"Vietato vestirsi da prostituta", e nella polizia del milanese è già polemica

Di Elena Fausta Gadeschi
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Photo credit: Chris Barbalis su unsplash
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Un passo avanti e due indietro. Quando si tratta della dignità della donna non si capisce mai fino in fondo quanto un provvedimento venga preso in buonafede e quanto invece sia il retaggio di una società maschista che, pur sforzandosi di rimanere al passo con i tempi, non manca occasione di dimostrare la propria arretratezza. Entrando nel merito, a far discutere è il nuovo regolamento della Polizia municipale di Cassina de' Pecchi, comune di 13 mila abitanti in provincia di Milano, area metropolitana Est. Il documento in questione sarebbe arrivato senza clamore in Consiglio comunale domani 30 aprile se l'articolo 23, quello che norma i "comportamenti contrari all’igiene, al decoro e al quieto vivere", non avesse sollevato perplessità sul dress code richiesto alle donne per circolare liberamente nella zona senza essere tacciate di prostituzione.

Nel documento si legge: "In luogo pubblico è vietato contrarre ovvero concordare prestazioni sessuali oppure intrattenersi con soggetti che esercitano l’attività di meretricio su strada o che, per atteggiamento, ovvero per l’abbigliamento ovvero per le modalità comportamentali manifestino comunque l’intenzione di esercitare l’attività consistente in prestazioni sessuali". Il regolamento, in sostanza, non solo vieta la prostituzione, ma condanna qualsiasi abbigliamento possa far pensare che si voglia offrire una prestazione sessuale. La solita vecchia storia del "dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei".

Photo credit: Berezko - Getty Images
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"Sarà davvero complicato capire con quali parametri si dovrà riconoscere atteggiamento o abbigliamento che indichino l’offerta di prestazioni sessuali. Faremo una lista? Disegni di posture lecite?" è l’accusa che muove il consigliere di minoranza Sandro Medei dal suo profilo Facebook. Il criterio in effetti risulta un po' macchinoso: basarsi sul numero di "strati" indossati o sui centimetri di coscia scoperti per accertare casi di prostituzione sarebbe decisamente poco pratico oltre che fuorviante per la Polizia municipale.

Mentre il Pd di Cassina, nel prendere le distanze dal regolamento, parla di "un attacco alla dignità della donna" e respinge "qualsiasi forma di classificazione di una donna rispetto al suo modo di vestirsi o di atteggiarsi", gli utenti si dividono tra chi ironizza parlando di oscurantismo e chi si schiera con la sindaca leghista Elisa Balconi. In un comunicato postato sulla pagina Facebook del Comune, la prima cittadina, che ha definito la polemica "ignobile e sterile", ha spiegato che "ogni donna come ogni uomo può circolare vestita/o come desidera sul nostro territorio: ciò che la legge vieta è il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione". "A chi non sta bene — ha proseguito —, ovvero chi vuole sfruttare la prostituzione o favorirla in qualche modo, lo farà fuori da Cassina de’ Pecchi. Almeno finché io sarò sindaco". Ammessa la buonafede della sindaca in merito a un infelice (almeno nella forma) provvedimento, c'è da interrogarsi piuttosto su come mai il medesimo regolamento con relativo accenno "al dress code da prostituta" sia entrato in vigore in altri comuni del milanese, questa volta a guida maschile e dem, senza sollevare la benché minima perplessità nelle rispettive giunte. Può essere che, al di là del colore politico, bastino davvero così pochi chilometri tra un quartiere e l'altro perché la sensibilità su certi temi cambi?