Viaggio tra le registe italiane dell'horror, per ribaltare gli equilibri tra vittime e carnefici

di Ilaria Solari, Ilaria Ravarino
·11 minuto per la lettura
Photo credit: Adriano Russo
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From ELLE

Viaggio tra le giovani registe italiane del genere horror, che ribaltano gli equilibri tra vittime e carnefici e spingono sui sentimenti.

Mitzi Peirone, un'italiana a Hollywood

«Molte registe da qualche anno si rivolgono al genere horror, credo che accada perché finalmente si riconoscono la capacità di rappresentare emozioni come il terrore, la paura. Non è un caso: sanno più di chiunque altro cosa sia». Ventottenne, bella e spigolosa quanto basta per una piemontese che vive in America da una decina di anni, qui in Italia definiremmo Mitzi Peirone un’enfant prodige, perché già tre anni fa, tra le tante cose, aveva realizzato il suo primo film: Braid, horror psicologico selezionato al prestigioso Tribeca Festival, presto anche in Italia su Amazon Prime, col titolo di Chimera. Lucida, grintosa, Mitzi è partita per New York dopo la maturità per frequentare l’American academy of dramatic arts, senza conoscere nessuno e contro il parere di tutti. «Salutandomi mia madre mi ha detto: "Ti ho dato un cuore, me l'hai spezzato". Ma sentivo che se avessi fatto l’università in Italia saresti rimasta inchiodata qui». Dopo la scuola s’è mantenuta facendo la modella e la cameriera e intanto cercava lavoro come attrice. «È stato forse il periodo più basso: licenziata dal primo regista che mi ha dato un ruolo da protagonista per aver respinto le sue avance, mi sono ritrovata senza contratto, agente e documenti, perché l’agenzia per cui lavoravo aveva perso il mio visto». Capitalizzare le difficoltà: è una delle regole che questa giovane donna diritta e tenace s’è data, così per uscire dall’impasse s’è messa a scrivere Braid, escogitando per finanziarlo non il “solito” crowdfunding «ma un investimento vero in cripto moneta, in cui i finanziatori sono i primi a essere ripagati quando la pellicola comincia a fare profitti». Ora la pandemia le ha imposto un nuovo stallo, è in Italia in attesa di un visto per tornare, non certo improduttiva: oltre a scrivere il secondo film, questa volta di fantascienza, si prepara a dirigere le prime quattro puntate di una serie, «posso dire solo che è ambientata in un orfanotrofio».

Photo credit: Adriano Russo
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Prima un flashback: a quando, diciottenne, ha deciso di partire...

«Studiando al classico avevo imparato molte cose dell’universo umanistico ma non sapevo niente davvero di mio, non avevo creato un manifesto filosofico, un’opera artistica o teatrale che rappresentasse la mia visione del mondo. Sono partita per l’America con l’idea di approfondire la mia relazione con l’umanità, studiare teatro, non necessariamente fare l’attrice».

Però ci ha provato, a recitare.

«Eccome, ma ero a disagio a stare seduta lì ferma ad aspettare le mie battute mentre intorno a me questa meravigliosa macchina dispiegava il suo sogno a occhi aperti. Ero l’incubo di ogni regista, non facevo che elargire consigli non richiesti sulle luci, il set, le battute. A un certo punto mi son detta: devi cambiare ancora, andare più in profondità».

È lì che è nata Chimera?

«Avevo in mente quest’idea degli adulti che giocano come i bambini al “facciamo che io ero”. Siamo prigionieri e nello stesso tempo resi liberi dalla nostra immaginazione, dei ruoli che ci siamo creati. Chiusi nelle nostre piccole scatole che scambiamo per realtà oggettiva. Se ci pensi fa ridere, ma mattone dopo mattone questa allucinazione può diventare una prigione, limitarci. Ci perdiamo nei nostri giochi mentali, che sia una dipendenza, un lavoro che non ci piace o una relazione tossica, intrappolati nei soliti schemi. La metafora delle tre ragazze che si perdono nel mondo di fantasia in cui giocavano da piccole, in una casa che ha delle regole che, per quanto assurde o violente, sono più sicure del mondo incerto là fuori, sembra parli della nostra realtà».

Photo credit: Adriano Russo
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Che assomiglia sempre più a un horror.

«La mente ci porta a credere ciò che vogliamo. E l’algoritmo dei social lavora per confermare ciò che ci aspettiamo. Nelle bolle delle nostre convinzioni, non siamo mai sfidati».

Perché dice che le donne sono le più esperte di horror?

«Più degli uomini sappiamo cosa sia la paura, l’ansia di non poterci mai sentire sicure, per strada o nella relazione col capo. Il disagio di doverci sempre domandare se abbiamo ottenuto quel posto perché qualcuno ha delle intenzioni nei nostri confronti o perché dovevano assumere per forza una donna. Vivere con questo sconforto, sentire di non essere accettate, ammesse al tavolo delle decisioni, a meno di non mettere in conto una serie di incognite, può portare a un disturbo profondo a livello emotivo».

Che posto ha la paura nella sua vita?

«È il posto da cui scrivo: paradossalmente, un posto sicuro. Confido nella paura, so che non le permetterei mai di spaventarmi tanto da lasciarmi paralizzata. Pensare a ciò che mi atterrisce mi aiuta a creare un antidoto all’interno delle mie sceneggiature, di cui alla fine sono sempre io la protagonista. Le ragazze di Braid sono versioni diverse di me. Se l’eroina sopravvive, sbroglia l’indovinello, allora forse c’è speranza, anche per me. Il messaggio è che la vita è vasta quanto i tuoi sogni, se li rincorri questi ti seguiranno, se spingi l'immaginazione ai confini dell’universo, il tuo universo si espanderà».

Come lo sguardo del suo prossimo film, una distopia che affronta surriscaldamento, migrazioni, totalitarismi.

«Ho passato mesi a ingoiare notizie, da Black lives matter al Climate change. Poi l’idea ha preso forma: parlando di immaginazione, anche i confini tra Paesi li abbiamo creati noi e deciso chi stava da una parte e chi dall’altra, dovremmo invece pensarci cittadini del mondo, prenderci cura l’uno dell’altro e del pianeta».

Cosa l’ha colpita di più al ritorno in Italia?

«Scoprire che qui ancora la gente non crede al #MeToo, vedere il modo in cui le donne sono viste e trattate. Qui non avrei mai potuto girare un film a 26 anni, là non mi sono mai sentita messa in discussione. Dobbiamo convincerci che nessuno può screditare il nostro talento, la nostra professionalità solo perché siamo donne e giovani».

Che consiglio darebbe alle ragazze che hanno sogni ambiziosi?

«Direi loro di seguire le intuizioni, le donne hanno davvero un sesto senso di cui la società ci ha un po’ fatto perdere traccia. Ma se si accorgono di sbattere la testa contro un muro, il mondo è grande: se ce l’ho fatta io può farcela chiunque».

Non dica così, è campionessa mondiale di self confidence.

«Oggi sì, domani mi trova a piangere con la testa sul cuscino. Anche se, rispetto ai miei vent’anni, ho più controllo sulle emozioni. Non mi lamento: un sistema nervoso sensibile mi aiuta a stare sul set, a governarlo. Ho scoperto che solo le donne si fanno domande come: sarò troppo stronza? Troppo poco autorevole? Personalmente, credo che solo noi sappiamo mixare così bene l’autorevolezza con la misericordia, tenere sempre i sensi in allerta. La prima cosa che faccio quando arrivo sul set è cercare di ricordarmi il nome di tutti».

Le foto di questo servizio sono di Adriano Russo. Styling Monica Curetti. Assistente Fashion Editor Gabriele Ciciriello. Assistente fotografo Simone Paccini. Digitale Oscar Masi. Grooming Giovanni Iovine @ WM Management


Le altre registe da urlo

Per tutte due numi tutelari, Jennifer Kent (Babadook) e Kathryn Bigelow (Il buio si avvicina) e un imprinting condiviso: Profondo rosso di Dario Argento e L’esorcista di William Friedkin. Hanno in comune paure ricorrenti – la maternità, la famiglia, la casa – un approccio concreto al mestiere e la voglia di portare al cinema le proprie ossessioni. Ognuna con il proprio stile, le donne dell’horror italiano sono registe ambiziose, capaci di fare del genere una questione di genere.

Photo credit: Courtesy photo
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A VOLTE RITORNANO

Le donne, nell’horror, sono storicamente vittime predestinate di mostri e assassini più o meno soprannaturali. Quando però c’è una regista dietro alla macchina da presa, le cose cambiano. E sono i maschi a pagarne le conseguenze. Capita per esempio nel corto Red hair affair di Cinzia Bomoll (foto sopra), regista e scrittrice bolognese, in cui un serial killer di donne si trova a fronteggiare le vittime dei suoi stessi delitti, tornate a vendicarsi da cadaveri: «Negli horror anni '60 e '70 le donne facevano sempre una finaccia, bendate, sequestrate e tagliate a pezzi. Nel mio film ho ribaltato la situazione», spiega Bomoll, che all’attivo ha numerosi corti splatter (l’horror più truculento) e due lungometraggi in preparazione: This man, che gioca con il tema degli incubi, e il thriller orrorifico Lei che nelle foto non sorrideva, con Piergiorgio Bellocchio, Piera Degli Esposti e Denise Tantucci. «Lo splatter mi diverte perché permette di esorcizzare le paure. Mi fa sorridere più delle commedie. Ma l’horror psicologico è quello che mi fa davvero paura, perché tocca qualcosa di vicino, quotidiano». È un’amante del genere, «pure quello più trash, tipo L’invasione dei castori zombi», anche Luna Gualano (foto sotto), autrice del thriller sociale Psychomentary e dell’horror Go Home, storia di un attacco zombi in un centro di accoglienza. «Mi piace un cinema che racconti il fantastico, che vada oltre il reale. E che nello stesso tempo mi permetta di inserire dei temi sociali». Le paure che mette in scena sono «la sopraffazione e la perdita del controllo», la sua ambizione è quella di praticare il genere «anche se si rischia di finire nella serie B degli autori. E se fai già parte di una minoranza, in quanto donna e regista, il rischio è doppio».

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SCREAM QUEEN

Se in Italia trovare una regista che pratichi l’horror è difficile, portare una star italiana su un set dell’orrore è ancora più complicato. Ci è riuscita più volte Valentina Bertuzzi (foto sotto), che nel corto Ultravioletto mette in scena una Alba Rohrwacher decisamente inedita: «Alba ha un volto angelico, colori eterei, e proprio per questo ho lavorato sulle sue zone oscure, perturbanti. Lei ha fatto un lavoro straordinario sul corpo: Ultravioletto è un lavoro senza dialoghi, incentrato sulle tensioni che Alba ha restituito magistralmente ispirandosi al Nosferatu di Murnau». Sempre Bertuzzi – insieme alla sorella sceneggiatrice Francesca – firma il corto Delitto Naturale con Olivia Magnani, la web-serie sui pre-morti Ghost Cam e Corporate, un corto alla Black Mirror con Valentina Lodovini: «Anche con lei abbiamo fatto un lavoro di allontanamento dalla sua immagine carica di seduzione. Abbiamo asciugato la sensualità delle sue forme, concentrandoci sui conflitti interiori, sulle sue paure».

Photo credit: Valeria Del Frate
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È quasi simbiotica la relazione che si crea tra le registe e le loro scream queen: «La collaborazione con Carolina Crescentini è stata indispensabile», racconta Milena Cocozza (foto sotto), aiuto regista dei fratelli Manetti vista al cinema con l’horror Letto numero 6, già al lavoro su «un film su un serial killer ambientato nel west». La paura che ha messo in scena nel suo film è tra le più frequentate dall’horror (femminile): «La maternità e le sue responsabilità. Ma allo stesso tempo ho scelto una protagonista incinta, che potesse raccontare insieme la fragilità della donna sul piano fisico e la sua enorme ricchezza di risorse interne».

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LA SUSPENSE È DONNA

«La suspense è donna», taglia corto Emanuela Rossi (foto sotto), cinefila e autrice, regista del thriller apocalittico Buio. «Credo che le donne negli horror si dedichino con particolare attenzione, e successo, alla ricerca delle atmosfere. E poi c’è il rispetto per il corpo. Io non svilirei mai il corpo di una donna. L’horror deve essere macabro ma estetico». Amante dei generi «distopico e catastrofista», la sua formazione è avvenuta sul campo: «Facevo la co-regia di Non uccidere, una serie thriller. Giravo all’obitorio di Torino. Un’esperienza forte: se fai una cosa del genere, poi non sei più quella di prima. O ti piace o lo rifiuti».

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Crede nella capacità femminile di far paura senza necessariamente mostrificare la realtà anche Annamaria Lorusso (foto sotto), produttrice di horror e regista del corto “demoniaco” The Choice: «Le menti di uomini e donne sono differenti: i maschi puntano più sull’aspetto materiale, su uccisioni e sangue, le donne su quello psicologico».

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Ha infine una formazione da filosofa, e una passione autentica per le storie di fantasmi, Rossella De Venuto (foto sotto), regista de La Controra (su Amazon Prime Video). «Non farei mai un film sugli zombi. A me piacciono i fantasmi. In particolare le case con i fantasmi. La casa è un personaggio, rispecchia chi ci vive, può diventare una prigione. È il posto ideale per un horror. Più del bosco». La sua passione per il genere si deve soprattutto alla possibilità che offre l’horror «di schiacciare l’acceleratore sui sentimenti. Se in un horror c’è una coppia in crisi, i due non si limitano a litigare, ma lui cerca di uccidere lei. Se c’è una maternità, ecco esplodere le pulsioni che ha ogni madre: la paura del cambiamento, la paura di se stessi. Se a inventare il gotico è stata una donna, Mary Shelley, un motivo c’è»

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