Vite che non sono di Carrère

Di Carlo Mazza Galanti
·12 minuto per la lettura
Photo credit: Getty Images
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From Esquire

“L’arte è artificiale e insincera: la morale è naturale e sincera. La vetta dell’arte è la poesia drammatica, cioè quello che non sentiamo, scritto nel modo in cui noi non parliamo” (Pessoa, 1914)

Da lettore attento e spesso appassionato di Carrère, di fronte al suo nuovo libro provo un certo imbarazzo. Mi è difficile trattenere delle forti riserve, mi sembra altrettanto difficile esprimerle adeguatamente. Forse anche perciò, dovendo riassumerle in breve, userei una formula di questo tipo: il rapporto dell’autore Carrère con il suo pubblico si è andato gradualmente degradando. Non parlo di vendite e successo mediatico, che saranno garantiti anche a Yoga, ma di quella complessa trama di interazioni emotive e “pattuizioni” che intercorrono tra un libro (o appunto un autore di un libro) e il suo destinatario, il lettore.

Dopo un inizio di attività piuttosto inquadrato all’interno di forme e generi romanzeschi tradizionali, lo scrittore francese ha raggiunto, con alcuni dei suoi testi, un punto apicale nello sviluppo di una particolare declinazione di “scrittura del sé”, un genere insidioso come forse nessun altro. Libri come L’avversario, Limonov (e in misura minore Io sono vivo, voi siete morti), lasceranno certamente una traccia nella storia delle scritture autobiografiche non ortodosse: di questo va reso merito a Carrère.

La sua opera tuttavia, negli ultimi anni, si è lasciata trascinare su una china che l’ha portata sensibilmente al di qua di quella frontiera oltre la quale qualsiasi limite del testo è ampiamente riscattato dalla sua bellezza letteraria. Nelle righe che seguono cercherò di articolare questo giudizio. Non tanto una recensione, per cui rimando volentieri alle riflessioni di Vincenzo Latronico, che ha identificato con precisione i punti deboli del testo, quanto piuttosto una ricognizione dei presupposti poetici del libro e della parabola dello scrittore, nonché appunto del ruolo che questa parabola ha progressivamente riservato al lettore.

Mi muoverò intorno a due parole chiave: “narcisismo” e “verità”, termini centrali nella scrittura e nell’immaginario di questo autore e già oggetto di numerose questioni critiche. Quella di essere uno “scrittore narcisistico” è una delle accuse che vengono più spesso rivolte a Carrère, non senza ragione, ma anche - spesso - senza cogliere l’ambiguità di questa pur corretta attribuzione. Indipendentemente dal giudizio morale che se ne vuole dare il narcisismo, come ha insegnato già alla fine degli anni settanta Cristopher Lash nel suo fondamentale La cultura del narcisismo, è un fattore culturale complesso essenziale al funzionamento delle nostre società.

Il successo di Carrère va attribuito in larga parte proprio al modo in cui ha saputo districarsi tra le spinose voluttà di questa profonda e ambigua pulsione sociale. In libri come i tre citati più sopra, Carrère è riuscito a disinnescare le trappole morali del narcisismo utilizzando il racconto di vite altrui come un liquido di contrasto per la costruzione letteraria della propria immagine autobiografica. Come il personaggio de I baffi, romanzo di finzione pubblicato dallo scrittore all’inizio della sua carriera, attraverso il rispecchiamento in vite non sue, Carrère si è improvvisamente osservato in una veste pericolosamente estranea.

Ha giocato un gioco difficile ma tipicamente letterario: eseguendo qualcosa a metà tra una prova di forza dell’io (reggerò al confronto, alla rivelazione di quello che sono senza saperlo?) e di una libidine dell’alterazione (uno dei principali fattori che portano gli essere umani a raccontare e leggere storie), questo scrittore ha prodotto opere di altissimo livello capaci di intercettare l’egotismo contemporaneo allo stesso tempo spaesandolo, smontandolo, analizzandolo, e offrendo al lettore attratto dall’esibizionismo una filosofia dell’identità decisamente più critica e sfumata di quella apparentemente propagandata dall’autore “narciso”.

È un metodo che in Carrère si gioca sul filo del rasoio, basta un attimo per precipitare nel compiacimento, basta perdere l’equilibrio per un istante a ricadere nella più ridicola e vanagloriosa delle posture. In quei libri Carrère, con una destrezza funambolica, non scivola quasi mai dalla parte sbagliata. Al contrario, l’immagine dell’autore-personaggio ne esce come un ardito e raffinato esploratore delle potenzialità inespresse di ogni carattere, dentro e oltre il simulacro della propria identità sociale.

A partire da un certo punto (che collocherei dalle parti di Un romanzo russo) una serie di fattori che andrebbero identificati caso per caso (cosa che non abbiamo evidentemente qui il tempo di fare) hanno stravolto quel delicato e precario equilibrio: al posto dell’altro (Dick, Limonov, Romand) e della sua viva presenza, sono apparse semplici icone, illazioni, personaggi capaci di esercitare poco attrito: lo specchio si è fatto più opaco, la differenza di potenziale da cui scaturivano le scintille è diminuita e oggi, in Yoga, mi sembra di vedere l’immagine di un Carrère che coincide tristemente con se stesso.

Compassionevole, seducente, sensibile, intelligente, colto, cosmopolita, tutti quegli attributi di brillantezza che già esercitavano un indubbio fascino sul lettore, agiscono ormai come fini a se stessi, o insistono inerti, incapaci di alterarsi rivelando le ambigue intenzioni che danno loro la forza di tenersi ben dritti nell’arena del mondo. L’individuo brillante dotato di un ricco patrimonio culturale ed economico non è più la scena su cui appaiono i mostri della borghesia occidentale, ma solo il promotore di un certo modello di sé nel quale - nel migliore (o forse nel peggiore) dei casi - il lettore non può che riconoscersi e magari compiacersi.

Nel delicato equilibrio di elementi che componevano la sensibilità letteraria di Carrère, la critica ha lasciato il posto all’autocondiscendenza. E tutto ciò indipendentemente dallo zelo, l’applicazione, la perizia, il talento, e persino le buone intenzioni, che stanno dietro ai suoi scritti. Gli abissi psicologici che abbiamo conosciuto in passato, già in un libro come Il Regno sembrano trasformati nel commento civettuolo e invadente di un personaggio con cui difficilmente passeresti una buona mezzora, sia pure immersi in centinaia di pagine di contenuti interessanti.

In Yoga quest’ottusità di un io allo stesso tempo inerme e irrigidito, incapace di chiedere altro che un riconoscimento, sembra ancora più tenace: il racconto della propria depressione non riesce a diventare lo strumento per scomporre la voce socialmente costruita dell’autore e più che un libro sulla depressione quest’ultimo (può sembrare una considerazione poco pietosa, ma tant’è) assomiglia a una libro prodotto dalla depressione.

Pare di vedere un autore ventriloquo con in mano un pupazzo di se stesso: l’avversario è scomparso, anche dove il male dell’autore sembra manifestarsi (nella vita, non nell’opera) nella maniera più brutale e pericolosa. La vicenda psichiatrica di Carrère ci arriva come una fatalità insensata. Il narcisismo non è più usato proficuamente, ma subìto. La depressione batte la letteratura. E il lettore affezionato più che un interlocutore, o a sua volta un investigatore dell’io e delle sue oscure devianze, si percepisce come un semplice spettatore, per lo più delicatamente invitato a compassionare.

Tutto questo ha molto a che fare con una questione più filosofica. È una storia vecchia e lunga, a dire il vero, ma si può riassumere anche questa: la sincerità in letteratura non esiste, è solo un fantasma (che di nuovo può essere usato per scopi letterariamente utili, o assecondato passivamente), oppure un alibi per le anime belle. Soprattutto negli ultimi due libri, Carrère sembra aggrapparsi come un naufrago a questa disperata (e impossibile) sincerità, alla sua conclamata onestà, termini entrambi che tornano con una certa insistenza in Yoga, convocati dall’autore come dei testimoni per deporre a proprio favore.

Alla letteratura tuttavia il banco del tribunale non è più profittevole della privata confidenza. Trattare il lettore come un amico simulando sulla carta la complessa dimensione relazionale che si stabilisce con una persona in carne ed ossa è non solo impossibile ma fuorviante, soprattutto dove un testo avanzi delle pretese artistiche. Usare e abbracciare candidamente un’idea di verità come conformità di parole e cose (“credimi, quello che ho detto è successo davvero”), in un’opera di questo genere diventa inevitabilmente un inganno (o autoinganno) più o meno consapevole, e quindi più o meno maligno.

La verità, intesa in un senso forte e testimoniale, è definita nella nostra cultura da due ambiti, quello scientifico e quello legale, e da una serie di rigide procedure correlate che la circoscrivono indirizzandola verso scopi ben precisi. Scopi che la letteratura ovviamente non ha, o dove li ha è perché sospende momentaneamente la propria vocazione più specifica (si potrebbe distinguere quanto in Primo Levi, per esempio, appartiene al discorso testimoniale e quanto a quello letterario).

Perciò - incidentalmente - ritengo del tutto prive di interesse le querelle legali o para-legali sorte all’indomani della pubblicazione di Yoga tra l’autore e la sua ex-moglie. Oltre a valere poco più che come gossip letterario, sono elementi di un folclore abbastanza usuale alla pratica della cosiddetta “autofinzione” avendola accompagnata fin dalla sua definizione: cause legali con risvolti mediatici sono toccati al suo ideatore, Serge Dubrowsky e ad altri compagni di scrittura. Qualsiasi monografia sul genere ne riporta qualche stralcio.

Non solo non esiste elemento alcuno capace di attestare con immediata autoevidenza, in un testo letterario (in qualsiasi testo), quella impossibile conformità di parole e cose, ma ben oltre la conformità c’è la scrittura stessa, e ogni scrittura è fatta di tutt’altro che conformità: è fatta di selezione, omissioni, ordine (cosa metti prima, cosa metti dopo, e il modo in cui queste gerarchie nel montaggio - un fattore tecnico e artigianale in cui Carrère si spende non poco - costruiscono un senso sempre tendenzioso), accenti, ricorrenze, e tutta una serie di espedienti retorici che fanno sì che la presunta verità referenziale di ciò che si racconta sia completamente trasfigurata dal come lo si racconta.

E che la presunta sincerità o onestà, in testi letterariamente complessi come quelli di Carrère, sia qualcosa di simile a un assegno scoperto. La scrittura, anche la scrittura del sé, è sempre drammatica, ovvero messa in scena. La letteratura costruisce col “materiale esistente” (come ripete Carrère in Yoga, citando Lenin, riferendosi però alla propria condizione psicologica e non al racconto della stessa), crea una coerenza che nella vita non esiste (per esempio, in Yoga, una parabola discendente con risalita e relativo lieto fine), e se ne giova esprimendo cose che sarebbe impossibile esprimere altrimenti.

Simili imposture strutturali sono state sistematicamente smascherate dagli studiosi dell’autobiografia confessionale, esercitandosi sui testi canonici del genere, Montaigne, Rousseau, eccetera. La funzione di questi debunker letterari è certamente importante ma nella sostanza non va molto oltre quello che sanno bene tutti gli scrittori: la letteratura mente. E se non mente, lo fa in un senso che non può essere definito dai criteri di verità scientifica e legale sopra citati. Viene da pensare alla pretesa assurda e non priva di presunzione, espressa dallo scrittore ne Il Regno, di saper cogliere intuitivamente nel vangelo passaggi capaci di attestare un’indubbia verità storica.

Già a quel livello l’io ha evidentemente perso l’ancoraggio alla realtà, e all’irrealtà “drammaturgica” della scrittura. Lo scrittore ha dimenticato il suo lavoro, o forse lo conosce fin troppo bene e intende depistare il lettore in un modo che solo una società dedita alla post-verità e al fake-tutto potrebbe consentire, e magari premiare. Yoga mi sembra interamente costruito su una simile presunzione di affidabilità: fidati di me, non senti da come scrivo che sono sincero? sembra ripetere di continuo.

Le relazioni tra lettore e (immagine dell’) autore sono spesso torbide e maldestre, ma qui Carrère, in nome di un bisogno sofferto di essere qualcosa o qualcuno (invece che smettere di esserlo), sta deliberatamente manipolando la sensibilità dei suoi benefattori, cioè noi, i lettori. È difficile andare contro quel garbo apparente, quel dispiegamento di buon senso e quelle continue dichiarazioni di onestà. Chi volesse farlo rischierebbe di passare per una persona poco sensibile, ingrata, facinorosa. Anche in questo senso intendevo dire, all’inizio del mio articolo, che il rapporto tra Carrère e il suo pubblico si è andato degradando.

Per concludere vorrei solo segnalare un libro recentemente pubblicato in traduzione italiana e che potrebbe essere letto come una sorta di anti-poetica dell’autobiografismo confessionale, un fierissimo “avversario” alla riduzione narcisistica dell’ultimo Carrère. Teoria dell’Eteronomia (Quodlibet, a cura di Vincenzo Russo) è una raccolta di scritti di Pessoa intorno alla sua incapacità di sentirsi se stesso. Letteralmente e nella maniera più estrema che si possa immaginare. Pessoa ha vissuto tutta la propria vita immaginandosi come altre persone. Questa attitudine, che non mancherebbe di interessare uno psichiatra, l’ha condotto a edificare un complicato apparato di eteronomi, di sé immaginari, ognuno con la sua biografia, le proprie idiosincrasie, il proprio stile, il proprio mondo.

Questi autori anagraficamente inesistenti hanno firmato gran parte delle sue opere, fondato correnti letterarie, e contribuito a fare del poeta portoghese uno dei maggiori autori del novecento. Certo, stiamo parlando di un’altra epoca, il modernismo è stato (tra le altre cose) un terreno fertile per innumerevoli sperimentazioni e per una diffusa diffidenza verso ogni concezione monolitica dell’autorialità e della personalità (dall’altra parte si consolidavano i fascismi con i loro rigidi costrutti identitari). Tutto ciò ha certamente a che fare con le condizioni e lo spirito di un’epoca. La nostra si alimenta di miliardi di io atomizzati e dinsicarnati, impegnati in una continua promozione autobiografica attraverso canali eterodiretti e capaci di sfruttare un esibizionismo pandemico per scopi non dichiarati. Ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano.

Il libro di Pessoa raccoglie tutti, o buona parte, dei suoi scritti intorno alla questione dell’identità autoriale e delle sue moltiplicazioni. Ne esce un trattato filosofico e poetico di rara bellezza sull’arte di pensarsi come altri, sul valore artistico e letterario della spersonalizzazione. Qualcosa che, con molto meno oltranzismo e con la sensibilità propria di un tempo più pacificato, Carrère ha certamente saputo fare. Fino a quando non è rimasto solo.