I volti nascosti di Kim Jong-un

Di Mattia Barro
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Antonio La Grotta
Photo credit: Antonio La Grotta

From Esquire

Antonio La Grotta è un fotografo torinese con un gusto particolare per le crepe della realtà umana come dimostrato nei suoi precedenti progetti See…flying saucers are real!, un’indagine su un oggetto volante non identificato che nel 1933 si schiantò vicino a Varese preoccupando il Duce per un possibile attacco di una forza straniera, Paradise Discoteque, un viaggio nella fine dell’impero delle discoteche degli anni 80/90 del nord Italia, Saluti da… con bellezza locale, una raccolta di cartoline stereotipate dell’Italia balneare degli anni ’70 e ’80 e Re Muto, una rivista medica fittizia sull’oncologia.

L’ultimo lavoro di La Grotta è un salto geografico nella crepa geopolitica più evidente dell’ultimo secolo: la Corea del Nord. Kim. The rise and fall of the dynasty, è una raccolta, in tiratura limitata a 250 copie, di francobolli, stampe e cartoline rilasciate dal regime di Pyongyang per raccontare la dinastia Kim. La storia della Repubblica Popolare Democratica di Corea è affascinante, perturbante, conflittuale. L’hermit kingdom, lo stato più segreto del pianeta, è un infinito generatore di notizie contrastanti. Ad ogni scarna informazione (vera o meno che sia) dondoliamo tra attrazione e terrore.

Photo credit: Antonio La Grotta
Photo credit: Antonio La Grotta

Qual è la vera narrativa di cui dovremmo fidarci? Dovremmo credere alla propaganda della KCNA, l’agenzia centrale di stampa della RPDC, o a quella anti-comunista filo-statunitense? Entrambe le narrative non sembrano però disposte ad avvicinarsi ad una realtà credibile, lasciandoci camminare ciechi in una geografia disinformante.

Sfogliando le pagine di Kim, non possiamo che provare empatia per l’estetica pop della RPDC e della famiglia Kim. Quello che attrae è la comprensione impossibile, la mancanza di informazioni neutre, la totale scollatura tra quanto sappiamo dagli organi di stampa internazionali e quanto ci viene raccontato dalla RPDC stessa. È come essere dentro The Interview, ma senza l’ulteriore passata di vernice hollywoodiana. È possibile che un’estetica possa rendere un regime dittatoriale “simpatico”?

Nel suo documentario The Propaganda Game, il regista Alvaro Longoria racconta la Nord Corea come un puzzle indecifrabile. Nonostante sia "libero" di poter vagare per la capitale a intervistare chiunque egli voglia, Longoria rimane intrappolato tra quello che può vedere e quello che gli viene raccontato dalle voci dei dissidenti. Il documentario ha una scena abbastanza esplicativa. Per indagare sulla libertà di culto, Longoria chiede di aver la possibilità di partecipare ad una messa cattolica. Viene dunque accompagnato nella chiesa cattolica di Pyongyang, ma qualcosa sembra non tornare: il canto dei fedeli è eccessivamente intonato, la messa non è tenuta da un prete (assente quel giorno) e non viene data la comunione. Longoria è stranito: non ha nessuna prova per capire se è stato ingannato o meno. Non può fidarsi nemmeno dei propri occhi.

Photo credit: Antonio La Grotta
Photo credit: Antonio La Grotta

Le fake news sulla Nord Corea continuano ad arrivare sui nostri giornali come una gara bipartisan dell’assurdo. Se il governo coreano annuncia il ritrovamento di resti di unicorno, la stampa internazionale risponde con un complotto per cui Kim Jong-un, attuale guida suprema della RPDC, abbia dato suo zio, consigliere ai tempi del padre Kim Jong-il, in pasto ai cani. Tutto è possibile e credibile nella terra del secreto. Ogni notizia è possibile. Come potremmo quindi non essere catturati da una battaglia tra immaginari così impossibili e contrastanti?

Antonio La Grotta, in Kim, costruisce un percorso che intreccia entrambe le possibili letture, opponendo la propaganda estetica della famiglia Kim ai gossip che circondano la dinastia. La struttura crea dunque uno sfasamento del vero, uno squarcio sulla realtà, un cartellone pubblicitario sul postmoderno. Un gioco di specchi che trova altrettanti riflessi nell’analisi di Ilaria Benini posta a conclusione del lavoro e che ci abbandona in una psicogeografia impossibile di uno stato dittatoriale inesplorabile.

Kim sublima li nostro desiderio feticista di schierarci, nel silenzio sinistro dei nostri pensieri, per un piccolo stato che ha accettato il ruolo di cattivo contro la superpotenza americana. Per questo fa un certo effetto sfogliare questo lavoro mentre nelle strade statunitensi una popolazione intera protesta per gli abusi razzisti della polizia e per un passato schiavista indelebile. Kim, giocando tra queste crepe della realtà, ci riporta di fronte ad una presa di coscienza che pare si stia risvegliando anche all’interno dello stesso Occidente: esistono ancora i buoni e i cattivi oggi? Sono pur sempre i cowboys ad essersi macchiati del torto della storia.