Virtus Roma, una vita

Di Luigi Ippoliti
·13 minuto per la lettura
Photo credit: Courtesy Virtus Roma
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From Esquire

La prima volta che sono stato al PalaEur avrò avuto su per giù otto anni. Ho vaghi ricordi di quella partita. La Virtus era sponsorizzata Il Messaggero, c'era molta gente, eravamo al secondo anello, sopra il campo da gioco svettava enorme il cubo dove erano scritti i punti e i falli dei giocatori. Ricordo l'animazione di Dino Radja che faceva ok con il pollice. Quel giorno la Virtus iniziava a far parte della mia esistenza e, con alti e bassi, non avrebbe mai smesso di farlo.

Ho vissuto l'epoca del Banco Roma, il mito di Larry Wright, solo attraverso il racconto di mio padre. In qualche modo ho percorso e ripercorso mentalmente quella finale scudetto. Ho fatto mio un ricordo di qualcosa accaduta prima che nascessi. Immagino le migliaia di persone attaccate una all'altra, la bolgia, le bandiere blu e arancioni che sventolano all'interno del PalaSport carico di elettricità.

Photo credit: Courtesy Virtus Roma
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Perché per quanto a Roma la pallacanestro sia sempre stata una cosa marginale, sovrastata dall'onnipresenza del calcio, quello che successe all'Eur in quegli anni è parte della coscienza collettiva della città. Una leggenda sussurrata, ma comunque perpetuata nel tempo attraverso generazioni di romani. Non è difficile imbattersi in qualcuno che ti dica ancora oggi "il Banco Roma", facendo sottintendere di sapere precisamente di cosa si parla, anche se la pallacanestro non è la sua più grande passione. Il Banco Roma aveva la forza di non essere solo pallacanestro. Quella squadra vinse lo scudetto e l'anno successivo salì sul tetto d'Europa e poi del mondo. Fantascienza, se paragonato a quanto sarebbe successo poi.

Per me la Virtus vera e propria di cui ho memoria è iniziata con la fine del Messaggero nel primo e unico anno di Rovati, sponsor Burghy. Una stagione orribile. Ho perso quindi, oltre alla prima Coppa Korac, anche la seconda. E prima Bryan Show e Danny Ferry, gli acquisti faraonici dei Ferruzzi.

Uno dei ricordi che riemerge sempre quando ripenso alla Virtus è di quel periodo. Con mio padre eravamo seduti in prima fila in curva, quasi alla stessa altezza del campo. Non ricordo quale partita fosse. Durante l'intervallo alcuni ragazzini della mia età, quelli del parterre che invidiavo e odiavo tantissimo, entravano in campo e si mettevano a palleggiare, a tirare. Ogni tanto improvvisavano delle partitelle. Quel giorno, uno dei rettangoloni di vetro che formavano la balaustra, proprio quello di fronte a me, non c'era. Potevo scendere facendo un piccolo salto e trovarmi in campo. Avevo pensato tutto il tempo a quel momento. Ma dovevo avere il sì da parte di mio padre.

Lo guardai e lui tentennò un po'. A quel punto, seduto a un posto sopra la nostra fila, apparve come per magia un ragazzo. Disse a mio padre una cosa tipo "lo lasci andare, anche io vorrei farlo". La sua faccia è coperta dalle luci che inondano il Palaeur e nel mio ricordo mi sembra la discesa di un angelo sulla terra con al collo la sciarpa della Virtus. Così saltai giù e andai in campo. Ricordo di aver segnato pure qualche canestro. Ricordo l'emozione e l'ansia di vedere il pubblico da lì, gli occhi del PalaEur. Sognavo che un giorno sarebbe successo davvero. Essere un giocatore di basket e vestire la maglia della Virtus. Non è andata così, pazienza, ma sono contento che quegli occhi alla fine siano stati anche i miei per così tanti anni.

È vivissimo, poi, il ricordo del televideo con la scritta Virtus Roma evidenziata in viola all'ultimo posto, segno che era retrocessa. Decisiva la sconfitta con Reggio Calabria. Ricordo attimi di smarrimento, la paura che qualcosa di così stranamente eccitante come la Virtus Roma, che provocava un sentimento che ancora non riuscivo bene a comprendere e a calibrare, stesse svanendo proprio lì davanti a me. Invece no.

In quel finale di stagione 93'/94 ho assistito al primo vero miracolo sportivo della mia vita. Desio rinunciava alla promozione in A1 e la Virtus ne approfittava, andando a rilevarne i diritti. La Virtus era salva, e dietro a tutto questo c'era un imprenditore romagnolo con i baffi, Giorgio Corbelli.

Photo credit: Courtesy Virtus Roma
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Le sue squadre sono state quelle che ho preferito. Teorema Tour, Telemarket, Pompea. Lo sono state per due motivi: il primo dipende da una questione cronologica. Avevo a disposizione una spazio enorme per formare nella mia psiche l'idea di pallacanestro e quella costruzione dentro di me la ricordo come un'esperienza inebriante, quasi lisergica. Il secondo, invece, deriva proprio dalla tipologia stessa di quelle formazioni. Erano squadre dove non c'erano fenomeni. Il livello tecnico non era altissimo, se paragonato a quello che succedeva da altre parti in Italia. Basta prendere per esempio i 47 punti che Danilovic fece a proprio a Roma nel 98.

Ma quei giocatori sputavano sangue ogni partita e quello spirito era profuso da un allenatore severissimo, rigido, cattivo: Attilio Caja, il sergente di ferro, a cui ripenso sempre con un affetto straniante e viscerale. È soprattutto grazie a lui che squadre fatte di giocatori senza grosse pretese riuscirono a fare campionati al di fuori di ogni aspettativa razionale. Oltre a lui il suo vice, Marco Calvani, che in futuro avrebbe allenato la Virtus e che per poco non riusciva a farci vincere lo scudetto.

Io, da playmaker, non ho potuto far altro in quegli anni che ergere Emiliano Busca a mio idolo personale incontrastato. Tempo dopo lo incontrai a Big Gym, quell'enorme palestra a cielo aperto che avevano tirato su al Foro Italico, ma che per me significava solo e soltanto basket. Mi fece l'autografo ed ero felicissimo perché ricordavo quanto fosse stato iconico per me.

Busca era uno tosto, che difendeva, esplosivo. Famoso per i suoi coast to coast. Non aveva paura di nulla, un supereroe. A rivederlo ora poteva avere una struttura fisica simile a quella di Alex Caruso. Era il capitano prima che lo diventasse un ragazzo che veniva da Brescia, Alessandro Tonolli. Tonno Tonolli. Che alla Virtus c'è rimasto per vent'anni.

In quei cinque anni ho amato una serie di giocatori epici: ricordo Ansaloni che in una partita contro la Virtus Bologna si esibì in una schiacciata in tap in che credevo di poter vedere solo su NBA Action la domenica mattina. Steve Henson, il marine, a memoria il miglior tiratore di tiri liberi che abbia mai giocato per la Virtus. Claudio Capone, che contro Granada in Coppa Korac giocò una partita da tarantolato. Ricordo il Palazzetto impazzito e i tifosi che lo portavano in trionfo. Andrea Cessel, un lungo sgraziato ma con un cuore enorme e il coro Alè Alè Alè Cessel.

Poi arriva il 1997. Purtroppo. I giorni che vanno dal 16 al 24 agosto. Avevo dodici anni e con i miei andai a vedere una partita della Virtus a Gubbio. Era una partita di precampionato, era estate, l'Umbria era bellissima. Una partita qualsiasi di precampionato. Davide Ancilotto stava sostituendo Busca nel mio olimpo personale, nonostante giocasse in un altro ruolo rispetto al mio. Ala piccola. Sembrava leggermente ingobbito, aveva il pizzetto e un fisico non propriamente atletico. Ma quando giocava danzava, volteggiava su quel piede perno. Un genio che raramente ho visto dal vivo su un campo di basket.

La partita stava andando come tante altre partite. Poi a un certo punto mi si è ribaltato il mondo di fronte agli occhi. L'ho visto crollare a terra, essere soccorso e portato via in braccio. Sembrava Cristo. Quella settimana non ho fatto altro che pensare a Davide. Avevo dodici anni e quell'estate si era trasformata in un incubo. Controllavo in continuazione su televideo notizie su Davide.

Poi, sette giorni dopo, in paese faceva caldo e non si sentiva nessun rumore. Mangiavo un gelato. Accesi la tv, di nuovo il pulsante televideo. Comparve la notizia che non avrei mai voluto leggere: Davide Ancilotto è morto. Lessi e rilessi. Rimasi bloccato di fronte allo schermo per un tempo che non so quantificare. Il gelato mi si sciolse in mano, non me ne accorsi. Non ricordo neanche se piansi, non ricordo nulla della mia reazione. Ricordo che una cosa del genere, in quel momento della mia vita, per quello che valeva la pallacanestro e per cosa Ancilotto stesse diventando nella mia formazione era davvero troppo pesante da sopportare.

È stato un momento tragico che in qualche modo si porta appresso strascichi ancora oggi. La vita però è profondamente cinica e le cose vanno avanti. Un paio di anni dopo finisce l'epoca Corbelli e nel 2000, con la presidenza Giovanni Malagò, la Virtus vince l'unico trofeo che sono riuscito a fare mio. La Supercoppa Italiana. Una squadra guidata da Jerome Allen, un fascio di muscoli, giocatore elettrico e leader carismatico. E poi Alex Righetti, che è stato uno dei giocatori in cui ho riconosciuto maggiormente lo spirito della Virtus Roma.

Nel 2001 arriva Toti. L'ingegnere. Uno che, fino a un certo punto, ha investito molto su questa squadra. In quegli anni c'era un'attenzione particolare per la Virtus. Non so se fosse arrivata al livello del Banco Roma, molto probabilmente no, ma in giro si parlava di Virtus. Si parlava di Lottomatica. Anche chi non si interessava ferocemente alla Virtus ne parlava e poteva capitare che andasse a vedere qualche partita. Per curiosità. Era quasi un evento. Magari ai playoff, o qualcuna di cartello in campionato tipo Siena o Milano. Quelle di Eurolega. Il parterre del PalaEur era pieno di vip, politici, attori, sportivi. In quegli anni sono passati giocatori eccezionali. Carlton Myers, Anthony Parker, Gregor Fucka, Daniel Santiago, Sani Becirovic. Roma ha costruito squadre fortissime. Squadre fortissime che non sono mai riuscite a vincere nulla.

Nell'epoca Toti, prima dell'autoretrocessione, ci sono due momenti impressi fortemente nella mia testa: l'addio di Bodiroga, che è forse in definitiva il mio punto più alto della Virtus, e la crescita esponenziale di Datome, capitano della squadra che ho preferito del periodo Toti.

L'addio di Bodiroga lo ricordo come una sorta di bellissimo lutto, l'esperienza più emozionante provata al Palazzo, qualcosa dai contorni onirici. È stato un momento catartico, dove tutta la storia della Virtus si è mischiata con quella dei suoi tifosi, andandosi a fondere con quella di uno dei più grandi giocatori della storia della pallacanestro. Con lui non siamo riusciti a vincere né quando era giocatore, né quando era dirigente. Nel 2008, nella finale contro Siena, stava dietro la scrivania. Ma Siena era una squadra di marziani, in campo sembrava non sbagliare mai niente. Odiavo (sportivamente) Kaukenas, McIntyre, Sato. Ma soprattutto Stonerook. Era il mostro che si insinuava nei sogni dei bambini.

Ogni tanto, comunque, mi prendo una pausa con la pallacanestro. Lo faccio sicuramente nel 2005. Smetto di giocare a basket, la delusione di capire che non sarei riuscito ad arrivare dove mi ero prefissato è troppa. Non ne voglio più sapere. Basta basket, basta Virtus, basta arresto e tiro, basta terzo tempo, basta rumore di scarpe sul parquet. Smetto di andare a vedere le partite con mio padre.

Ma poi ritorno, perché alla lunga non riesco a resistere. Alterno momenti di grande spinta con forte disinteresse. Ma poi torno definitivamente e lo faccio con una passione per la squadra che supera per la prima volta quella per la pallacanestro.

A un certo punto arriva questo ragazzo sardo, un passato nelle giovanili di Siena. Roma lo prende da Scafati. Nessun giocatore, che io ricordi, è riuscito a migliorarsi alla Virtus come ha fatto lui. Nel tempo è diventato davvero un grande giocatore. Non era uno come Belinelli, che lo vedevi pure a 19 anni che era un fenomeno. In Datome riesci a capire come il lavoro e la testa possono incidere su un campo da basket.

Nella stagione 2012/13 l'acme. L'anno della finale scudetto. Ho un gruppo di amici con cui seguo le partite da un po' di tempo e con cui parlo della Virtus. Trovare qualcuno con cui parlare di Virtus, per me, non è mai stato troppo facile. A Roma se ne parla poco. Avevo e ho tutt'ora un amico con cui lo facevo, ma alla fine era troppo preso dalla Roma calcio e da Totti. Questa nuova esperienza nell'esperienza Virtus mi piace. Mi piace da morire.

Quell'annata si gioca al Palazzetto dello Sport, che silenziosamente sta iniziando a marcire come marcisce qualche metro più in là lo Stadio Flaminio. Ma c'è una squadra che sta facendo delle cose che nessuno si sarebbe mai immaginato. Quell'anno Datome è un giocatore incredibile, gli riesce di tutto. Lo vedi segnare da ogni posizione, schiacciare, stoppare. Datome quell'anno vola. Ma in finale perdiamo, sempre contro Siena. Ricordo Calvani che viene espulso, il casino, il sogno che scompare.

Il momento più alto, quello più esaltante, è stata la semifinale scudetto contro Cantù. La vittoria in gara sette, l'invasione di campo, la sensazione che quell'anno sarebbe potuto essere l'anno buono: attorno a quella squadra c'era una strana magia. Ma niente, Siena purtroppo è sempre Siena. Perdiamo, la delusione è molta, ma viene bilanciata in qualche modo dall'adrenalina rilasciata durante tutta la stagione.

Poi iniziano i problemi veri. Nel 2015 Toti decide di autoretrocedere la squadra e a me la cosa fa impazzire. Sono deluso. Sono arrabbiato. Solo due anni prima riuscivamo quasi a vincere un campionato e ora? Non ho mai accettato l'autoretrocessione. Forse in maniera infantile lascio di nuovo perdere il basket. Anzi, lascio perdere la Virtus. Per i primi anni me ne disinteresso completamente. Faccio altro, non guardo neanche i risultati, me li dice ogni tanto mio padre. Ma non voglio saperli.

Ma anche qui, come negli anni passati, non resisto. Inizio a rileggere articoli sulla Virtus, a vedermi qualche partita. Fino a quest'anno, dove scatta di nuovo qualcosa. Forse perché vedo in Baldasso qualcuno che crede in questa squadra, forse perché i giocatori mi fanno una strana simpatia e spero di poter rivedere in loro una squadra che somigli a quelle di Corbelli. La stagione non sta andando bene, i risultati sono pessimi, ma le prestazioni di Baldasso e Campogrande, fino a quella di Biordi, riescono a ritirare fuori qualcosa che pensavo sarebbe rimasta assopita per sempre.

Poi il vuoto. La decisione di Toti. Un comunicato. Nient'altro. Una città che abbandona la sua squadra. Le istituzioni che tacciono. Fine.

L'assenza della Virtus non sarà solo qualcosa che aprirà una voragine nella mia parte irrazionale di tifoso, facendomi fare i conti con luoghi del mio passato che ora saranno per sempre cristallizzati nella memoria. Renderà anche impossibile quel peregrinare malinconico per tifare Virtus tra la metafisica dell'Eur, il laghetto e il Palazzo che si staglia sull'orizzonte come un discovolante, e la Roma Nord di Viale Flaminio, Piazza Apollodoro e il Palazzetto che si apre come una Mecca del basket romano e sullo sfondo lo sferragliare del tram 2. Piccole grandi cose che aggiungevano materiale necessario a tutta questa storia. Una storia tanto imperfetta quanto grandiosa.

L'aspetto più triste è il non aver avuto la possibilità di vedere e sentire qualcuno, Toti, parlare apertamente e chiaramente ai tifosi. Qualcuno che uscisse fuori. Qualcuno che potesse dare una voce e una faccia alla fine. All'irrimediabilità della fine. La Virtus Roma, per molti, per me, era più di una squadra di uno sport marginale come la pallacanestro. Era, ed è, molto di più.