli anni Settanta», racconta Jacassi che nel suo atelier a Milano ha visto passare nomi importantissimi della moda come Gianni Versace, Azzedine Alaia, Thierry Mugler, Miuccia Prada, Giorgio Armani, Karl Lagerfeld, le sorelle Fendi, e molti altri che hanno cercato, idee, ispirazioni e dettagli per creare le loro nuove collezioni. «Elsa Schiaparelli», prosegue Jacassi, «grande stilista amica di tanti artisti già negli anni Trenta, anni difficili sul fronte economico, consigliava alla sue clienti di regalare i loro vestiti a figlie e nipoti affinché i vestiti avessero una seconda vita».

Tra i suoi clienti fashion designer più recenti molti anche quelli d’Oltreoceano, da Tom Ford a Rachel Zoe Rosenzweig, conosciuta come Rachel Zoe, stilista statunitense, nota per i suoi lavori con importanti star del cinema, case di moda, agenzie pubblicitarie ed editori. E tra le sue acquirenti nel mondo dello spettacolo? Anche in questo caso nella lista si leggono nomi eccellenti: Angelina Jolie, Madonna, Kirsten Dunst, Jo Champa. Solo per citarne alcune.

Tra i capi più iconici Jacassi ricorda quelli di Gianni Versace,«in memoria del quale», dice «ora sto collaborando alla realizzazione di una mostra in suo onore che si terrà in Germania. Il vintage», aggiunge Jacassi, «è stato definito un fenomeno hot che permette di non seguire pedissequamente i dettami della moda, visto che tra l'altro ora non esiste più una vera e propria tendenza. esistono vari aspetti, perché chi veste vintage vuole vestire in un modo unico. È diverso avere un abito degli anni Cinquanta creato da Balenciaga o da Pierre Balmain, Christian Dior oppure vestire un bellissimo abito di Alessandro Michele o firmato Prada, perché un abito di quest'ultimi, tutti coloro che si possono permettere di fare acquisti in una boutique di via Montenapoleone se lo comprano. Ma il vintage è uno stile al di sopra della moda perché esalta lo stile e l’eleganza della persona. Uno può vestirsi con un mood 'giovane anni Settanta' di giorno e preferire un abito di Ungaro, Valentino o Saint-Laurent la sera».

Il museo del vintage

E poi in questo periodo bisogna anche fare i conti con le chiusure imposte dal dilagare della pandemia del Covid-19: «In questo periodo essendo chiusi i teatri, la prima della Scala non si è tenuta come anche l’Opéra a Parigi e le vendite si sono fermate. In questo momento però stiamo lavorando alla realizzazione di un museo dedicato al vintage che verrà aperto a Manahattan a New York , ne stiamo parlando da ottobre è un bel progetto, che spero vada presto in porto. Peccato», aggiunge Jacassi, «che non sia stato pensato un progetto simile per Milano».

Tra gli abiti che considera tra i più iconici nel suo atelier Jacassi cita: «Gli abiti di Elsa Schiaparelli e poi una mise di Paco Rabanne del 1968 che indossò anche Brigitte Bardot. Certo», conclude sorridendo, «mi sarebbe piaciuto avere l’originale, ma certe mission sono davvero impossibili».

Photo credit: Hearst Owned
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Alberto Pempinelli, ex bancario di grande prestigio, che ha lavorato per importanti istituti di credito e società finanziarie in Italia e all’estero, è un vero e proprio vintage addicted. «La caratteristica del collezionismo è il desiderio del possesso di cose che altri non hanno, come insegna l’enciclopedia in 4 volumi Collezionismo Italiano (Rizzoli), che cita tutte le cose che si possono collezionare, come anche Il Collettivo che si stampa in Inghilterra, che offre il piacere di coltivare un passatempo non sempre così costoso. E anche il vintage arricchisce il piacere del possesso» spiega. «Il mio amore per le cose del passato è iniziato frequentando un collega che amava visitare i mercatini dell’usato alla ricerca di oggetti particolari dove di prassi non tutti i venditori conoscono il grande valore di ciò che vendono.

Mercatini delle pulci e mercati del vintage

Ecco perché spesso è possibile fare buoni affari. Negli ultimi anni abbiamo visto crescere l’interesse per oggetti e arredamento vintage. Mobili e accessori d’epoca affascinano perché raccontano una storia e sono facilmente reperibili in negozi dell’antiquariato e mercatini, ancora in buone condizioni e a prezzi contenuti. Bastano pochi oggetti vintage per personalizzare un arredamento uniforme e portare in casa l’atmosfera di un’epoca passata. Io sono stato e lo sono ancora un collezionista di fumetti», prosegue, «e con Bonelli, che ha legato il suo nome a Tex Willer, personaggio creato nel 1948 per la casa editrice L'Audace, antenata dell'attuale Sergio Bonelli Editore, diedi il mio apporto per l’anniversario del sessantesimo di questo celebre fumetto». Poi tornando ai mercatini Pempinelli aggiunge: «Tra i mercatini che frequento di più nell’hinterland di Milano, c’è quello di San Donato Milanese, il Bagagliaio a Segrate, solo per citarne due molto noti. A Torino c’è Little Nemo, una casa d’aste che da oltre 30 anni è una garanzia d'eccellenza per i collezionisti di fumetto e tavole originali, locandine e illustrazioni. E a Milano c’è Bolaffi. Anche il Mercante in Fiera di Parma», conclude «è senza dubbio una delle più grandi mostre internazionali di antiquariato e collezionismo».

E in Europa? Un appuntamento imperdibile per gli appassionati di antichità sono la Biennale degli Antiquari di Parigi, che ospita i galleristi più prestigiosi del mondo, il TEFAF di Maastricht, una delle più importanti mostre d’arte e antiquariato, l’Olympia Art & Antiques Fair di Londra, dove si trova di tutto, dagli arredi d’epoca al design contemporaneo, il Russian Antique Salon di Mosca, un paradiso per i collezionisti. Come anche nei mercatini delle Pulci. La Branderie di Lille, in Francia, è il più grande mercato delle pulci europeo. La manifestazione ha luogo una volta all’anno, la prima domenica di settembre. Per gli appassionati di vintage, Londra è una meta fondamentale: nella città si trovano numerosi negozietti dell’usato, del vintage, del modernariato, per tutti i gusti e tutte le tasche. E ora si spera che finita la pandemia riaprano presto i mercati più famosi come Portobello Road Market e Camden Street.

Photo credit: Antonella, titolare di Olivar Novella Vintage - Hearst Owned
Photo credit: Antonella, titolare di Olivar Novella Vintage - Hearst Owned

Le signore del vintage

Altro nome da segnare quando si parla di vintage è quello di Antonella, è milanese, e il suo amore per il tema è iniziato a Palermo dove dopo avere fatto l’educatrice a Milano per molti anni, ha aperto nel 1997 il suo primo negozio dedicato al vintage, che si chiamava Mercurio Vintage nel cuore del centro storico, un’attività florida che ha lasciato per trasferirsi a Genova. «Un negozio con una storia particolare», spiega Antonella, «una gioielleria dei primi del Novecento, che compare anche nella commedia Berretto a sonagli, scritta da Luigi Pirandello».

Photo credit: Hearst Owned
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E nel capoluogo ligure ha ricominciato da zero senza abbandonare la strada del vintage. Si è innamorata di un altro vecchio negozio del 1500, che aveva già un suo nome Olivar Novella Vintage, scolpito sul muro della porta di ingresso e così le è sembrato semplice e un segno del destino dovere scegliere proprio quel nome per iniziare la sua nuova attività. Meno semplice è stato ricominciare tutto daccapo, nonostante l’entusiasmo e l’amore per il vintage, come racconta Antonella: «Un amore nato grazie alla mia professoressa di filosofia, che indossava abiti del ‘900, cappellini, guanti, che mi hanno ispirato e influenzato. Appena io e mia sorella Ileana abbiamo aperto il negozio, avevo un obiettivo, quello di replicare un’attività che rappresentasse il mio gusto personale e poi ho iniziato a cercare cose. E ne ho trovate molto belle da mettere in vendita».

Fortuna o buon occhio, oppure entrambe?

A Palermo visitavo molti mercatini dell’usato, dove trovavo dei capi molto belli e di valore. Poi appena ho aperto il negozio a Genova sono venute a trovarmi molte persone che volevano vendere dei loro vecchi capi. E tuttora la maggior parte dei capi che compro e metto in vendita arrivano da privati. Perché voglio avere la sorpresa di quello che trovo e non ordinare nulla. Il concetto non è creare un 'piccolo magazzino di un grande magazzino', ma creare un’oasi dove gli abiti hanno anche delle loro storie vissute. Non cerco nulla via Internet. E tantomeno cerco capi in quei grandi magazzini presenti sia in Italia sia all’estero che ti vendono stock di abbigliamento d’epoca, anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, dove c’è l’imbarazzo della scelta. La mia scelta e quella di mia sorella è stata quella di rivolgersi al mercato dei privati perché solo così si riesce a trovare qualcosa che è davvero speciale.

Come si fa a scegliere capi particolari e di valore?

Per scegliere un bel capo quando il brand non è noto, bisogna concentrarsi sui particolari, le cuciture, i bottoni, le cerniere oppure bisogna leggere bene le etichette e dopo basta fare una ricerca per comprenderne la provenienza. Ricordo una vendita fatta in agosto a una coppia di americani, entrati per caso in negozio. Lei era molto bella, alta, magra, praticamente perfetta, mi disse che era di New York ed io pensai che poiché in quella città fa molto freddo in inverno poteva piacerle un cappotto in pelle anni Settanta. Quando glielo mostrai ne rimase entusiasta. E poi mi chiese di aiutarla a scegliere altri capi. Fu una bella soddisfazione. Un altro episodio particolare riguarda una signora che venne nel mio negozio con due borsoni pieni di scarpe. Aveva un aspetto poco curato e non manifestai grande entusiasmo perché pensavo mi portasse delle scarpe malconce, invece erano perfette. Un giorno mi raccontò che per lei acquistare era un vizio, che faceva acquisti compulsivi, quindi comprava tantissima roba, molto bella, che poi non usava.

Il capo venduto più bello?

Una cappa in seta degli anni Venti tessuta con fili di metallo dorato che vendetti a una coppia di russi che quel giorno praticamente innamorati di tutte le cose esposte hanno comprato così tanta roba da chiamare un taxi per portarla via tutta.

Quali sono i capi iconici che ora ha nel suo negozio?

Una borsetta di Versace del ’92 della serie Andy Warhol, un plissettato, fiorato anni Settanta castano made in Hawaii, vestiti degli anni Cinquanta, anche un cappotto della sartoria Contini (di Genova Ndr), stretto in vita e poi con la parte inferiore a ruota, che è uno splendore. Come anche un tubino stile quelli indossati da Jacqueline Lee Kennedy Onassis, perché l’obiettivo per me e Ileana è sempre stato quello di vendere abiti vintage che potevano essere indossati, quindi un vintage prêt-à-porter. E poi abbiamo anche tante scarpe in vendita, Colette, Mario Valentino, Sergio Rossi, in perfetto stato. C’è solo l’imbarazzo della scelta...

Photo credit: courtesy
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Vintage da Milano a New York

Oltreoceano, a New York, c’è un’altra donna che è riuscita a trasformare la passione per il vintage in una storia di successo. Si chiama Bridgette Morphew. Lei è un'imprenditrice creativa con un forte istinto e gusto estetico che le ha permesso una rapida scalata nel business della moda trasformandola anno dopo anno in una fonte di ispirazione per molti stilisti e brand di fama internazionale da McQueen a H&M. Mentre era ancora una studentessa universitaria in Florida, Bridgette ha avviato la sua prima attività, Victim Clothing, un'azienda di t-shirt. Ed è stato da quel momento che ha imparato il processo di branding e di esplorazione del design. L'attività è rapidamente diventata un fenomeno della popculture e il suo nome spesso è stato citato sulle pagine del Rolling Stone e del The New York Times. Dopo la laurea, Bridgette si è trasferita a New York. Nel 2005, ha avviato la Paradox Designs con un'idea rivoluzionaria: raccogliere e curare rari manufatti di moda, riuscendo a vantare nel giro di pochi anni una collezione di oltre 5.000 pezzi. Nel tempo l’esclusivo archivio vintage di Bridgette ha suscitato interesse tra i trendsetter come rock star, attori e artisti. E nel novembre del 2013 Bridgette e il suo team hanno creato un nuovo marchio, Morphew.

Photo credit: courtesy
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Quale il segreto per realizzare un’attività di così grandi dimensioni?

Abbiamo iniziato comprando abiti vintage da indossare negli anni '90. Poi tutto si è evoluto rapidamente e le rielaborazioni vintage si sono trasformate in nuovi pezzi più cool.

Le maggiori difficoltà?

Nel mercato di oggi, con così tanta crescita delle vendite online la più grande difficoltà è l'approvvigionamento e mantenere prezzi competitivi. Questo ci ha portato a rivisitare le nostre radici come designer e quindi gran parte del nostro.

Cosa rende speciale il suo lavoro?

Innanzitutto il fatto di avere collezioni distintive con pezzi difficili da trovare altrove. In secondo luogo ciò che rende speciale lo shopping da Morphew è il nostro design, il fatto per esempio che abbiamo i migliori materiali, dall'età vittoriana agli anni '40. Diamo nuova vita a vecchi pezzi e li aggiorniamo con lo stile ideale per la donna moderna di oggi. Creiamo pezzi contemporanei con una grande storia vintage alle spalle.

Photo credit: Morphew
Photo credit: Morphew

I pezzi più iconici del suo negozio?

Tanti. Dagli abiti in maglia di metallo dorato Versace agli iconici pezzi di chiffon distrutti di Mcqueen. E poi la tuta griffata Galliano dalla sua collezione Sousie Sphinx, così come alcuni abiti killer Mugler che abbiamo appena messo in vendita all’iconico maglione leopardato griffato Alaia.

Chissà quanti clienti famosi…

Abbiamo una lista lunghissima di clienti famosi. Dagli eccentrici come Iris Apfel, ai romantici come Florence Welch, ai Glamazons, Kim Kardashian, Rhianna ed Emily Ratajkowski, agli stilistici mavens Miley Cyrus e Amal Clooney, Madonna e Stephanie Seymour. Per noi non si tratta di donne famose, ma di donne forti e potenti che amano avere un proprio stile anche nel mondo della moda vintage. Un giorno davvero emozionante è stato quando abbiamo venduto un’Alaia vintage online al designer stesso. Da allora abbiamo venduto pezzi agli archivi di Dior, Gucci, Mcqueen, Gaultier e Cavalli, ma Alaia sarà sempre un dio per noi. Un'altra storia divertente è stata anni fa, quando Naomi Campbell si innamorò così tanto di uno dei nostri abiti degli anni '30 che il suo stilista tornò da noi in preda al panico dopo essersi accorto di averlo accidentalmente restituito.

I suoi prossimi obiettivi?

Vogliamo aumentare la nostra presenza fisica essere più capillari per i nostri clienti. Abbiamo boutique da Malibu a Londra, ma ci piacerebbe far crescere la ‘nostra famiglia’. Attualmente siamo entusiasti di lanciare un pop-up store completo a Miami al Faena Bazaar. Lì abbiamo lanciato una selezione di articoli per la casa e mobili divenuta complementare con la nostra selezione di capi abbigliamento e lì abbiamo anche aperto un negozio di abbigliamento maschile-in-shop.

Vintage: i libri da leggere

L’amore per il vintage si può anche raccontare scrivendo libri. Lo sa bene la scrittrice e giornalista Daniela Panosetti che ha scritto ben due libri dedicati al settore. Nel maggio 2013, Passione vintage, assieme a Maria Pia Pozzato e nell’ottobre 2015 Vintage.

Photo credit: Daniela Panosetti, scrittrice e giornalista - Hearst Owned
Photo credit: Daniela Panosetti, scrittrice e giornalista - Hearst Owned

Lei ha scritto ben due libri sul vintage, com’è nata questa passione?

Come spesso accade, l’interesse di studio è nato dall’interesse personale, ma forse sarebbe meglio dire da una fascinazione istintiva per tutti quegli aspetti minori della quotidianità che magari non fanno la storia con la S maiuscola, ma che comunque sopravvivono alla propria epoca e alla propria obsolescenza. All’inizio, circa dieci anni fa, era soprattutto la moda vintage a incuriosirmi – non quella dei grandi marchi, però, quanto quella più popolare e unbranded che all’epoca era possibile trovare quasi solo fuori dai confini italiani, nei piccoli negozi dei quartieri pre-hipster delle capitali europee. Presto però ho capito che la moda vintage era solo la punta dell’iceberg, l’aspetto più conclamato di un fenomeno ben più ampio, che riguarda ormai quasi tutti i settori di consumo, materiale e immateriale, dal packaging dei prodotti da supermercato agli oggetti di lusso.

Quali le tematiche legate al ‘vintage’ le stanno più a cuore?

Direi due. Da un lato la qualità paradossale del vintage, la capacità di far collidere passato e presente in forme inaspettate e complesse, che superano il semplice concetto di nostalgia o di collezionismo. E dall’altro la sua qualità esperienziale, perché vintage non è solo l’oggetto - il capo d’abbigliamento d’epoca o il pezzo di design recuperato in un mercatino – ma l’esperienza ‘al passato’ che l’oggetto consente. Penso a fenomeni come la lomografia, il retrogaming, o a quei film e serie TV che non si limitano a rappresentare un’epoca, ma riproducono l’esperienza di visione tipica della TV o del cinema di una data epoca, che è una cosa molto diversa. Un esempio recentissimo è la nuova serie di Disney+ Wandavision.

L’epoca del passato che preferisce e perché?

In realtà la vera magia del vintage è il cortocircuito tra epoche, la possibilità di mescolare tempi diversi e in questo incontro, ridefinirne il significato. Se proprio dovessi scegliere, però, andrei per categorie: per la moda, mi affascina il rigore pratico degli anni 40, nonostante la connotazione cupa di quel decennio. Per il design, decisamente il modernismo degli anni ‘50 e i ‘60, per la musica i favolosi anni 70, mentre per tutto ciò che è linguaggio mediale – cinema, TV, tecnologie – non resisto all’estetica eccessiva e pop degli anni 80. Perché erano gli anni dell’infanzia, e gli anni dell’infanzia hanno sempre un’aura speciale.

L’oggetto di arredo più cult in assoluto? L’abito? Le scarpe, gli stivali? L’accessorio?

Fatico a pensare al vintage in termini di cult. Credo che la vera forza di quella che il musicologo Simon Reynolds chiama retromania, nella sua forma attuale “democratizzata” e di gusto mainstream, sia proprio la sua capacità di uscire dalla dimensione esclusiva ed elitaria. L’oggetto in stile venduto in serie – la finta lampada Arco, la copia dell’abito da sposa di Grace Kelly e così via – è molto più interessante dell’originale in questo senso, perché permette a tutti di sentirsi, per qualche attimo, out of time. Un oggetto cult personale però lo avevo: un paio di Doc Martens originali anni 90, ma è stato perso tra i vari traslochi.

Il ‘vintage’ ha influito nella sua vita?

Certamente, ma senza eccessi: qualche pezzo d’arredamento e di abbigliamento, accessori rubati dal guardaroba materno. E poi amo la cucina antica: conservo gelosamente un libro di ricette del primo dopoguerra che fu di mia nonna, che è bellissimo anche solo da leggere, pieno di affascinanti parole desuete come ‘desinare’ e ‘ammannire’.

Mai dire mai a un’occasione vintage di quale genere?

Se ne avessi l’occasione, mi piacerebbe partecipare a una tweed ride. Ma non credo che alla fine avrei il coraggio di vestirmi come una borghese inglese del primo Novecento.

Se dovesse incontrare una persona che le dicesse che non percepisce la differenza tra gli oggetti di seconda mano e il ‘vintage’… quale sarebbe la sua risposta?

Direi che ha ragione! La differenza non è nell’oggetto, ma nel valore simbolico che ciascuno gli vuole dare.

Come colloca il ‘vintage’ oggi, in un’epoca sempre più informatizzata e gioco-forza con molte più persone che vivono la maggior parte del loro tempo online e forse sono più attratte dalla modernità dei tempi dove tutto è molto più veloce e passa più veloce piuttosto che dal passato?

Credo che il legame con le nuove tecnologie e con l’esperienza accelerata del tempo che queste producono sia fondamentale per comprendere il vintage. L’oggetto vintage ci consente di sentirci per un attimo o di collocarci idealmente fuori dal tempo, in un mondo che per il resto ci intrappola in una simultaneità totale: essendo perennemente connessi a tutto, sottrarsi al tempo è diventato un piccolo lusso per tutti. E poi senza l’attuale sterminata disponibilità di materiale audiovisivo sul passato concessa dalla rete il vintage non potrebbe prosperare, perché tutto questo materiale nutre l’immaginario collettivo di passato come mai accaduto prima.

Tante le app che nascono sul vintage, le è capitato di scaricarne alcune?

In verità no: bisogna che recuperi subito!

Come spiegare il vintage a un ragazzo o a una ragazza di 18 anni oggi?

Credo che i giovani di oggi lo sappiano benissimo. Sono cresciuti in mezzo a questa incredibile accessibilità di materiale mediale di tutte le epoche e hanno sviluppato un senso diverso del rapporto tra passato e presente. Mixano tutto con naturalezza, sono postmodernisti senza saperlo: guardano Stranger Things e sanno perfettamente che dentro c’è un po’ di Goonies e un po’ di ET, anche se loro, quando questi film erano nei cinema, non erano ancora nati….

Le app per fan del vintage

Tra le ultime pubblicizzate c’è Vinted, che vanta (ad oggi) 357.169 recensioni positive. Si vende e si comprano articoli di moda non solo per donne ma anche per gli uomini e addirittura per i bambini. Tra i vantaggi il caricamento veloce degli articoli, i gestori dell’app ti avvisano quando un capo messo in vendita è stato messo tra i preferiti, offrendo l’opportunità con la persona di negoziare il prezzo finale. I pareri sono buoni anche sul fronte della spedizione degli articoli e la tracciabilità. Anche se c’è chi scrive che la pecca è quella di andare a consegnare o ritirare un pacco presso un centro di raccolta. I troppi cavilli e le notifiche in eccesso che arrivano per gli oggetti caricati da altri.

Tempi ancora di saldi se si decide di fare acquisti su Vestiaire Collettive, dove si trova davvero di tutto, dall’abbigliamento con firme quali Fendi, Gucci, Chanel, Dior, Versace (bellissima la borsa a tracolla con sfondo floreale a 1.600 euro) agli orologi, cinture, scarpe, cinture.

Rebelle è lo shop online (che possiede anche una sua app) per chi si vuole dedicare alla compravendita di capi luxury. Su Rebelle è possibile trovare articoli di Chanel, Louis Vuitton, Burberry, Céline, Hermès, Balenciaga, Prada, solo per citarne alcuni. Questa app offre l’opportunità anche di calarsi non solo nei panni degli acquirenti ma anche in quelli dei venditori. E dalle vendite Rebelle si trattiene una commissione in qualità di intermediario delle compravendite.

Depop è un’app made in Italy con sede a Londra. Tra le più usate dalle fashion influencer di Instagram, per la compravendita sia di brand di lusso, che non. Definita “l’app dei millennials”, proprio perché la maggior parte del suo pubblico ha un’età che va dai 25 ai 40 anni gran parte del suo successo nasce dall’ampia risonanza che questa piattaforma possiede sui social, dove c’è un fitto chattare e scambio di pareri.