"A volte un ruolo ti svela qualcosa di nuovo su di te". Mélanie Thierry si racconta a Elle

Di Piera Detassis
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Photo credit: Getty Images
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From ELLE

Su Melanie Thierry, splendente ragazzina nell’inquadratura Zoom, cadono raggi di sole, sempre più accesi man mano che l’intervista prende corpo. Lei socchiude gli occhi, si prende tutta la luce a schiaffo, il volto sfuma in un alone molto cinematografico. Le chiedo dove si trova. «Al mare, in lockdown, e il sole è l’unico riflettore che ho trovato», ride. «Spariti make up artist, parrucchiere e stylist, ormai è tutto fatto in casa!». Sembra la pace e invece sono i giorni della recrudescenza del terrorismo islamico in Francia, l’uccisione del professor Paty, la strage di Nizza, l’attacco di Lione. «Un incubo, io sto bene, lontana da tutto questo, ma sono preoccupata, anzi terrorizzata, per i miei due figli (Roman, 12 anni, e Aliocha, 7, avuti con il compagno, il cantante Raphaël, ndr)».

39 anni portati da ventenne, Mélanie ha iniziato come modella e debuttato al cinema con Giuseppe Tornatore in La leggenda del pianista sull’oceano; nel curriculum, non affollato, ha film come La principessa di Montpensier di Bertrand Tavernier, The Zero theorem di Terry Gilliam, La douleur, dove interpreta intensamente Marguerite Duras, e il recente Da 5 Bloods – Come fratelli, di Spike Lee. Oggi, come tanti, vive sospesa (e “confinata”) tra serenità e inquietudine. «In Francia talvolta dimentichiamo che siamo stati attaccati a più riprese dal terrorismo, mettiamo la testa sotto la sabbia, convinti che tutto sia finito, placato. Ed ecco invece che un nuovo fungo velenoso cresce altrove. E quando tutto riesplode è ancor più spaventoso. Non vedi uno spiraglio».

Eppure qualcosa si muove, ad esempio può succedere che il lavoro, senza volerlo, finisca per incontrare proprio la realtà: a Elle Mélanie racconta la nuova miniserie in otto episodi di cui è protagonista, No man’s land (su Starzplay dal 22 novembre), «una storia romantica e drammatica», sottolinea, «ambientata tra la Francia e la guerra civile nella Siria assediata dall’Isis, che oggi mi appare più che mai attuale». Nell’incipit, ingannevole, lo spettatore immagina Mélanie morta in un attentato, ma tre anni dopo il fratello Antoine, interpretato da Félix Moati, crede di riconoscerla in un reportage dal Medio Oriente e parte alla sua ricerca, finendo per unirsi alle unità di donne combattenti curde, le YPJ, le nemiche più temute dall’Isis, e a un gruppo di attivisti internazionali. «Una serie importante, che amo molto», continua l’attrice. «È una grande responsabilità avere raccontato la lunga resistenza curda, soprattutto quella delle brigate femminili, donne che sono riuscite a distruggere l’Isis. Era cruciale, più che mai ora, onorare la loro storia».

Photo credit: Stephane Cardinale - Corbis - Getty Images
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Con un sorriso Mélanie si lascia andare a una piccola confessione: «E pensare che non vedo mai le serie tv, è una scelta. Ci sono talmente tante cose da guardare e la serialità richiede troppo tempo, io preferisco iniziare e finire un film la stessa sera, non ho quella addiction alla lunga durata che ormai ha preso tutti. No man’s land però non potevo lasciarmela scappare, è uno sguardo assolutamente unico su una parte di mondo misteriosa e complessa, il Medio Oriente, dove, per paradosso, proprio le donne prendono le armi per combattere il fanatismo religioso, la schiavitù sessuale e l’oppressione tenendo testa a estremisti degenerati, folli. Una battaglia ammirevole, che raccontiamo anche nei risvolti quotidiani, privati».

Chi è Anna, il suo personaggio?

Una giovane archeologa parigina di buona famiglia innamorata di un rifugiato iraniano e osteggiata dai genitori per questa relazione. La rottura è deflagrante e Anna decide di lasciarsi tutto alle spalle e sparire. C’è qualcosa di romantico ed estremo nel voler cancellare tutto, il passato, la famiglia, e ricominciare una vita come una pagina bianca, ricostruendosi identità e relazioni nuove in un Paese straniero. Anna si troverà in mezzo alla violenza, è un obiettivo sensibile e dovrà fare delle scelte. Ma non spoileriamo...

Sappiamo però che entra in contatto stretto con la brigata YPJ, la milizia femminile curda che ha polverizzato l’Isis a partire dalla regione settentrionale della Siria, il Rojava.

Potevo perdere una cosi straordinaria opportunità e limitarmi al ruolo della bella archeologa in Egitto tra gli scavi? Il ruolo delle donne è stato determinante in quella battaglia di libertà, lo sa che i miliziani dell’Isis temevano loro più di tutto? Essere uccisi per mano femminile li escludeva dal paradiso musulmano. Anche il set è stato un’esperienza non comune, abbiamo girato molti mesi in Marocco in un mix di lingue e culture, il regista, Oded Ruskin, israeliano e attori inglesi, marocchini, curdi, francesi. Visto oggi, assediati da terrorismo e pandemia, un mondo utopico.

Photo credit: courtesy
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Ha incontrato qualcuna delle vere combattenti?

No, sono molto pudica e porre domande mi mette a disagio, noi attori abbiamo il compito di interpretare quelle vite, ma non arriveremo mai alla verità che ne ha guidato le scelte. Interrogare i veri protagonisti, impadronirmi della loro esistenza, mi sembra indelicato e in fondo non così necessario. Ho visto però reportage e ascoltato molte testimonianze, avevo voglia di capire le scelte delle donne che combattevano contro l’Isis, arrivando da ogni parte del mondo, spesso solo nella speranza di migliorare le cose, senza particolari ideologie, semplicemente perché quegli uomini, questi mostri che oggi si risvegliano, lasciavano sul loro percorso devastazione e ferite enormi.

Photo credit: Pascal Le Segretain - Getty Images
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Quanto lavoro ha fatto per entrare nei corpi, nella resistenza fisica, delle combattenti?

Indossare divisa e armi pesanti e correre nel deserto già ti cambia, ma non sono una trasformista, non è il mio genere. Talvolta succede però che la mia anima e il mio corpo raggiungano il personaggio, si uniscano a lui misteriosamente, senza una mia precisa volontà. Quando giravo a Parigi la parte con Anna innamorata e immersa ancora in un ambiente privilegiato, ero un po’ joufflue, paffuta, in modo naturale. Una volta arrivata in Marocco ho perso subito sette chili e certo non per una performance attoriale che non mi interessa. Il mio corpo si è prosciugato perché seguiva istintivamente il percorso del personaggio.

Ne esce quasi il ritratto di un’attrice involontaria…

C’è qualcosa di vero. Ti capita un personaggio e ti cattura, ti prende per mano, divampa una piccola, reciproca esplosione: tu ancora non lo sai, ma quel ruolo risuona dentro di te perché stai attraversando qualcosa di particolare nella tua vita. È un incontro, un processo non cosciente, ma con Anna sicuramente è successo. E in questo tempo così terribile per tutti noi, lo prendo come un segno vitale.