Voglio un figlio... lui no! Gli uomini non hanno l'orologio biologico, però c'è (quasi) sempre un però

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Sguardi persi nel vuoto, discussioni infinite, alleanze con i parenti più sensibili, rotture, ripensamenti. Quando in una coppia lui non intende diventare genitore si apre una trattativa frustrante e dolorosa. «Se ho deciso di fare un figlio a 48 anni è perché fino a qualche mese prima avevo deciso “no, grazie”», sintetizza Stefano D’Andrea, padre di Margherita, 6 anni, autore di Il padre è nudo (Baldini e Castoldi). «Mi bloccava un potenziale senso d’inadeguatezza; inoltre, pensando all’assenza di mio padre, temevo di mettere al mondo un figlio che avrebbe sofferto come ho sofferto io. Quando sono diventato un po’ più solido, ho deciso di provarci».

Motivi (o scuse?) per non fare figli non mancano: economia ai minimi storici, paura delle responsabilità, persino istanze ecologiche (presto sulla Terra saremo in 10 miliardi!). «Condizioni che valgono sia per le donne sia per gli uomini, anche se, è vero, per quest’ultimi, è meno presente il fattore istintivo e culturale che li spinge a desiderare dei figli», spiega Luigi Zoja, psicoanalista junghiano, autore di Il gesto di Ettore (Bollati Boringhieri), un libro sulla scomparsa del padre tradotto in molte lingue. Una scomparsa che torna però a essere sensibile presenza con i “papà millennial”, giovani uomini profondamente convinti del proprio ruolo affettivo ed educativo, come racconta il saggio di Alberto Pellai Da uomo a padre. Il percorso emotivo della paternità (Mondadori). «Ogni paternità per funzionare dev’essere anche un’adozione, una scelta volontaria», aggiunge Zoja. «Un “contratto” in cui si rinuncia a essere maschi aggressivi e ipersessualizzati per assumersi, come padri appunto, la responsabilità di un altro essere umano. Il problema è che oggi pur avendo rinunciato al patriarcato la società resta nelle mani dei maschi, non dei padri». Bulli, competitivi, ma forse anche isolati e in cerca di nuova identità, come i padri mancati delle storie che seguono, raccontate dalle donne.

Elisabetta, 46 anni

«“Con te un figlio non lo voglio, né ora né mai”. Solitamente placido, Luca mi aveva messo davanti alla sua decisione. Né ora né mai. Macigno difficile da digerire. Se non mi avesse soccorso un’amica (“Vieni a stare un po’ da me, è meglio”), gli sarei saltata alla giugulare. Quanto meno per il modo: il cuore strizzato fino quasi a soffocarmi. Da due anni il mio desiderio di maternità si scontrava con il suo cincischiare: sì, no, forse. Entrambi quarantenni, c’eravamo incontrati a un anno dalla fine del suo matrimonio. Lui con due figlie di 11 e 15 anni, io con tante storie “istruttive” alle spalle tra cui un breve matrimonio e un aborto spontaneo di un figlio atteso. Quella volta non mi ero lasciata andare alla disperazione, convinta che non sarebbe stata l’ultima chance. Mi sbagliavo. Come mi sono sbagliata sul fatto che Luca potesse volere altri figli. Come padre era paziente (ricordo pomeriggi passati in auto a cercare indirizzi di feste “fantasma” di sua figlia 11enne), pratico, generoso. Non avevo intuito che viveva tutto ciò come un dovere troppo faticoso da confessare e soprattutto da replicare. Quando era diventato padre non se l’era neanche posta la possibilità di scelta. E con l’ex moglie sempre fuori per lavoro, si era ritrovato a occuparsi di lavatrici, spese e figlie. Con me voleva tornare ragazzo. Non voleva perdermi e il suo modo di trattenermi era... prendere tempo. Peccato che non ne avevo.

Per la maternità ero quasi fuori tempo massimo. “Per me avere un figlio”, gli dicevo, “è come passare da zero a uno, da niente a tutto. Per te cambierebbe molto meno”. Rispondeva che per i primi due anni ci avevamo provato. Provato non vuol dire riuscito, ribattevo. Mi sembrava inconcepibile quel rifiuto. Vivevamo ormai insieme e io mi occupavo delle sue figlie, perché lui non poteva farlo per un figlio nostro? Ma forse il mio contributo, più psicologico che operativo, non gli sembrava così importante. La cosa che mi mandava più in confusione era non capire le reali motivazioni del suo diniego. Incalzato, ogni tanto lasciava cadere un indizio. In sintesi non voleva replicare quel che aveva vissuto con l’ex, terzo incomodo di un rapporto simbiotico tra madre e figlie. Traduzione: voglio continuare a essere la tua unica priorità. Ma chissà se vorrò stare con uno di così strette vedute?, pensavo. A un certo punto l’ho invitato ad andare da uno psicanalista che per 150 euro a seduta l’ha aiutato in tutta fretta a capire che non avrebbe triplicato la paternità. Ha avuto coraggio, a suo modo. A quel punto ho preso anch’io una decisione. L’ho lasciato, sono andata a Barcellona per sentire l’effetto che fa diventare madre single. Lontana dalla famiglia, con un lavoro instabile, m’immaginavo già con un figlio, in una casa famiglia. Dopo un anno ho rinunciato e sono tornata da Luca. Prima ancora che con un figlio, che chissà se mai verrà, mi sono detta, voglio avere un rapporto con quest’uomo che esiste già. Una lezione alla volta».

Margherita, 33 anni

«Cosa credi, avere un figlio è una questione importante», dice Marcello. Come se per me non lo sia. È la sua motivazione “nobile” per dire che non se la sente. E per farmi sentire in colpa anche solo di averglielo proposto. Già vivere sotto lo stesso tetto per lui è fuori discussione, figuriamoci svegliarci nella notte al medesimo vagito. Ha 34 anni, tre più di me, stiamo insieme da cinque. Abbiamo un lavoro, le energie e tutta la vita davanti, ma sento e temo che il passare del tempo lo troverà identico a oggi: lavoro a mille, vacanze avventurose, nessun legame per sempre. “Non sarei mai a casa, e tu mi odieresti per questo. Inoltre svegliarmi la notte non fa per me”. Ma che ne sai? gli dico. Ricerche scientifiche hanno evidenziato come nel sangue degli uomini che accudiscono i figli nel congedo paternità siano presenti ormoni simili a quelli delle neo mamme, che garantiscono sonno vigile e propensione all’accudimento». Non gli importa né delle ricerche né del fatto che ci amiamo (come pensavo). A un certo punto comincio a metterlo alle strette e lo strapazzo un po’. Prenoto un viaggio da sola, avvalorando la sua convinzione che se non ci capiamo la colpa è mia, io che non ammetto repliche, io che preferisco la fuga al dialogo. Sta cambiando lavoro e ha bisogno di serenità, non di novità, dice. Non possiamo fare tutto, lavoro, amore, famiglia?, domando. Silenzio. Poi un giorno mentre stiamo litigando al telefono corre per prendere un treno, cade e si rompe un braccio. Al ritorno dal mio viaggio mi dice di non andarlo a trovare in ospedale (è in condizioni pietose, ammette), poi di aspettare la fine della convalescenza che trascorre a casa della sorella, a 300 chilometri di distanza. Scalpito. Quando finalmente dopo un mese ci rivediamo ha un’espressione che non gli riconosco. Dopo un breve tentennamento mi confessa che è demoralizzato. “Perché tutte vogliono un figlio da me? È un messaggio che mando senza rendermene conto? Dimmelo tu”. Sono così allibita che non riesco a interromperlo. Ha saputo ieri, continua a dire, che l’infermiera (quale infermiera?) con cui dal ricovero in ospedale ha avuto una storia gli ha appena detto di aver perso un figlio suo. Figlio? Perso? Ma di cosa stai parlando?». Se cercavo un motivo per lasciare quest’uomo narciso, codardo e indecente, eccolo lì, servito sul vassoio della mia miopia. Mi sono alzata e gli ho tirato il contenuto della tazza di tè che avevo ordinato».

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