«Zaia portaci a Zion»: l'irresistibile ascesa dell'Abele della Lega

Di Niccolò Carradori
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Photo credit: ALBERTO PIZZOLI - Getty Images
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Il Doge, il “Pomata”, il Mite, Zaiaescu, Zaiastan: quello appena concluso è stato l’anno in cui la crescita di Luca Zaia all’interno della Lega e della politica italiana—una progressione che va avanti da un decennio—ha subìto un’ulteriore e definitiva accelerata.

Il 76 percento di consensi con cui ha riguadagnato la guida del Veneto alle ultime Regionali—terzo mandato di fila—non soltanto lo ha collocato al primo posto fra i governatori regionali più amati di sempre, ma ha aumentato a dismisura l’eco di quella retorica che lo vedrebbe come il nuovo Prescelto di Alberto da Giussano, l’Unto dal Nord, l’uomo che può mettere in serie difficoltà la leadership da monarchia assoluta di Matteo Salvini all’interno del partito. Perché Zaia non ha soltanto scherzato con Lorenzoni, il candidato del PD: la sua lista ha ottenuto il triplo dei voti di quella Lega-Salvini. E lo ha fatto in Veneto: la Ruhr morale dei leghisti.

Ma soprattutto questo è avvenuto in un momento in cui il salvinismo sta vivendo la prima fase di reflusso della sua storia: con 8,5 punti di gradimento persi in un anno, e l’aura di Giorgia Meloni passata dallo stato gassoso a quello liquido.

Sono solo malignità astruse di chi vuole affossare il Capitano? Il modello “beyond-Padania” di Salvini può davvero essere messo in discussione, o passare di mano? Zaia eventualmente potrebbe essere la figura giusta per ricoprire questo ruolo?

Photo credit: Simone Padovani/Awakening - Getty Images
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Gli aruspici che si occupano di retroscena tentano di scovare le tracce della contrapposizione fra Zaia e Salvini ovunque. Dalla fame di ciliegie del Capitano durante una conferenza congiunta, alla scelta di Zaia di andare ospite da Fazio—uno dei conduttori più odiati da Salvini—qualche settimana fa. Il governatore del Veneto, messo di fronte alla questione, ha sempre fatto retromarcia, definendosi un amministratore: “Salvini ha talento per la politica nazionale, io no.” Ma, ovviamente, c’è chi vede in alcune sue uscite indirette—”vinco perché governo, non faccio comizi”—delle critiche al Segretario, e il sentore di piani futuri.

Ora: al di là del retroscena, la vera domanda interessante di queste ipotesi è se Zaia possa effettivamente trasportare il successo che ha ottenuto nella sua Regione a livello nazionale. Per provare a orientare un minimo le risposte, bisogna però prima capire chi è Luca Zaia.

Classe 1968, originario di Bibano di Godega di Sant'Urbano, il nome stesso del paesino da cui proviene richiama l’alfabeto runico leghista. Quell’ascendenza terragna, pratica, e rurale della provincia profonda. Ed è la storia stessa di Zaia, il suo percorso, ad incarnare la Weltanschauung del partito fondato da Umberto Bossi: figlio di un meccanico, appena svezzato si divide tra scuola e officina. Questo calvinismo veneto segna tutta la sua formazione: mentre studia all’università (diplomato alla Scuola Enologica, si laurea in Scienze della Produzione Animale) lavora come muratore, uomo delle pulizie, cameriere, insegnante di ripetizioni di chimica, insegnante di equitazione (i cavalli sono forse la sua più grande passione), operaio in un’azienda di pellami, e pr per la discoteca Manhattan di Godega di Sant’Urbano (una volta si è vantato di aver “inventato il volantino da discoteca”, un po’ come Mugatu con la cravatta a tastiera).

Photo credit: Roberto Serra - Iguana Press - Getty Images
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Parallelamente ha affrontato un cursus honorum completo—ma rapidissimo—nella politica dendritica della Lega Nord: partito come consigliere comunale nel 1993, è passato per il consiglio provinciale di Treviso, la Presidenza della Provincia (a soli 30 anni, un po’ come Renzi), la vicepresidenza della Regione, una breve parentesi come Ministro dell’Agricoltura del quarto governo Berlusconi, e la definitiva elezione a sultano del Veneto nel 2010.

Una certa opinione comune (quella che lo vede di buon occhio) vuole che il suo dominio di questi anni in Regione sia interamente dovuto alla propensione per una politica concreta e funzionale, legata mani e piedi al territorio e portata avanti con una comunicazione sobria e diretta. Niente fronzoli, nessuna sparata esosa, nessuna promessa immateriale. Zaia stesso si è più volte definito “un amministratore con le scarpe sporche di terra”. Una figura che nel corso del tempo ha ottenuto una serie di piccole-grandi vittorie (nello sviluppo viario, nella salvaguardia delle eccellenze, nella lotta per l’autonomia veneta), mantenendo funzionale il sistema veneto. Modello che si è messo in luce proprio durante il primo lockdown, per la capacità sanitaria di contenere i danni. Non solo in Italia: il Financial Times durante quei mesi ha definito Zaia “eroe politico della crisi”.

I suoi detrattori, invece, gli rinfacciano un certo immobilismo, che se vogliamo è comunque figlio del suo essere “amministratore”: non ha fatto niente per fermare l’esodo dei giovani veneti in cerca di lavoro, non ha preso decisioni significative per la questione ambientale (il Veneto è una delle Regioni più inquinate d’Italia), e ha indebolito (con i tagli) proprio quel Sistema Sanitario che aveva ereditato e che durante quest’anno ha fatto la sua fortuna. Si è limitato a mantenere intatto l’esistente, non governando.

Photo credit: Roberto Serra - Iguana Press - Getty Images
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Anche lo stile comunicativo non è banale. Sicuramente Zaia non è Matteo Salvini, e ha nessuna Bestia alle spalle: i suoi profili social hanno esattamente la conformazione da Presidente di Regione, con tantissimi elenchi puntati di provvedimenti regionali, aggiornamenti sui lavori pubblici, e partecipazioni ad eventi istituzionali. Pochissima narrazione di se stesso, quasi nessuna polemica, nessun richiamo furioso a clickbait o commenti compulsivi. E piace proprio per questo: Zaia è il tipico politico che si vanta di parlare con i fatti, dalla retorica piatta, a cui però piace ogni tanto far vedere che sotto c’è anche altro. Come quando da Fazio, in cinque minuti, ha snocciolato citazioni di Sallustio, Adriano, e Rousseau: “così la smettiamo di dire che i leghisti non studiano”.

Il governatore del Veneto, poi, si è ricavato una posizione nominale con la sua aura da “leghista light”: ha posizioni più moderate sull’Europa e l’euro (rispetto a Salvini), si scaglia contro i no vax, al Congresso di Verona disse che l’omofobia è una patologia, ecc ecc. Si definisce “pannelliano e gandhiano”.

In realtà anche nell’armadio comunicativo di Zaia non mancano gli scheletri, anche recentissimi. Frasi razziste, fake news, e complottismo velato. Come quando ha detto che i cinesi mangiano i topi vivi, che secondo lui il Covid-19 potrebbe essere un virus artificiale, o quando ha recitato in diretta, dandola per certificata, la poesia di un certo Eracleonte da Gela. Un autore inventato da un perito informatico che l’aveva spacciato come reale in rete per osservare quanto fosse facile diffondere fake news.

Anche se non realistico e preciso, comunque, unito alla retorica del fare questo stile comunicativo rappresenta una caratteristica fondamentale nella dicotomia con Salvini. Forse, dopo il Search and Destroy della Bestia—che si è dimostrato così inutile durante l’emergenza Covid—gli elettori della Lega potrebbero desiderare un candidato con caratteristiche diverse. Piace anche a Berlusconi.

Photo credit: Stefano Montesi - Corbis - Getty Images
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Ma non solo: Zaia rispecchia anche i valori della “vecchia Lega”. L’autonomia del Veneto è il suo più grande obiettivo dichiarato: e sarebbe troppo semplicistico pensare che una certa base di elettorato leghista si sia dimenticato le origini, durante la discesa barbarica salviniana lungo lo Stivale. Durante i giorni del Referendum del 2017 vidi circolare sui gruppi Facebook di alcuni indipendentisti un meme piuttosto significativo: c’era Zaia, vestito come Neo di Matrix, e sotto la frase “Zaia portaci a Zion”.

Ora: considerando tutti questi punti, arriviamo al nocciolo del problema. E cadiamo anche nel campo delle ipotesi. Zaia in questo momento sta a Salvini un po’ come Abele stava a Caino. I suoi vantaggi sul rivale sono tutti indiretti, attribuiti da altri, e (almeno pubblicamente) non intenzionali. È il volto buono della Lega, quello che anche se ha le scarpe sporche di terra e i capelli ingellati cita Rousseau, che ha sempre lavorato, che non si mette sempre in mostra.

Idealmente sembra perfetto per una Lega al governo digeribile da più schieramenti: e credo sia questo il motivo per cui si sono fatte sempre più insistenti le voci su un suo sorpasso nel prossimo futuro. Più del successo in Veneto, o della sua natura politica.

Photo credit: Roberto Serra - Iguana Press - Getty Images
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Ma, proprio come Abele, sembra anche dotato di minor malizia. Sarà anche un amministratore accorto e decisionista, ma non si è davvero mai confrontato con il royal rumble della politica nazionale. Non è un politico che attacca, non è un politico dagli slanci trascinanti, e non è nemmeno uno scaltro tessitore d’ombra. Il tridente che quasi sempre decreta il successo nella nostra politica non territoriale.

E comunque è presto per lui. Reflusso o no, Salvini non ha ancora passato le forche caudine della disgrazia politica italiana: governare. Deve ancora incassare un tot di fiches—la sua Lega è ancora il primo partito italiano—e niente fa pensare che il suo modello di partito possa essere preso in mano da qualcun altro: lo ha costruito e incarnato lui.

Detto questo, comunque, l’ascesa di Zaia (e dei suoi tifosi) è rivelatrice del fatto che ci troviamo di fronte ad una riequilibrio della destra italiana, anche se attualmente grandi smottamenti sembrano improbabili. Sicuramente un passo decisivo sarà la gestione dei processi e degli scandali economici.